Un anno da precaria nella scuola pubblica italiana (1)

Capitolo primo: #stabilità

I professori mi facevano a volte tristezza quando andavo a scuola. Io volevo fare la biologa marina, partire per l’Australia, seguire le balene per mesi in mare. Mentre queste persone avevano scelto di ripetere le stesse cose per tutta la loro vita. Io volevo progettare case, fare l’architetta e usare la mia creatività per diventare una moderna Gaudì, innovare. Pensare di insegnare ogni anno lo stesso programma era una noia mortale. Erano diventati professori perché non erano stati in grado di chiedere alla vita niente di più eccitante, non si erano messi in gioco, sentenziavo come un’esperta. Biologa, architetta, astronoma, a diciotto anni non sapevo cosa volevo fare, ma sapevo che non avrei mai fatto l’insegnante. Flash forward: ho trent’anni, insegno inglese alle superiori e mi piace. 

Nulla ti ricorda la scuola come i banchi in formica. 

Non saprei se imputare il disagio verso il settore statale alla Francesca adolescente o quel comune scetticismo tutto italiano – ma diciamo pure mediterraneo – al sentire nominare la parola pubblico. Per molto tempo non ho preso in considerazione questa strada per orgoglio e perché ho sempre riso cantando Gaber: “qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini.” Io ero meglio, pensavo con molta spocchia. Ahimè l’adolescenza è quella fase che comincia verso i dodici anni e non sai mai quando finisce. Se qualcuno sa dov’è l’uscita, me lo dica, grazie.

Senza capacitarmene troppo, subito dopo la pubertà sono arrivati i trent’anni, ovvero l’età che avevano i miei genitori quando io cominciavo la scuola elementare. Ma senza casa, figli, macchina, bollo o un lavoro stabile. FOMO? Non proprio, provo a contenerli anche se mi scoppiano mille paragoni. Si fa presto a dire che “la vita non è una gara ma un viaggio da assaporarsi in ogni suo passo lungo il percorso” ma in vista del mio trentesimo compleanno di tutto quello che pensavo facesse parte dell’adulta starter pack io avevo solo l’età. Dopo aver vissuto i miei vent’anni in quattro paesi diversi e viaggiato su molteplici montagne russe emotive, mi convinsi che i trenta sarebbero stati la stagione della #stabilità. Lo annunciavo proprio così ad amici e parenti “ashtag stabilità”. E visto che vivo e vegeto in una società capitalistica, lavoro dunque sono (felice?), la priorità nella mia vita un anno fa divenne trovare il #lavorostabile.

Un ragazzo che cerca la stabilità, forse su Google. 

Dopo anni nel settore privato dell’insegnamento delle lingue, dove altamente qualificata e altamente precaria sono condizioni che vanno a braccetto, ho dovuto mettere da parte i pregiudizi. 

– Fede, come si entra nel settore pubblico?

La Fede è quell’amica che già in prima media sapeva che avrebbe insegnato matematica da grande. Non la presi mai sul serio né alle medie, né alle superiori, né all’università perché pensavo che stesse facendo finta – come me – di essere uscita dall’adolescenza con le idee chiare. E invece no, Federica è capricorno e questo vuol dire che ha idee chiarissime. Da diversi anni stava accumulando i crediti che le avrebbero permesso di insegnare quello che voleva. Che speranze potevo avere io quindi di avere tutto in regola senza mai averci pensato prima?

Poche, come mi disse pure Giorgio, un simpatico sindacalista che andai a trovare il 27 di dicembre su consiglio di Federica. Vivevo ancora all’estero, non avevo voglia di tornare in Italia nel breve periodo ma avevo lanciato il piano #stabilità in pompa magna ed ero intenzionata a infilare un piede in ogni porta che potesse anche lontanamente portare a un #lavorostabile. L’unica persona più motivata di me a farmi tornare in Italia era mia madre, pendeva dalle labbra di Giorgio.

Giorgio che squadra gli esami che ho dato cercando di trovare il lato positivo. 

– Ti mancano 3 crediti in linguistica generale.

– Ma ho una Laurea Magistrale in Linguistica…

– Si si ma non c’entra niente, devi averne 12 con questo codice o con quest’altro e tu hai 9 crediti in entrambi ma non sono cumulabili.

Strabuzzo gli occhi. 

– Poi ti mancano anche 6 crediti di letteratura inglese.

– No aspetti, a quelli ci avevo fatto attenzione, ho dato tutti gli esami con i crediti giusti per averne abbastanza da raggiungere i 24 richiesti…

– Si ma vedi, per le letterature non c’è un codice specifico, quindi gli esami devono avere la dicitura ‘letteratura inglese’ nel titolo. 

Poco importa il contenuto dei miei esami di Cultura Inglese – spoiler alert: erano di letteratura – dovevo tornare all’università e pagare per i crediti spuri che mi mancavano. Giorgio mi vedeva sempre più affranta:

– Cosa fai a Madrid?

– Insegno inglese, da cinque anni ormai.

– Ah ma allora non sei un’insegnante improvvisata!

Che allegria, Giorgio. Quanti insegnanti improvvisati hai visto passare di qua?

– Comunque se non insegni in scuole pubbliche o paritarie non ti fa punteggio, peccato. Hai delle certificazioni linguistiche? Che so, IELTS, Cambridge…

Io ci avevo già dato a mucchio ma lui era sempre più motivato a trovare qualche punticino.

– No, non ho certificazioni linguistiche perché sono esaminatrice Cambridge. 

– Questo non dà nessun punteggio temo…

Ettepareva.

Realizzare che le cose che rendevano il mio curriculum una figata nel settore privato non avevano il benché minimo riconoscimento in quello pubblico rafforzò il mio scetticismo. Gaber, avevi ragione tu. Ma avevo già lanciato l’asc-tag stabilità e più forte del mio orgoglio ferito c’era solo la mia testardaggine. Mi iscrissi all’università appena in tempo per poter dare gli esami mancanti nella sessione estiva. Mi iscrissi al concorso che quell’estate sembrava imminente e che un anno dopo è ancora da svolgere. Mi iscrissi pure alle graduatorie provinciali perché anche la Fede lo faceva e io la seguivo come si seguono i guru indiani nei momenti di sbandamento della vita.

Una foto abbastanza rappresentativa della Fede. 

Dieci mesi dopo ero in Italia e con la mia prima convocazione in una scuola secondaria di secondo grado. Dieci anni dopo la mia maturità tornavo a scuola con una cattedra part time di nove mesi in un istituto tecnico industriale. Quello che credevo fosse un piccolo passo verso la stabilità si rivelò presto l’ultima montagna dei miei vent’anni.

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