Reportage dal Sahara Occidentale 3/3

Un linea di terra e sabbia che si stacca dal continente africano e che curva verso Sud. Sono 40 chilometri, una sola strada asfaltata che termina in un piccolo centro in riva al mare. È una strada che passa attraverso dune e rocce, costeggiata da costosi resort che sembrano enclavi, strutture autosufficienti che non comunicano con il resto del mondo circostante. Dakhla è una meta privilegiata di turismo sportivo, con meno di dieci giorni di pioggia all’anno e venti costanti dall’Atlantico, è un paradiso per gli amanti di windsurf e kitesurf.

Al nostro arrivo in città non ci sorprendiamo di vedere le classiche strutture abitative marocchine delle campagne, nuove, edifici quasi torreggianti, uno o due piani sopra a quello che sembra un garage al piano terra, tutto in rigoroso colore ocra. Siamo lontani da Casablanca, un’automobile per ogni famiglia non è la norma. Dietro a queste grandi porte di ferro si celano in realtà spazi commerciali, è quello a cui poter ambire dopo anni di risparmi: una casa che possa avere anche la possibilità di diventare negozio. Se non per la generazione che l’ha costruita, sarà per quella seguente.

Dakhla è un villaggio tranquillo, case ordinate e strade parallele, molti quartieri nuovi. Il lungo aeroporto a lato sembra un corpo estraneo, ma c’è da molto tempo, un ricordo della Spagna franchista. Arrivano solo voli interni, arrivano solo ricchi stranieri e ricchi marocchini, vengono caricati su pullman e taxi e spariscono, si insabbiano nei resort che collegano la città al continente. In città rimane chi lavora nei resort, i pescatori e qualche commerciante.

Decidiamo di proseguire fino alla punta di questa appendice, superiamo il centro e costeggiamo il quartiere industriale: capannoni in cemento, lamiere e un forte odore di pesce. Ci sono ancora pochi chilometri, spiagge vuote, nessun bagnante. Dall’ultimo lembo di terra, Dakhla è solo un alone all’orizzonte, tremula per il caldo che sale dalla sabbia. Arriviamo ad alcune baracche, costruzioni quadrate, legno marrone e blu accatastato, teli di plastica. Sono disposte in file ordinate a pochi metri dal mare. Tra queste baracche e la battigia, molte barche, degli stessi colori delle costruzioni. Altre barche a largo. Non ci sono donne, non ci sono bambini, solo pescatori e le loro reti. È gennaio ma la giornata è calda, il cielo limpido e la brezza che arriva dal mare è piacevole.

Ad alcune centinaia di metri dalle barche si trova un modesto faro. Riceviamo molti sguardi, la calorosità tipica e scontata in altri contesti non sembra manifestarsi qui. Non saranno molti i turisti che si spingono fuori dal centro. La sabbia è fina e ci riposiamo qualche minuto, poi rientriamo in città.

Tra le tante piccole attività commerciali che troviamo nelle stradine del centro di Dakhla, i negozi che vendono melhfa sono sicuramente i più colorati. La melhfa è un pezzo di stoffa rettangolare molto grande con il quale le donne sahrawi riescono a vestirsi e coprire tutto il corpo, compresi i capelli. La negoziante ne indossa una color viola acceso, la stampa ha dei cerchi concentrici sbiaditi e irregolari che mi ricordano quando negli anni Novanta mia madre mi faceva giocare con le Fruit, lo spago e la candeggina.

Il tessuto della melhfa è cotone leggero, un’estremità si annoda sopra la spalla sinistra e i metri di stoffa rimanente si fanno passare sotto il braccio destro e sopra il capo. Ti avvolge dalle caviglie alle spalle, lasciando gli avambracci liberi, e si appoggia morbidamente sulla testa. La trama sottile lascia scorrere il vento e la sensazione è di un leggero fresco sulla pelle. Ne compro una anche se non sarò mai in grado di rimetterla tanto elegantemente.

È un pigro sabato pomeriggio, sul tardi la gente comincia ad uscire e la piazzetta arancione sul quale dà il nostro hotel si riempie di rumori. Usciamo anche noi.

«Statt accuórt guagliò

Ci giriamo di scatto ed è così che conosciamo Ahmed.

Ahmed parla solo a Davide, uomo a uomo. Non guarda né me, né Fatima. In un’interessante accostamento di italiano e di quello che io credo essere dialetto napoletano, ci spiega che è importante fare attenzione. Non so quali siano i pericolosi pericoli di un villaggio come

Dakhla, e capisco poco dell’intero discorso. Senza lasciare lo sguardo di Davide, Ahmed ci racconta dei suoi anni in Italia, di come era finito a lavorare con la camorra e la droga.

«Sono tornato perché mammà sta male…»

La sua lettera s prende sempre il suono sc davanti a consonante. È incredibile come il suo italiano sia perfetto per il contesto in cui è vissuto, ma io lo seguo difficilmente.

Ha un ottimo ricordo dell’Italia, ci aveva sentito parlare e alla fine voleva solo fare due chiacchiere. Lo salutiamo. Lui saluta solo Davide.

Quella che doveva essere una sorta di area adibita a campeggio poco fuori città, dove avevamo deciso di passare la notte, si dimostra essere uno spiazzo più o meno piano che dà su una baia molto conosciuta per il particolare vento. Impossibile restare più di pochi giorni se non si è attrezzati. E i nostri vicini danesi sono attrezzatissimi. Ci accedono i fanali del camper quando decidiamo di montare la tenda alle nove di sera e non vediamo nemmeno dove abbiamo lasciato i picchetti. Dobbiamo sembrare davvero irrecuperabili.

Durante la notte musica e voci arrivano fino alla nostra tenda. Ad una cinquantina di metri dal mare una grande haima sembra essere la location di un festino. Un tenda enorme, non da campeggio, in stoffa e con una robusta struttura, foderata di tappeti, cuscini e divani al suo interno, ci si riesce a stare in piedi, è come una stanza. Donne e uomini poco vestiti stanno ballando, la musica è molto alta. In un angolo una drag queen parla con un ragazzo molto incuriosito. Sono tutti marocchini e al nostro sbirciare siamo accolti calorosamente, obbligati ad unirci alla festa.

Si ride e si scherza, si criticano il re e le infrastrutture carenti in buona parte del Paese. Allora tiro in ballo il tema del Sahara Occidentale e si gelano gli animi. L’ultimo taboo.

Fra qualche mese a Beni Mellal arresteranno due uomini perché vivevano assieme, sospettati di essere omosessuali. In realtà li arresterà la polizia solo dopo il pubblico linciaggio di quartiere. Nello stesso mese, a Rabat, due ragazze adolescenti saranno incarcerate perché viste baciarsi sul balcone della casa di una di queste da un vicino. Il quale aveva informato i genitori, e loro stessi le avevano portate al commissariato. Tutto ciò per dire che sta sera i problemi di geopolitica del Marocco dovrebbero essere il loro ultimo problema, e invece pesano. Tanto.

Gli sguardi improvvisamente vaghi cercano di cambiare velocemente discorso.

«Andiamo tutti ad accedere un falò sulla spiaggia!»

Noi torniamo alla nostra tenda, il giorno seguente ripartiamo per Casablanca.

Troviamo un altro autista di tir sulla strada del ritorno, ma non è simpatico come Zakarya. Decidiamo di non percorrere tutto il viaggio con lui, riscendiamo a Laayoune e raggiungiamo con un autobus notturno Sidi Ifni.

Visitiamo in mattinata la spiaggia di Legzira, inconsapevoli di stare ammirando questi archi naturali per l’ultima volta. Fra tre mesi l’arco più maestoso crollerà, lasciando solo una montagna di detriti in riva al mare.

Raggiungiamo nel pomeriggio Mirleft e in serata Agadir. Troneggia su una montagna una scritta a caratteri enormi, composta da grosse pietre colorate di bianco, si vede da chilometri di distanza, risalta contro il colore marrone del terreno brullo.

Allah, al-watan, al-malik: Iddio, lo Stato, il Re. È solo una delle innumerevoli scritte che torreggiano in tutto il Paese su montagne, dighe e alture. Leggendola mi sembra un promemoria: su queste cose non si discute.

 

Questo è il terzo capitolo della storia.

Puoi trovare il primo capitolo qui, e il secondo capitolo qua.

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