Un anno da precaria nella scuola pubblica italiana (2)

capitolo secondo: professoressa!

Sentirsi chiamare prof o professoressa mi genera gli stessi brividi che hai quando ti siedi sulla poltrona del dentista e questo procede con un micro-trapano a toglierti la placca dai denti. Nulla di male, ma vorrei solamente che questo momento non esistesse.

– Professoressa! La stavamo aspettando, ecco gli elenchi degli alunni. Questa classe è al piano terra, mentre quest’altra al primo piano. Vicino alla scala C.

Sono le 7:15 di un martedì mattino di fine ottobre e il gruppo di bidelli all’ingresso dell’istituto mi squadra indagatore. Io sono arrivata con enorme anticipo perché non so nulla. Anzi qualcosa so, conosco l’orario e le classi che mi sono state assegnate perché è uno spezzone, una cattedra con meno di 18 ore settimanali, quindi prima di accettare mi è stato chiesto se combaciassero con i miei altri impegni lavorativi. Bene, il posto è suo, si presenti martedì un po’ prima per firmare il contratto, benvenuta a bordo! Una preside molto accogliente a telefono.

– Entri pure in classe, professoressa, il contratto lo firma a fine mattinata perché non c’è ancora nessuno in segreteria.

Le mie prime due ore di lezione sono un’infiltrata, e se scappassi adesso? Ma soprattutto, dov’è la scala C? Entro in una classe vuota e prendo confidenza con i materiali didattici. Un computer con Windows XP. Ma non l’avevano ritirato? Un proiettore. Due casse. Un lavagna nera dov’è stata incisa a lettere grandi la parola pene, mi domando da chi. Le finestre sono aperte, spalancate sul parco retrostante la struttura. Sono le norme COVID, per tutto l’anno i ragazzi faranno lezione con la giacca, almeno quando saranno in presenza. C’è una cartina dell’Europa storta sul muro alle loro spalle. Tanti bollini attaccati per terra segnano la posizione che devono mantenere i banchi, obbligatoriamente singoli. La scuola è immensa e io ho un neon lampeggiante in fronte. Dice N-U-O-V-A o forse S-P-A-E-S-A-T-A non so, io non riesco a leggerlo, ma tutti gli altri si.

Un reperto che mostra le incisioni di alcuni antichi studenti egizi su un’antica lavagna di ardesia.

– Devi essere la professoressa d’inglese, piacere! Oggi ci sono le elezioni dei rappresentanti di classe e di istituto le prime due ore, non hai letto la circolare?

Ma cara collega, quale circolare? Manco ho un contratto, solo due fogli con i nomi di 43 alunni e 3 alunne. Già mi sale il femminismo. Torno correndo dai bidelli che mi forniscono un pacco di fogli ciclostilati, ovvero che si leggono malissimo. Sono le regole dell’elezioni dei rappresentanti di classe e di istituto. Su un altro foglio si comunica che il professore delle prime due ore – io – deve spiegare alla classe l’importanza delle elezioni, esporre le opzioni e controllare i voti. Fogli da firmare, schede elettorali in miniatura. È probabilmente la prima esperienza democratica di questi quattordicenni e io sarei solo voluta essere un po’ meglio preparata per questa giornata. Invece la triste realtà è che non ne so nulla. 

Nei miei piani il primo giorno avevo puntato tutto sul fattore sorpresa. Insegnare inglese parlando solo in inglese, tutto l’anno. I ragazzi sono spaesati all’inizio, ma se sono costante si abituano e finiscono per parlare solo in inglese anche tra di loro durante le ore di lezione. È un ITI ma non importa, esporterò il metodo comunicativo anche qua! Sì, le prime settimane è una faticaccia. Evitare le domande in italiano, proprio fare finta di non sentirle. Grandi sorrisi per le domande in inglese, anche quelle che sembrano lontanamente in inglese ma alla fine non lo sono esattamente. Insomma, avevo una lezione di presentazione super strutturata e dinamica su una USB che si sgretola davanti ai miei occhi. Cosa cazzo devo fare?

Scopro che il fattore sorpresa rimane quando la prima docente di inglese te la vedi arrivare a fine Ottobre. I ragazzi non sono spaesati e la curiosità si mischia a quel sentimento tutto adolescenziale di provare dove sono i limiti: interagiscono. Improvvisare mi è sempre riuscito bene, tergiverso un’ora cercando di conoscerli, faccio leggere a loro a voce alta le regole delle elezioni – perdonami Dio dell’insegnamento ma davvero non sapevo cosa fare! – suona la campanella e lascio la patata al professore della seconda ora. Mentre mi dirigo nell’altra classe spero che il professore prima abbia avviato il processo democratico in maniera responsabile. Il sistema funziona solo se gli irresponsabili come me sono pochi. Per fortuna è così. I ragazzi sanno già cosa devono fare, diligenti votano persone a caso – con coviddì non si sono potute fare le assemblee d’istituto – ci rimangono giusto cinque minuti per salutarci. 

Francesca che spiega l’importanza del processo democratico ai ragazzi di prima e seconda superiore.

La segretaria è stupita che io abbia tutti i documenti necessari per la firma del contratto. Dice che sono la prima quest’anno. Ora sono stupita io. Venti pagine e diversi minuti dopo vuole vedermi la Preside.

– Professoressa, ho visto dal suo curriculum che è stata tre anni in Spagna, se la sentirebbe di insegnare anche spagnolo? Abbiamo uno spezzone di sei ore e non riusciamo a trovare nessuno che lo copra.

Penso istintivamente a Giorgio. Parlo spagnolo bene però non ho mai dato nessun esame, non ho i crediti necessari per insegnarlo. In realtà non ho mai frequentato nessun corso di spagnolo. Come le peggio italiane a Madrid l’ho semplicemente imparato. In strada, in birreria, con gli amici, con gli amanti. Parlo ad orecchio, secondo quella consapevolezza linguistica che Krashen chiamerebbe acquisizione, quella che ognuno di noi ha nella propria lingua madre: sappiamo usare le regole ma non le sappiamo spiegare, non ne siamo consapevoli.

– Professoressa, i crediti non sono un problema – ah ora no! – la possiamo assumere come esperta in materia, anche perché non troviamo nessun altro.

Ciao crediti, ciao esami integrativi, Giorgio spostati proprio. Sono esperta in materia.

Il personale scolastico italiano è sottodimensionato. Ci sono graduatorie differenti da cui gli istituti possono attingere per colmare le enormi lacune di insegnanti. Non è raro che questi ricevano le chiamate a contratto dopo la prima metà di settembre, o a ottobre inoltrato, come me. Continuo a ricevere chiamate di scuole disperate durante tutto l’anno scolastico. Spezzoni ovunque, ad un certo punto mi chiedono pure se voglio insegnare francese. Penso sempre a Giorgio.

Giorgio che gentilmente chiama la mia nuova preside per ricordale che senza i crediti giusti non si può insegnare un cazzo di niente.

Dopo questo inizio rocambolesco, per diverse settimane mi sento persa. La scuola è grande e io sono solo l’ennesima faccia nuova. Mi sento proprio da sola. Non conosco i colleghi, abbiamo tutti le mascherine e non riesco nemmeno a ricordarmi bene le facce di quelli che vedo sempre in sala insegnanti. La sala insegnanti è in realtà un grande atrio con delle sedie e dei tavoli, la pandemia ci impone di sedere da soli, il risultato è che gli spazi per la socializzazione non esistono. Presto arrivano i primi consigli di classe e le riunioni di materia, insegniamo ancora in presenza ma le attività di coordinamento sono tutte online. 

La scuola italiana usa la piattaforma Google Meet che ha la stessa risoluzione delle immagini di un snake su un Nokia 3310. Le persone si frizzano, ogni tanto spariscono. Entrano ed escono dalle chiamate secondo logiche che anche i professori di tecnologia non sanno spiegare. Ma è gratuita, quindi la usiamo. Mi fanno ridere quei colleghi che hanno il computer in cucina. Altri hanno comprato una videocamera durante il primo lockdown, evidentemente non è integrata allo schermo del computer, e una volta collegata se ne sono dimenticati: si grattano la pancia, si depilano le sopracciglia, sbadigliano e si stiracchiano, bevono birra – colpevole, vengono assaliti da gatti e bambini, litigano con i microfoni, si sgranchiscono rumorosamente. Lavoriamo online da diversi mesi ma molti non si sono ancora abituati. 

Quick remainder per me: nel galateo delle riunioni online bere della birra da una tazza da té precedentemente messa a rinfrescare nel congelatore è socialmente più accettato.

È autunno e i contagi salgono. A scuola i miei alunni portano sempre le mascherine, le finestre  sono aperte, i ragazzi si igienizzano le mani spesso, mangiano la merenda al banco o in cortile quando possono. Sembra non essere sufficiente. Nuovo DPCM, scuole chiuse, torniamo tutti online. Sono passati dieci mesi dalla primissima chiusura delle scuole e ci ritroviamo al punto di partenza, mi sento frustrata e affranta. Mi sembra che si chieda agli adolescenti di dare del loro meglio e allo stesso tempo non sono sicura che il sistema educativo stia dando il suo. Come i miei ragazzi di prima, dopo poche settimane di presenza e senza aver conosciuto nemmeno un/a collega mi ritrovo a casa a riorganizzare l’angolo ufficio.

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