Reportage dal Sahara Occidentale 1/3

«Signorina, questo è il Sahara…»

Sospensione. Attesa di un aggettivo.

Con la mano aperta muove il braccio come un commediante, da vicino al corpo lo porta lontano. Quasi volesse abbracciare l’orizzonte, tutta questa terra. Una hamada di cui non si vede fine, da una parte, e l’Oceano Atlantico, dall’altra.

Solo pietre, cespugli bassi e secchi e terra brulla, una lingua di asfalto stretta e a tratti sconnessa la divide in due parti ineguali: poche decine di metri dallo strapiombo sul mare e infiniti chilometri di nulla.

Vorrei dirgli che è il Sahara vero, quello che non tutti si immaginano, niente dune dorate, oasi, cammelli, orientalistici beduini in blu. Ma è il Sahara.

Invece, il soldato – stringendo saldamente ancora il mio passaporto in mano – sta aspettando una sola risposta.

Attende, vuole che io completi la frase nel modo giusto, perché in Marocco c’è solo un Sahara e io lo devo riconoscere.

«…marocchino, questo è il Sahara marocchino.»

Annuisco convinta e gli mostro le mie migliori intenzioni con un ampio sorriso. Deve credermi, altrimenti io non arriverò mai a Dakhla: un’appendice sabbiosa di questo enorme continente, mille chilometri più a Sud di questo primo posto di blocco.

Non è del tutto convinto, ma come biasimarlo? Siamo tre italiani che parlano arabo e viaggiamo in cabina di un tir diretto a Dakar.

Perché vi interessa andare a Dakhla? Perché non avete preso un aereo?

Potrei dirgli quello che penso, e cioè che, come in molti viaggi, mi interessa il tragitto e non l’arrivo. Andare a vedere il deserto che si trasforma in spiaggia e continua in sabbia sotto alle onde dell’Atlantico è la meta, ma nel mentre voglio capire cos’è il Sahara Occidentale, questa vastissima terra brulla che sta tra me e un lontanissimo villaggio di pescatori e resort turistici.

Nella mia mente non ci sono dubbi: stiamo attraversando il Sahara Occidentale. Una regione occupata dal Marocco 40 anni fa a cui è stato promesso un referendum dall’ONU per esercitare il diritto dei popoli ad autodeterminarsi. Referendum che stanno aspettando ormai da 25 anni. Periodo in cui il Marocco ha avuto tempo di cacciare via i profughi sahrawi, spingendo loro e le loro tende poco più in là del confine – si fa per dire – con l’Algeria; attivare una vasta campagna di detassazione per i cittadini marocchini con l’intenzione di stabilirsi permanentemente in questa terra desolata; e distribuire ingenti incentivi statali per far rimanere il costo della vita nella regione significativamente più basso rispetto al resto del Paese, quindi una buona attrattiva per i coloni.

Vorrei vedere questo popolo sahrawi, o almeno quello che ne è rimasto, e vorrei capire perché questa terra brulla sia diventata il centro di tutti i problemi di politica internazionale marocchina.

Il Sahara occidentale infatti è un tabù. Il Marocco non ne riconosce nemmeno una realtà geografica, senza parlare di quella politica. Soltanto a pronunciare le parole Sahara Occidentale si rischia l’arresto. Perché non c’è nessun Sahara Occidentale, c’è solo un Sahara ed è marocchino.

Ma è un’idea difficile da esportare.

Anas progetta applicazioni per smartphone, lui e un suo socio stanno lavorando ad una nuova idea da lanciare al servizio del turismo – in costante crescita negli ultimi anni in questo Paese. Hanno bisogno di una cartina del Marocco che l’utente possa utilizzare per ricercare le informazioni nei luoghi di interesse ma sono bloccati. Sanno che la mappa dell’applicazione dovrà riportare il territorio marocchino nella sua completa e ufficiale estensione. Se dovesse segnare il confine tra Marocco e Sahara Occidentale o soltanto riportarne la dicitura – come in Google Maps – il progetto non potrebbe essere approvato.

«Stiamo cercando altre soluzioni, ma non è semplice…questo è il Sahara marocchino solo per il Marocco.»

Sì e no, questo è il Sahara marocchino anche per tutti quelli stati che sulla questione hanno deciso di adottare un profilo neutrale.

Ottobre era un mese importante per Ikea, l’inaugurazione del suo primo store in Africa avveniva proprio in Marocco. Circa a metà di quei cento chilometri che dividono le due città più ricche del Paese, Rabat e Casablanca, si era scelta la location perfetta per un mercato ancora vergine, smanioso di europeità. Alla vigilia dell’inaugurazione, però, le autorità marocchine fanno presente alla multinazionale che mancano ancora delle carte, la situazione non è in regola, e quindi non possono autorizzarne l’apertura.

Carte che si sono miracolosamente trovate cinque mesi dopo, quando la Svezia ha inaspettatamente deciso di togliere il proprio supporto alla causa del Fronte Polisario sahrawi ripiegando su una più pacata neutralità. Per la gioia della borghesia marocchina, unica fetta di società che si possa permette i prezzi europei dei mobili svedesi.

Fortunatamente i miei grossi sorrisi devono avere convinto la guardia che mi ridà tutti i passaporti e mi dice «Marhaba fil Maghrib», benvenuti in Marocco. Ringraziamo e risaliamo sul tir direzione Sud.

Zakaria – l’autista – trasporta mandarini, da Agadir a Dakar gli servono quattro giorni dormendo poco e mangiando molto bene: la strada è lunga ma conosce tutti i migliori punti di ristoro. E quando non c’è un ristorante soddisfacente per i prossimi chilometri prepara lui stesso un tajine di pesce con molta semplicità, seduto su una tanica di benzina dietro ad uno dei suoi grossi pneumatici, al riparto dal vento forte che sferza dall’Atlantico e che si sfrangia sulle pareti rocciose di questo Sahara marocchino.

Zakaria ha trentatré anni, ma ne dimostra almeno dieci di più. Parla solo darija – il dialetto locale – e continua a chiamare i suoi amici passandoceli a telefono: «senti chi ho raccolto sulla strada!»

Dopo un giorno di autostop, partiti da Casablanca, Zakaria ci ha trovati sul calar della sera, lontanissimi dalla nostra meta. Ma lui ci doveva passare proprio accanto a Dakhla e più le ore passano più capiamo di essere un ottimo diversivo alla sua solitudine durante la guida.

Due volte a settimana percorre tutto il Marocco, va e viene dal Senegal, c’è solo una strada e ormai la conosce bene.

Troviamo un soprannome per Zakaria: melik al-camionet (il re dei tir). Lo adora e ci adora.

L’anno in cui avevo cominciato ad interessarmi ai dialetti arabi mi era capitato di guardare una puntata di una serie tv siriana su un tassista di Damasco: melik al-suzukiet, il re delle Suzuki. Ad ogni amico che lo chiama ripetiamo lo stesso teatrino: «ditegli come mi chiamate…!» allungandoci uno dei due telefoni che controlla periodicamente mentre è alla guida.

«Zakariaaa, melik al-camionet!»

Grandi sorrisi, grandi risa, continuiamo sereni fino alla prossima chiamata.

Questo è il primo capitolo della storia.

Puoi trovare il secondo capitolo qui, e il terzo capitolo qua.

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