Un anno da precaria nella scuola pubblica italiana (3)

Capitolo terzo: DDI (aka DAD)

Un semaforo. L’autunno, l’inverno e la primavera del 2020/2021 facevano alternare settimane dai colori differenti, un unico comune denominatore: didattica online.

La DAD tornò prepotente ad ottobre e ci colse ancora una volta impreparatissimi. I documenti ufficiali non riportavano più didattica a distanza ma didattica digitale integrata, DDI. La sostanza era la stessa e pure la nostra incompetenza. Per molti professori è stato fare lezione da scuola, scrivendo su una lavagna con davanti una telecamera. Nel migliore dei casi i ragazzi avevano un computer, ma la maggior parte seguiva da telefono. Secondo te, le x delle equazioni, scritte in gesso, su una lavagna vecchia, riprese da una telecamera e condivise su Meet, come si leggono? Ecco, appunto, per un cazzo bene.

C’è un sentimento specifico di profonda vergogna per le situazioni imbarazzanti dove non siamo noi il centro dell’attenzione, ma piuttosto quelle in cui incappano i nostri amici o i conoscenti. Come quando la tua amica decide di cantare Adele al karaoke dopo diversi Gin Tonic. Tanto è Adele, cosa ci vorrà mai a imitare la sua voce. La Queen. Tu tenti di distoglierla dall’impresa, ma hai lo stesso potere dell’acqua tonica nei cocktail di prima: zero. Quindi questa canta, malissimo, grazie al gin non si rende conto degli sguardi di pietà degli astanti – almeno questo aveva un’utilità – ma te ne rendi conto tu, e la vergogna si amplifica. Dovuto anche al fatto che non puoi fare nulla per fermare la catastrofe. In inglese si chiama vicarious embarassment, o second-hand embarassement, vergogna di seconda mano e credo che sia stato il sentimento che ho provato di più in DDI.

La Queen dei Gin Tonic

In realtà quando la DDI mi arriva fra capo e collo per un sospetto caso di positività in una delle mie classi, io manco me ne rendo conto. Arrivo a scuola per la prima ora, non c’è nessuno, solo una telecamera sulla cattedra ad aspettarmi. 

– Ma come? Non le è arrivata la circolare? La 2A è in quarantena: classi online!

Cara la mia Preside. Mi serviranno altri tre giorni per *dedurre* che non ero stata inserita in nessuna mailing list. Nessuna. Elementare Francesca, sei appena arrivata, se non te ne rendi conto *tu* di dover andare a cercare il tecnico informatico, nell’ultima classe, dell’edificio H, nella torre più alta, nel laboratorio aperto dal martedì al giovedì – ma solo il pomeriggio! – che al mercato mio padre comprò, chi pensi che te lo debba comunicare? Non è una scuola, è un escape room senza istruzioni. Tutto ciò per dire che la mia prima lezione online mi trova impreparata come le precedenti elezioni scolastiche, è ottobre e sono già stanca di improvvisare. 

Il positivo in 2A era solo uno antecessore. Tempo pochi giorni e tutti ci ritroviamo su Google Meet. Durante le prime settimane era obbligatorio andare a fare lezione online da scuola. Edifici immensi, classi vuote con professori seduti alla cattedra davanti a un computer. Guardavo e sentivo molti dei miei colleghi cadere nei tragici problemi da boomer. Il tecnico informativo aveva lasciato la sua torre e correva da una classe all’altra per cercare di risolvere una situazione senza prospettive di miglioramento. Ci vollero poi pochi giorni per capire che la banda non supportava 40/50 insegnanti in video lezione allo stesso tempo. Venimmo quindi gentilmente invitati a lavorare da casa, tranne i casi senza speranza. Quelli potevano continuare a fare lezione da scuola. 

A febbraio 2021, undici mesi dopo le prime lezioni in DDI la mia scuola attiva dei seminari di alfabetizzazione digitale per il corpo docente. UN-DI-CI  ME-SI  DO-PO. Il programma della prima lezione: Come utilizzare Google Classroom. Ultima lezione: Come utilizzare Kahoot. Siccome era il secondo lockdown mi aspettavo solo io delle persone più preparate? Insegniamo, alcuni da una vita, ma siamo così restii ad apprendere noi stessi cose nuove? Il dubbio di non avere potuto o saputo dare il massimo ai nostri studenti permarrà per tutti i mesi in DDI, cioè fino a giugno.

Connettersi da scuola per non far provare troppa nostalgia della loro classe ai ragazzi.

In qualche modo dovevo combattere il disagio. Durante una settimana gialla – quando si poteva ancora uscire fino alle 18:00 e andare al bar – esco a Bologna con il mio primo Tinder date italiano e lo sommergo con le mie preoccupazioni da insegnante.

– La cosa che mi fa più tristezza sono i ragazzi a casa. Noi adulti possiamo uscire, vedere amici nel comune dove viviamo e attutire questa situazione surreale, ma loro hanno moltissimi meno strumenti di noi, anche psicologici. Se è pesante su di me non oso immaginare cosa stiano passando loro. L’adolescenza è un’età tosta e nessuno vuole stare a casa con i propri genitori…

– Ah, no, beh! Sono solo dei privilegiati! I nostri nonni ha vissuto una, due guerre e non si sono mai lamentati, a questi ragazzi si sta solo chiedendo di stare a casa. Non mi sembra poi così male. Dobbiamo smetterla di trattarli come se stessero soffrendo!

Non la foto di lui vestito da nano con ascia in una rivisitazione storica (?) di non so quale gioco di ruolo. Non il fatto che stesse quasi per mettersi a piangere quando gli ho chiesto perché avesse un gatto, visto che non sopportava gli animali – chiaramente te lo ha lasciato la ex, caro Paolo, ma a differenza tua io ho empatia e non farò ulteriori domande. La cosa che mi fece crollare ogni tipo di interesse, e anche un po’ incazzare, è che minimizzasse la complessità una situazione che non stava vivendo. Come se fossimo tutte persone nate per interagire con uno schermo. Cioè tu ti vesti da nano, Paolo. Piangi quando parliamo del gatto che ti ha lasciato la tua ex. Tuo nonno potrà anche aver combattuto la Seconda guerra mondiale ma non ti vedo molto più preparato dei miei studenti per affrontare questi tempi complessi. 

Come la terza foto tinder di Paolo, ma con più barba e un elmo.

Ça va sans dire che io e Paolo non ci siamo più sentiti ma ho ripensato molto a quell’opinione nei mesi seguenti. 

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