Una pianta in vaso sta morendo. Spiegale perché deve continuare a vivere.

Dicono che il passo più difficile sia parlarne. Per questo comincerò con dirti brava, lo hai tirato fuori. Se stai pensando di suicidio è perché probabilmente non hai ancora le idee chiare. Vorresti, non vorresti, stai valutando. E fai bene, come molte scelte che possono potenzialmente cambiarti la vita è utile ascoltare più pareri. 

Se vuoi suicidarti ci sono buone possibilità che tu sia in realtà solo una pianta depressa. Che può essere il gradino prima di una pianta suicida o no. Dipende. Sono qua per convincerti a continuare a vivere, per questo ti parlerò di suicidi. Già, antitetico penserai, ma sembra proprio che più se ne parli e meno la gente si suicida. Scettica a riguardo, signora pianta? Non sei la sola, per questo c’è questo bel link qua, interessante e autorevole. Non la prima donna che si è svegliata la mattina e cercava scuse per scrivere insomma. Non me, ecco.

Anche perché, un argomento che dovrebbe essere abbastanza convincente è che stai comprando un biglietto per dove, boh, non si sa. E tu ci vuoi andare? A boh-non-si-sa? Nulla di male, una scelta come un’altra, ma l’unica cosa certa sul dopo è che non riusciamo a metterci d’accordo su cosa si incontra, sente, vede. Mia nonna la metterebbe giù più o meno così: chi lascia la strada vecchia per quella nuova…e poi non finirebbe la frase. Anzi, lo direbbe innanzitutto in dialetto parmense, ad essere precisi, ma io non parlo il dialetto parmense e quindi mi permetterò di rifrasare a mia maniera, in italiano. Quindi, ti dicevo, non sai cosa ci sia dopo.

Al mondo assistiamo in media ad un suicidio ogni 40 secondi. Vuol dire che se sei normodotato, dall’inizio di questo articolo si sono già suicidate 2 persone. Mentre hanno solo cercato di suicidarsi 15, sempre da quando hai cominciato a leggere. Se sei lento, beh un po’ di più. Di questo gruppo a cui si aggiunge una persona ogni 40 secondi, una è italiana ogni due ore e mezza. Quasi 11 persone che si suicidano al giorno sono nostre concittadine. E se ti sto parlando in italiano immagino che tu sia una pianta italiana.

Quanti anni hai? Anche questo influisce. Mi ricordo che al liceo ci dissero che alla nostra età la prima causa di morte tra le ragazze era l’anoressia e tra i ragazzi un incidente in scooter. Io ero sovrappeso, di non mangiare non mi era mai passato nemmeno remotamente per la testa, e mio padre mi aveva appena comprato uno scooter nuovo di pacca. La stessa cosa si potrebbe dire di te: se sei una pianta grassa non morirai mai, a meno che non compri uno scooter. Ad ogni modo, tre quarti dei suicidi avvengono dopo i 45 anni. Tutti parlano della crisi dei trenta ma e me sembrano altri i numeri quelli preoccupanti. Cosa succederà mai ai 45?

Sei una pianta maschio o femmina? Ammesso e non concesso ci siano le teorie di gender anche tra gli arbusti, sappi che se sei una pianta maschio hai tre volte più possibilità di una pianta femmina di suicidarti. Non solo, il tuo sesso determinerà molto il metodo che sceglierai per toglierti la vita. Con percentuali diverse, precipitazione e impiccagione coprono il 65% circa delle scelte. Una pianta può morire per precipitazione? Non lo so, e di sicuro non vuoi scoprirlo tu. Metti che non funziona, l’unica cosa con cui ti ritrovi è tutti i rami rotti e rinvasata in uno di quei blocchi di cemento che dividono il traffico. Così non c’è più pericolo, penseranno. Non esattamente una fine gaudente. 

Se sei una pianta maschio e non riesci a deciderti per nessuno dei due precedenti, probabilmente sarai più attirato dalle armi da fuoco. Poi mi spiegherai come te ne procuri una. Se sei una pianta femmina, invece, opterai più facilmente per l’annegamento o per l’avvelenamento da farmaci. DDT? Glifosato? 

Penserai, ma se io, come pianta adulta e nel pieno delle mie facoltà, dopo aver considerato tutte le casistiche, i vari ed eventuali, decidessi di mia inviolabile volontà di mettere un punto a questo racconto, alla tua vita, ci sarà pure una maniera di farlo bene. Aiutato da specialisti, magari hai una malattia da pianta terminale e non vuoi passare il resto della tua vita ad appassire e a vedere i tuoi cari disperarsi per una cosa che è ahimè inevitabile. Oppure non sei malata, però come sei arrivata in questa vita senza deciderlo molto, pensi che scegliere la tua fine non sia troppo male, come tutti quelli che fumando sigarette, mangiando troppi zuccheri, andando a fare sci fuori pista con la neve fresca si scelgono le loro. Ebbene, dovresti anche sapere che l’eutanasia non è riconosciuta in Italia. 

Ad oggi, il suicidio assistito è presente solo in pochi paesi. Così pochi che posso anche scriverli tutti, si lo so, le liste sono tediose, ma per così pochi: Svizzera, Germania, Paesi bassi, e negli Stati Uniti d’America nello stato di Washington, Oregon, Colorado, Hawaii, Vermont, Montana, Maine, New Jersey, California e Washington DC – che si, è diverso e molto distante dallo stato di Washington – quante cose si scoprono leggendo un post a caso su una pianta che vuole togliersi la vita, vero?

Forse ti aspettavi un articolo pieno di bellezza e di vita per convincerti che questo posto che vorresti lasciare è tanto meglio di qualsiasi cosa venga dopo. Mi dispiace averti deluso ma non credo ti sarebbe stato effettivamente utile. Quando ci si sente disperati, depressi e non si vede nessuna maniera semplice in cui quella situazione possa volgere al meglio si è anche un po’ impermeabili alla bellezza. 

Quando soffriamo ci sentiamo soli e persi. Siamo al centro di un universo tetro che ci siamo costruiti tagliando fuori gli altri, le esperienze degli altri e le loro esistenze. Nei miei momenti più duri ho spesso trovato conforto nel fatto che il dolore fosse un’esperienza orizzontale. Mal comune, mezzo gaudio? Non saprei dire, però ho sempre sentito una forza immensa derivare dal sapere che non ero sola. Che milioni di persone come me stavano soffrendo allo stesso tempo. Mi sentivo un poco come in un ostello, non conoscevo nessuno ma eravamo tutti nella stessa tappa di viaggi diversi. 

Cara pianta, io credo che il vero problema sia non parlare del dolore. Non c’è stata una sola volta che, condividendo il mio malessere, non abbia trovato una persona disposta a condividere il suo. “Sai anch’io ho dormito in un ostello una volta…” E le persone si aprono, parlano dei propri dolori, passati o presenti. “Anche tu qua? Ma come, allora non capita solo a me?” I silenzi costruiscono muri e le parole scavano porte da cui passano le conversazioni più inimmaginabili. E se ce l’hanno fatta lui, lei e tutti gli altri a guarire con tempo e pazienza, perché non ce la dovrei fare anch’io? Per me questa è la migliore delle argomentazioni. 

Coraggio, pianta!

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