Mia nonna, una storia della bassa

Aprivi un’atlante vecchissimo, prendevi la pagina del continente Europa. Un ammasso verde di paesi nella parte destra della cartina formava un compattissimo blocco: U.R.S.S. 

«Me lo aveva regalato il benzinaio, con i punti!»

Hai sempre guidato il Ciao della Piaggio, bianco. Mi ricordo del terremoto del XXXX, non perché fosse grave – per carità abbiamo visto di peggio – ma perché all’asilo ci avevano detto che si andava a casa prima. Avevano chiamato i nostri genitori, ma i miei lavoravano, lo sapevo, non potevano venirmi a prendere. Quando si è piccoli il mondo dei grandi obbedisce a regole rigide.

Rimarrò qui con le maestre, pensai. 

Mannò, verrà a prenderti un nonno, mi dissero sbrigative loro.

Ma mia nonna guida un Ciao. Non hai mai guidato nient’altro. Ero terrorizzata dall’idea di salire sul Ciao con te e cominciai a piangere.

«Fammi un po’ vedere dove sei andata questa estate…»

Partiamo con l’indice teso dall’Italia, perché è color giallo chiaro e risalta al centro di questo Mar Mediterraneo azzurognolo. Proseguiamo verso oriente, passiamo la Giordania.

«Teheran?»

Sono appena tornata dall’Iran una macchia viola vicino al bordo di questa cornice, dopo di che la fine della mappa.

«E adesso dove hai detto che vai?»

Ripassiamo il dito sul Mediterraneo, in senso opposto, costeggiamo l’Africa e ci fermiamo prima di raggiungere l’Atlantico.

«Rabat»

Leggi le capitali che sono solo piccoli quadratini neri spessi su una distesa di colori.

«Francesca, ma viaggi più del Papa!»

Ridiamo e tu ti fermi a guardare ancora l’atlante, a calcolare le distanze da casa.

«Non sarai poi tanto distante, è appena qua sotto la Spagna, è un centimetro!»

Poi mi guardi negli occhi e sorridi.

«Mo ‘tsi bela – come sei bella!»

A te questo ultimo Papa piace, e non solo per il nome.

«Ha la faccia simpatica, buona. Mica come l’altro là…»

L’altro là non ti è mai piaciuto. Dicevi che non aveva una bella cera, e poi aveva abolito il limbo. Così, da un giorno all’altro. Puf. Il limbo non c’è più.

«E dove sono finiti i miei bambini?»

Avevi un’espressione desolata quel giorno. Ma cosa ne posso sapere io di quando si moriva ancora di parto? Di una vita passata nella bassa, di duro lavoro, di aborti spontanei e feti nati morti. Normalità.

«Io non so se il prete ha fatto in tempo a battezzarlo, spero di sì, ma non lo so…perché adesso dove va se non c’è il limbo? Dov’è?»

Sono passati sessant’anni e non ti dai pace. Le poche volte che ti accompagniamo al cimitero vuoi passare per prima cosa davanti alla sua tomba. Ci dici sempre che vuoi essere sepolta lì, accanto a lui. È un cimitero piccolo con alti alberi al suo interno. A meno di cento metri si trova la casa dove sei nata.

Mentre il nonno è in un altro cimitero. Non so quasi nulla di lui, di voi. Sono nata io e poco dopo se n’è andato lui. 

Nessuno ha parlato mai del nonno. 

Da piccola avevo sentito le parole ‘separati in casa’, ma non ero riuscita a sciogliere l’ossimoro. Tu porti adesso anche la sua fede al dito, due anelli prima di una nocca nodosa che ogni tanto ti tocchi.

Dita che guardi sempre anche a me, ad ogni nuovo anello mi chiedi: 

«È quello che penso io?»

E io ti dico di no, che non lo è. Che sono giovane.

«Brava, non ti sposare presto! Ma non fare nemmeno come lo zio Giuseppe…» che si è sposato a cinquant’anni. E ridi.

Sto tornando per il tuo funerale oggi. 

Sono di nuovo via, lontano, dentro a quella cartina colorata che abbiamo aperto assieme qualche anno fa. Attraverso aeroporti anonimi e luoghi grigi in questo pellegrinaggio verso la bassa. Penso al caseificio, al cane Lea, agli anni in cui stavo con te dopo la scuola, alle case che hai abitato, all’orto dove mi raccontavi che seppellivi i gatti morti sotto le zucchine, e alle verdure che non ho mai voluto mangiare. Quelle che sbucciavi sotto al portico in grandi cesti.

«Guarda tuo cugino Michel com’è bravo! Lui mangia sempre tutti i fagiolini» e io no. Mai. 

Mi ricordo il camion dei surgelati che passava in campagna a vendere porta a porta. L’argine altissimo vicino casa. Gli anni del divorzio dei miei genitori e tutti gli anni dopo, che non sono più stati gli stessi.

E se mi trovo a scrivere queste righe in aeroporto è per te. Se ho viaggiato e viaggio è anche grazie a te. A te che hai fatto la tua luna di miele a Roma. A te che non sei mai andata a Lourdes perché «vorrei tanto ma è troppo lontano.» 

Perché in questo momento vedo meglio quello che è stato fatto per permettermi di essere quella che sono: qua, oggi, a scriverti, a ricordarti e a piangerti dal Portogallo.

Siamo nani sulle spalle di giganti.

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