Una donna in Iran 2/3

Bastano pochi giorni a Teheran per capire la differenza tra regola e prassi. 

La regola impone alle donne di coprirsi i capelli. La prassi è piuttosto un velo che poggi sulla nuca, lasciando scoperta parte dell’attaccatura dei capelli e spesso anche l’intera lunghezza degli stessi sotto le spalle dove finisce il pezzo di stoffa.

La regola impone vestiti sobri, colori opachi, taglie che dissimulino le forme, fianchi e braccia ben coperti e anche le gambe, fino alla caviglia. La prassi presenta un arcobaleno di colori e il diktat coprire le proprie forme viene declinato in maniere molto diverse. 

Siamo sedute su una panchina in cima alla Burg-e Milad e Shirin mi indica una ragazza.

«Quella è la moda di questa estate in Iran.» 

Vedo una ragazza vestita con pantaloni e maglietta neri, non larghi, ma nemmeno aderenti, sopra un cardigan a maniche lunghe, leggero, che le arrivava a metà coscia, aperto sul davanti, non ha bottoni. 

Non capisco.

«Solo le più coraggiose si vestono così, il cardigan è aperto sul davanti e la maglia corta lascia vedere le cosce.»

Vedere le cosce assume un significato completamente diverso. Osservo l’insieme: le donne che passeggiano a 300 metri d’altezza guardando il panorama, le ragazze venute con le amiche con i loro manteau colorati che coprono i fianchi, le donne con i chador neri dai quali spuntano solo l’orlo dei pantaloni e il colore del velo che indossano sotto. Vedo la differenza. Vedo il coraggio di portare un capo che lasci, almeno da davanti, intravedere le tue forme. 

Ma non è sempre stato così. 

«Da quando è stato eletto Rouhani la polizia è meno fiscale e le donne hanno cominciato a prendersi più libertà. Con Ahmadinejad i manteau dovevano arrivare almeno alle ginocchia, sopra a pantaloni larghi. Oggi si vedono in giro anche donne in leggings, per non parlare dei tacchi…»

Teheran è una metropoli moderna, la disposizione dei suoi quartieri, la viabilità stradale e i servizi pubblici non hanno nulla da invidiare a diverse capitali europee, inquinamento compreso.

Scendo in una stazione della metropolitana e se non fosse per la divisione delle carrozze secondo il sesso penserei di trovarmi a Londra. 

Anche le pubblicità appese ai muri sono simili: tariffe telefoniche, cellulari di ultima generazione, conti bancari, vacanze. 

Un cartello attira maggiormente la mia attenzione, l’unico che riporta lo slogan in farsi e in inglese: “nel mondo ogni secondo vengono venduti 22 rossetti.” 

Sopra alla scritta ci sono 22 rossetti disposti radialmente intorno al disegno di un paio di stivali con il tacco, formano un cerchio, il corpo di una bomba a mano. 

Teheran è contraddizione. Tante ragazze vestite alla moda camminano di fretta e passano davanti anche a questo cartello senza degnarlo di uno sguardo.

La separazione dei sessi non è presente solo nella metropolitana ma su tutti i mezzi pubblici e negli alberghi. Se non si è sposati si deve dormire in camere separate. 

Su un pullman per Kashan sono seduta di fianco a Shirin, lei avrebbe preferito sedersi nelle ultime file ma io voglio vedere i preludi del deserto che la statale che porta a Kashan costeggia, insisto per stare davanti. 

Poco prima di Qom l’autobus viene fermato da una pattuglia ad un posto di blocco. Io sento quella comune irrequietezza nel vedersi avvicinare l’autorità costituita. 

Alla partenza, subito dopo di me, era salita una ragazza vestita alla più recente moda teherani. Tanti capelli scoperti e pantaloni attillati, tanto era bastato a me per sentirmi sicura nei miei vesti larghi e poco elegantemente coordinati. Ma lei era seduta nelle ultime file.

Il poliziotto infatti appena sale mi osserva. 

«Non lo sai che bisogna coprirsi i capelli in questo paese?»

E poi, rivolgendosi a Shirin: 

«Insegna alla tua amica come coprirsi nei prossimi giorni.»

È un controllo di facciata, non ha intenzione di percorrere tutto l’autobus. È salito giusto sui primi gradini ed è sceso subito, ma io non ho più voluto sedermi davanti in altri viaggi.

Uscita dalla moschea di Jameh a Isfahan in un giorno festivo mi fermo divertita davanti ad un negozio di abbigliamento per donne. 

Fuori dalla bottega sono esposti otto manichini dal volto femminile ricoperti con otto chador neri. Una vetrina monotona.

Dietro al bancone il proprietario del negozio è seduto davanti a diverse matasse di stoffe tutte di colore nero, alcune con riflessi cangianti, alcune opache. Ma tutte nere. 

“L’Occidente ha più paura del nero dei vostri chador che del rosso del nostro sangue” era scritto su manifesto visto pochi giorni prima a Tehran. 

Otto manichini completamente uguali ma ognuno recante un cartello con una scritta diversa: chador per studente, chador tradizionale, chador arabo e altre parole che non comprendo. 

Rido. I modelli sono tutti completamente uguali.

Mentre continuo a divertirmi da sola il negoziante mi dice che, non si vede, ma c’è un camerino per provarli. Un camerino per provare dei chador, come se servisse svestirsi per provare un chador. 

Continuo a ridere. 

«Qual è la differenza tra il chador da studente e il chador tradizionale?»

E lui serio:

«Il chador da studente ha le maniche corte per permettere migliori movimenti.»

Se lo voglio provare c’è il camerino, insiste. 

Mi avvicino a vedere le maniche “corte” e mi accorgo di stare indossando io in quel momento una blusa dalle maniche molto più corte, appena sotto al gomito. Rifiuto cordialmente, lo ringrazio.

Khoda hafez – arrivederci.

 

Continua lunedì 16 Aprile.

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