Una donna in Iran 1/3

Sono le 2 del mattino e il mio volo della Turkish Airlines Istanbul – Teheran sta cominciando le manovre di discesa. 

Dall’oblò del finestrino vedo un paesaggio irreale: una distesa infinita nera divisa solo da una linea di luci serpeggianti. Risalendola con lo sguardo la vedo, Teheran, una città immensa ma in mezzo al nulla.

La donna iraniana seduta accanto a me si alza, estrae la sua borsa dalla cappelliera e ne tira fuori uno scialle di Louis Vuitton. Lo piega facilmente facendogli assumere una pratica forma a triangolo, si sistema la frangia bionda, adagia lo scialle sulla nuca e con un delizioso nodo sotto al mento lo fissa stabilmente e alla moda al suo capo. Gli estremi rimangono a penzolare sui bottoni del cardigan blu, ton sur ton con i colori dello scialle.

Mi viene in mente mia nonna, in un ricordo di lei quando ero bambina. Si annodava sempre uno scialle in testa alla stessa maniera quando usciva di casa. 

La maggior parte delle ragazze sul mio volo, però, non indosserà lo shal fino ad atterraggio completato. Sto molto attenta a come si comportano le altre donne, è la prima volta che il mio abbigliamento deve rispettare delle leggi precise. Ho costantemente il timore che i vestiti che indosso non siano adeguati, che la lunghezza dei miei pantaloni lasci scoperta troppa caviglia o che la maglia che indosso non copra abbastanza i miei fianchi.

Nel 1979 l’Iran fu scosso da una rivoluzione che vide la mobilitazione di tutto il popolo per la detronizzazione della monarchia dello scià e per mettere fine alla dipendenza del Paese dalle potenze occidentali. In seguito, questa rivoluzione venne rinominata “rivoluzione islamica” perché, nonostante il fronte delle proteste fosse composto da diverse forze unite momentaneamente dal fine comune, la fazione che portava avanti ideali islamici prevalse.

L’anno seguente la rivoluzione il velo e la separazione dei sessi diventarono legge, nelle strade alcune donne manifestavano contro il velo mentre altre donne manifestavano a favore.

La vita esteriore delle iraniane dovette cambiare rapidamente: in pochi mesi le donne che prima erano abituate a portare minigonne e camicette a maniche corte, seguendo le più recenti mode occidentali, dovettero per legge indossare mantelli lunghi e larghi per dissimulare le forme del loro corpo e coprire i capelli.

Gli unici abbigliamenti femminili tutt’oggi consentiti – e le direttive valgono per tutte le donne, comprese le straniere – sono tre.

Il chador è un mantello nero che viene fissato intorno al capo tramite un elastico, i cui lembi lunghi coprono la figura come una grossa tenda fino ai piedi e vengono tenuti chiusi sul davanti con le mani, indossato solitamente sopra pantaloni, velo e maglie larghe. Può anche avere le maniche.

Il manteau che è qualsiasi indumento – un cappotto, un soprabito, un cardigan largo o anche un normalissimo vestito che arrivi alle cosce – abbastanza ampio da non essere considerato attillato che copra le braccia almeno fino a qualche centimetro sotto il gomito e in lunghezza arrivi sotto i fianchi. È di solito portato con i pantaloni e con il rusari, detto anche shal: uno scialle, una sciarpa o un foulard che copra i capelli e il collo. 

Le bambine devono cominciare ad indossare il velo quando raggiungono la pubertà. A scuola tengono una vera e propria festa quale rito di passaggio all’età della modestia. Ma spesso si vedono anche bambine piccole che vestono un rusari o un chador, soprattutto nei luoghi di culto.

Cade spesso lo shal dai capelli a Marjane mentre passeggiamo per il Giardino dell’Acqua e del Fuoco a Teheran. Di un colore azzurro ceruleo, è un leggerissimo foulard in cotone che tiene appoggiato in bilico sopra il capo lasciando scoperta buona parte dei capelli. Cerca di fissarlo facendolo passare dietro alle orecchie. 

Non c’è da stupirsi che sia più giù che su.

È il mio secondo giorno in Iran, non riesco a stare attenta a quello che mi dice. Mi sta parlando del test d’ingresso per le università iraniane, un concorso apparentemente molto selettivo, ma io continuo a guardare il suo velo che scivola. Lei deve aver percepito la mia preoccupazione perché si ferma e sorridendo cerca di sistemare il mio in modo che sembri un po’ più carino. 

Inutile dire che mentre preparavo le valigie ero ben più preoccupata dal creare degli abbigliamenti consoni che non all’effetto finale che i vari accoppiamenti di tessuti e colori avrebbero creato su di me. Per quanto riguarda agli scialle ho scelto i più leggeri che ho trovato in un negozio di sciarpe, in saldo. 

Vedo Marjane che accuratamente piega il mio shal hai lati del viso, lascia un’estremità davanti e una libera dietro, sulla schiena. Non è troppo soddisfatta, mi dice che il tessuto non è dei migliori perché troppo liscio 

«Non l’hai provato prima di comprarlo?»

Mi sento come un tedesco con sandali e calze bianche in Italia. 

Certo che l’ho provato il velo, ho guardato anche dei tutorial su youtube. Ho diverse amiche musulmane e spesso ho visto loro risistemarselo: imitando i loro movimenti la resa finale non era ovviamente la stessa, ma a me importava poco. 

La preoccupazione dell’abbigliamento giusto, del lasciare scoperto troppo polso, caviglia, volto, del vestire non attillato e coprendo le forme ma anche in maniera fresca perché è Agosto e le temperature sono intorno ai 40° aveva fatto passare in secondo piano tutto il resto. 

A Marjane cade di nuovo il velo, questa volta per colpa mia, mi spavento un po’, inarco le sopracciglia e cerco di rimetterglielo in testa velocemente. Lei ride.

«Non c’è problema Francesca!»

E facendo un movimento che mi sarebbe diventato molto famigliare nei giorni seguenti, si risistema lo shal caduto come si sistema un cappuccio di una felpa.

 

Continua lunedì 9 Aprile.

Facebook Comments