Operazione ritorno

Se la mia vita fosse un libro sarei un po’ contrariata con la trama. L’autore avrebbe dovuto creare più suspence, costruire il problema con calma, strutturarlo con cura e arrivare al suo apice dopo un conflitto interiore interessante e avvincete. Così si fidelizzano i lettori, lessi una volta in un manuale per aspiranti scrittori.

A ben pensare quel manuale non mi è mai piaciuto fino in fondo. Asseriva che la finzione, la scrittura, dovesse perentoriamente avere una logica e una struttura coerente. Nessuno trovava interessanti i romanzi che ricalcavano la vita reale, che affermavano l’esistenza del caos. Le storie dovevano avere un senso, andavano programmate, tutto doveva accadere in funzione della finzione. Se descrivevi un gazebo, quel gazebo doveva essere di vitale importanza nel racconto. Se un personaggio ne incontrava un altro, quell’incontro era strumentale a qualcosa che sarebbe venuto dopo. Insomma, ai personaggi non capitavano cose a caso. Il caso non era una buona trama.

Eppure a me nella vita sono successe tantissime cose per caso. Dalla mia nascita a Correggio, in provincia di Reggio Emilia, all’iscrivermi a lingue all’università invece di storia orientale. E mi piacciono quelle storie dove i personaggi sono i balia degli eventi perché per una volta mi sento rappresentata. Il caso c’è, esiste, ed è pure un anagramma di caos – qualcosa vorrà pur dire, insomma, non sarà un caso.

La birra dell’anno.

A luglio, senza mascherina e da due settimane in vacanza, scherzavo allegramente in una distesa di un bar a Madrid: sono passati sei mesi di questo 2020 e non so se tirare un sospiro di sollievo o preoccuparmi per i prossimi sei. LOL.

Mantenendo la mia salute mentale dopo una quarantena troppo lunga, perdendo un lavoro ma garantendomene uno migliore per Settembre pensavo di aver passato la prova pandemia a pieni voti. High achiever come sono – figlia di genitori troppo esigenti, direbbe il mio psicologo – vedevo riflesso in questo scatto di carriera il buon karma accumulato dopo il mio precedente datore di lavoro, una che aveva un PhD in stronzaggine e una passione per le fake news. Il COVID-19 è una bufala e posso citarvi diversi video su Youtube per dimostrarlo. Ah ah, si ok.

Seriously, stop.

A quindici giorni dall’inizio dell’anno scolastico la mia nuova accademia licenzia vecchi e nuovi insegnanti, Madrid ha diecimila nuovi contagi al giorno, nessuno sa come inizieranno le lezioni, molte scuole chiudono, molti colleghi se ne tornano ai loro paesi d’origine e io sono ufficialmente a spasso. Affranta un giorno spammo il mio curriculum dappertutto in Emilia e a Madrid, mi cucino degli spaghetti allo scoglio, apro una bottiglia di vino bianco, mi metto in terrazza e aspetto. Essia, andrò dove dovrò andare. Il mio telefono squilla ma sono sempre e solo scuole italiane, in Italia.

Era evidente, dovevo solo accettarlo. L’operazione ritorno comincia comprando scatole di cartone su Amazon. È un lutto. Devo ammettere che sono uscita da alcune relazioni con molta meno fatica. Mia madre vuole, cito testualmente: comprare un biglietto per Madrid – che in questo momento sta all’Europa più o meno come Wuhan sta alla Cina, venire, impacchettare le mie cose e piangere assieme per questo grande cambiamento. No mamma, non vuoi vedere quanto alcol berrò per salutare tutti i miei amici. Né la faccia da hangover che avrò perennemente tutte le mattine della mia ultima settimana in Spagna. Non vuoi vedere il tour dei saluti ai miei bar preferiti, agli amici e agli amici tinder. 

Le pochissime cose che ho riportato in Italia.

Causa pandemia, le persone che ho salutato senza abbracciare sono tante. Il mio insegnante di zumba. Ti voglio bene Francesca! Mi mancherai e mi mancherà la tua energia in classe! E tu mancherai a me Arturo, che due anni fa nemmeno io credevo di poter muovere la parte superiore e la parte inferiore del corpo in maniera coordinata. Hai fatto un miracolo.

La mia parrucchiera, Mariajo. Con questo coronavirus di merda non posso nemmeno baciarti! È stata la prima signora fuori dall’Italia che mi abbia mai tagliato i capelli. Dire ‘scalati’ in una lingua straniera è sempre un problema. Forte e genuina, sempre fumando fuori dal suo negozio, ero diventata la sua contrabbandiera di libri di inglese per il figlio, e di biologia, e di tutti quelli che riuscivo a trovare online. Con le prove e le risposte. Insomma, se questo ragazzo è stato promosso è anche un po’ merito mio.

Aitor, Igor e il loro pub. Due baschi che mi credevano inglese e che si sono ricreduti solo dopo aver conosciuto mio padre. Il quale, un po’ brillo, si complimentava calorosamente per la cucina e la qualità del vino in quel linguaggio che è il suo esperanto: italiano parlato lentamente e con grossi gesti con le braccia. Hai visto che capiscono tutto! Hai visto che sto traducendo in spagnolo? A cui è seguito un discorso di Igor sulle similitudini tra le società italiana e quella basca – a suo dire entrambe matriarcali, mica come quella spagnola, son todos machistas! Insomma, un simposio sociologico, che rientra tra quelle cose che si fanno meglio con del vino. Con la pioggia o con il vento, con il CELTA o de parranda, passavo al loro locale almeno una volta a settimana. Uno dei pochi posti dove mettono tapas ottime e gratis. Era la mia perla a Lavapies. E il mozo lo lasci qua? Ma che ragazzo, Aitor, sono single! Allora ti abbraccio. Chi era machista?

Gomiti, mai usati così tanto come quest’anno.

Gli amici mi aiutano a fare le scatole, regalo ad ognuno una cosa, un po’ per non riportarmi in Italia troppa roba e un po’ perché voglio avere qualcosa di me che rimanga a loro. Questa esperienza non può scomparire con la mia partenza. Tieni la macchina per fare la pasta, prendi il set da campeggio, ti lascio i piatti, a te il tappetino per fare ginnastica, i divisori del mio armadio, le ceramiche che comprai in Marocco, una foto a tutti. Saluto con gomiti e abbracci, impacchetto tanto e piango molto. Mi serviranno due settimane di quarantena forzata a casa e di sonno per far sparire le occhiaie. Un ritorno sicuramente positivo, sotto troppi aspetti: a sorpresa c’è coviddì.

C’è coviddì starter pack.

Che nome vuoi dare a questo periodo? Non sono sicura, ho solo alcuni finalisti: attracco, landing manoeuvres, riacclimatarsi, decompressione. Finito uno tsunami me ne incontro un altro e la consapevolezza che questo 2020 si passa con resilienza o non si passa. E alcune poche cose di cui gioire anche stando in quarantena in una stanza: Internazionale cartaceo in edicola, la cucina della mamma, l’erbazzone della zia e le paste del bar alla crema.

Un giorno lo racconterai ai tuoi nipoti, questo trasloco che hai fatto dalla Spagna durante una pandemia: è stata una pazzia.

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3 risposte a “Operazione ritorno”

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