Una donna in Iran 3/3

L’ultimo giorno in Iran sono di nuovo a Teheran, alcuni amici mi portano in giro per il vecchio centro città. 

In fila per visitare il coloratissimo Palazzo Golestan io e altri due ragazzi siamo gli unici stranieri. La struttura si sviluppa attorno ad un giardino centrale, i mosaici che decorano le pareti di alcuni padiglioni sono eccentrici e l’architettura vivace è usata da sfondo per le foto di gruppo.

Embargo o meno la selfie stick è arrivata anche qua, ed è gettonatissima. 

Una ragazza mi passa accanto e cattura la mia attenzione, dopo due settimane inizio a guardare l’abbigliamento femminile in maniera diversa: i suoi jeans attillati, il trucco pesante, il velo quasi trasparente che lascia scoperta gran parte della testa e quelle fintissime lenti a contatto azzurre mi fanno intuire che sia una ragazza più in linea con le mode del momento che non con le leggi del governo. 

Si scatta foto ossessivamente, braccio teso, asta posizionata, blocca il passaggio per diversi secondi – troppi – su una scala che porta al Salone degli Specchi. 

Penso che sia una ragazza vanitosa e superficiale, passo e vado oltre. 

È giovedì mattina, il primo giorno del weekend in Iran, le vie del centro sono un brulicare di gente. Di fronte al Palazzo Golestan, subito dopo una fontana e un giardino c’è la porta principale del bazar di Teheran. Prendiamo un panino e ci sediamo sull’erba con i piedi nell’acqua. 

Il caos che il gran numero di persone produce è alienante. 

Lentamente, tra la folla, si fanno spazio tre pulmini bianchi a bande verdi. Sono piccoli, da 10/15 posti al massimo, alti poco più di un furgoncino. Si fermano nel mezzo di tutta questa vita. 

«È la polizia.»

Inspiro con agitazione. 

Mentalmente controllo come sono vestita, cosa mi sono messa addosso questa mattina. 

Vestiti larghi, i jeans più stretti sono già in valigia. 

Espiro più tranquilla. 

Mi sistemo il velo, cerco di coprire anche l’attaccatura dei capelli. Non mi piace come me lo sono messo ma non mi importa: sono coperta, sono salva.

Sui furgoni c’è scritto “polizia” ma sarebbe meglio dire la “buoncostume”. Hanno il compito di osservare la folla e fermare le ragazze non vestite adeguatamente e i ragazzi che hanno un taglio di capelli troppo occidentale. 

«I tempi sono cambiati. Rouhani ha diminuito i controlli e alzato la tolleranza dei poliziotti.»

È la prima volta che li vediamo in due settimane.

In mezzo alla folla attira la mia attenzione la figura di una ragazza che non mi sembra sconosciuta. Cammina svelta, in direzione dell’ingresso della metropolitana, si tiene fermo il velo con una mano, tirando i bordi quasi non volesse vedere qualcuno, con l’altra impugna una selfie stick. 

È la ragazza che avevo visto poco prima dentro al Palazzo Golestan, ma ha il velo sistemato in maniera decisamente diversa. Incede a passo sostenuto verso la più vicina via di fuga, ci alziamo e decidiamo anche noi di andarcene.

Non riesco a non pensare a cosa le sarebbe successo se fosse stata arrestata. 

«Non è nulla di grave» ride Niloufar mentre me lo dice, «anche io stavo per essere arrestata una volta, ma c’erano già troppe ragazze sui pulmini e non sapevano dove mettermi così mi hanno fatto promettere di vestirmi meglio la prossima volta e mi hanno lasciato andare.»

E le altre ragazze? 

«Le portano in commissariato, devono rispondere ad alcune domande e firmare un foglio dove assicurano che non si vestiranno più così.»

Me ne parla con leggerezza, forse perché diverse sue amiche sono state arrestate, «io sono sempre stata abbastanza fortunata» ammette.

Prima di prendere la metro ci fermiamo ad un chiosco e prendiamo un freschissimo frullato di melone verde. 

Niloufar sa che il mese prossimo viaggerò in Egitto, mi chiede se sia obbligatorio anche lì portare il velo. 

No, alhamdulillah – grazie a Dio.

«Ma c’è qualche paese arabo in cui è obbligatorio, in Arabia Saudita mi pare…beh almeno noi possiamo ancora guidare!»

Touché.

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