Reportage dal Sahara Occidentale 2/3

Il posto di blocco che avevamo appena incontrato era poco più a Sud di Guelmim, quello che Zakaria chiamava bab as-Sahara, la porta del Sahara. È un punto strategico, anche se il Marocco riconosce l’unità del suo territorio nazionale, qui ferma tutti quelli che sono di passaggio e prende i dati dei passaporti stranieri che valicano questo non-confine. In realtà questo è solo il primo di innumerevoli posti di blocco sparsi per tutta la regione, in ingresso e in uscita dalle principali città: Laayoune, Lamsid, Boujdour.

È notte quando arriviamo a Laayoune, il cielo scurissimo e l’illuminazione stradale giallognola sono forse il principale motivo per cui le camionette bianche con la scritta UN nera brillano in tutti i quartieri. Sembra che la città sia popolata solo da queste 4×4, che in realtà sono bene integrate nella vita quotidiana di tutti, nessuno pare farci caso, fanno parte del panorama.

Il brulicare di persone dopo il tramonto è enorme, tutti i negozi sono aperti durante quelle ore del giorno in cui il sole dà un po’ di sollievo.

Io non mi riesco ancora a capacitare di questa militarizzazione internazionale. Rimango a fissare il panorama di uno degli incroci principali della città vicino alla stazione degli autobus. Un passante deve avermi notato prendere appunti: «queste auto le troverai solo qui, risiedono tutti all’hotel Nagir e parcheggiano le loro macchine vicino, c’è il solo bar dove vendono alcolici in città.»

Il Nagir è un hotel imponente che monopolizza l’incrocio, alto, giallo sabbia, con una zona di sosta sul davanti, come quei grandi hotel in centro città che hanno giusto lo spazio per fare salire e scendere i clienti.

Mi sorride e se ne va, parlandomi perfettamente in inglese, mi accorgerò solo nei giorni seguenti del perché avesse marcato quel “solo qui”.

Pensare che le Nazioni Unite abbiano la propria presenza nel Sahara Occidentale all’interno di un hotel comunica un senso di impermanenza. Nessuna base stabile, staremo per poco, devono aver pensato nel 1991 quando venne lanciato MINURSO – la missione di pace delle Nazioni Unite nel Sahara Occidentale.

Il nome è un acronimo: Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale. Il progetto prevedeva una supervisione delle istituzioni internazionali durante la risoluzione del conflitto, iniziato con il cessate il fuoco fra il Marocco e il Fronte Polisario – l’organo di autogoverno della Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi.

Sul sito internet del progetto si dice che era stato originariamente lanciato per monitorare il cessate il fuoco, verificare la riduzione delle truppe marocchine sul territorio conteso, verificare lo stazionamento delle truppe del Fronte Polisario nei territori designati, sovrintendere lo scambio dei prigionieri, identificare e registrare gli aventi diritto al voto e, per ultimo, organizzare e assicurare un referendum giusto e libero.

Il punto di arrivo della missione è proclamare i risultati del referendum di autoderminazione in cui i sahrawi del Sahara Occidentale sceglieranno fra l’integrazione col Marocco o l’indipendenza.

Per comprendere il motivo per cui questa striscia vuota di sabbia assuma tutta questa rilevanza bisogna dare conto di quello che successe durante il colonialismo, non francese, ma spagnolo, e dell’importanza della vicina Algeria nella vicenda sahrawi.

Con la parziale decolonizzazione del territorio marocchino nel 1956, la Spagna rimaneva ancora presente nelle zone Sud del Sahara e nelle due enclavi di Ceuta e Melilla. Nonostante Marocco e Algeria combatterono fianco a fianco le guerre contro le potenze coloniali, l’effettiva decolonizzazione creò non poche tensioni per la definizione del confine nella fascia desertica che divide i due Paesi. Il conflitto sfociò in una guerra aperta nel 1963, quando il Marocco rivendicò una parte del territorio del Sahara occupato dall’Algeria. Il Regno di Hassan II vinse la cosiddetta “Guerra di sabbia” ma preferì ritornare sulle sue posizioni per evitare un’escalation.

Malumori mai sopiti portarono avanti questa antipatia reciproca sotterranea, trasferendo la ragione della contesa su un altro fronte, quello del Sahara Occidentale.

Nel 1975, poiché la Spagna franchista continuava a controllare il cosiddetto Sahara Occidentale, il Re Hassan II ottenne un parere da parte della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia che sanciva i legami storici tra il Nord e il Sud del Marocco. Ancora oggi, tra i principali sostenitori del Sahara marocchino, la ragione che fa da padrone è il ricordo dell’antico califfato del Marocco che si estendeva su tutto l’attuale territorio comprendendo anche il Sahara Occidentale. Così, forte di questo pronunciamento, il 6 novembre dello stesso anno, il Re mobilitò il popolo alla riappropriazione del suo territorio, in un’azione passata alla storia con il nome di Marcia Verde: 20.000 soldati scortarono 350.000 marocchini che si radunarono nella città di Tarfaya per attraversare assieme e con dei Corani in mano il confine del Sahara Occidentale, spingendo la Spagna a mettere fine all’occupazione.

Sebbene all’inizio il Marocco non incontrò apparentemente nessuna resistenza da parte della popolazione locale, fu l’Algeria uno dei primissimi problemi politici. Questa non solo non accettò mai questo esito, ma additò la Marcia Verde come una conquista militare e passò ad incitare le popolazioni sahrawi alla rivolta.

È facile intuire come l’Algeria avrebbe facilmente accettato uno Stato amico che le consentisse di avere uno sbocco quasi diretto sull’Atlantico, per fare arrivare più facilmente sulla costa il gas e il petrolio dei suoi giacimenti nel deserto. Mentre la conquista di una porzione così rilevante di territorio da parte dell’antipatico Marocco era l’equivalente di uno schiaffo, che arrivava appena dopo la sconfitta territoriale appena subita sull’altro confine.

Il Sahara Occidentale viene quindi considerato dall’Algeria come un problema di decolonizzazione, la cui soluzione è l’autodeterminazione del popolo sahrawi. Il punto di vista dell’Algeria è dunque conforme alla legalità del diritto internazionale ed è anche legittimo, tenuto conto della sua storia coloniale.

Considerazioni, queste, che non hanno aiutato la rappacificazione dei due Paesi.

Siamo solo all’inizio di questa terra contesa, io continuo a contare le camionette bianche delle Nazioni Unite. Infinite. Nel nostro viaggio verso Dakhla dei giorni seguenti non vediamo nessuna presenza internazionale.

Invece, i posti di blocco della polizia marocchina si susseguono, e la routine del checkpoint è sempre la stessa. Perché andate a Dakhla? Widsurf. Perché non avete preso un aereo? Viaggiare così è meno caro. Perché parlate arabo? Perché viviamo a Casablanca. Cosa fate a Casablanca? Insegniamo inglese. Ah, welcome, welcome! I nostri dati vengono registrati su un librone dal rivestimento duro e spesso, dati cartacei che dubito qualcuno possa facilmente controllare.

Molti di loro conoscono Zakaria, sorridono lo lasciano passare, come se avere questa conoscenza ci rendesse automaticamente buone persone.

Il melik al-camionet ci lascia ad una quarantina di chilometri dalla nostra destinazione, su un’enorme rotonda circondata da bottiglie di plastica dal contenuto giallo scuro, liquido, navigano sulla sabbia. È l’inizio della sottile striscia di sabbia e asfalto che si prolunga nel mare, parallela alla costa. Zakaria ci saluta calorosamente e con qualche lacrima, domani arriverà a Dakar, noi – spero entro oggi – alla fine di questa penisola: Dakhla.

 

Questo è il secondo capitolo della storia.

Puoi trovare il primo capitolo qui, e il terzo capitolo qua.

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