L’appartamento spagnolo: Capitolo terzo

Il primo mese di convivenza con persone che non si conoscono è simile ad un viaggio. Sei in modalità avventura, scoperta, accetti tutto e cerchi di integrarti in una nuova routine trovando i tuoi spazi e cercando di capire quelli della gente che ti circonda. Hai un grande entusiasmo perché, in fin dei conti, è un nuovo inizio e si è sempre pervasi da grande entusiasmo all’inizio. Cerchi di vedere tutto dall’angolazione migliore. Anche per questo non mi stupì più di tanto quando Audrey mi presentò un’altra coinquilina.

«Non c’è solo Audrey. O meglio, non sono solo Audrey. Mi chiamo Audrey, ma quando bevo divento Claudie.»

Non troppo velatamente il mio sguardo cade sul bicchiere di rosso che tiene in mano. Era ancora Settembre e l’aria calda della sera a Madrid ci faceva mangiare in terrazza.

«Però devo bere molto per diventare Claudie,» sono dettagli importanti. «Non mi ricordo cosa faccio, cosa dico, ma se mi chiami Audrey non mi volto, non ci sono storie.»

Io devo avere spalancato ancora di più i miei occhi perché spiegazioni non richieste cominciano a scivolare fuori dalla sua bocca.

«C’è stato un periodo in cui Claudie era una mezza matta, l’anima della festa. Ma credo che qualcosa sia cambiato, ora vuole un figlio, vuole sistemarsi, sposarsi. È matta! Sono un po’ preoccupata…»

È matta.

Siamo interrotte dallo sbattere della porta d’ingresso che ci comunica il rientro a casa di Rocio. Rocio è un girasole, la puoi sentire in casa la mattina presto quando esce inchiodando i tacchi nel parquet dalla sua camera fino all’uscita, e alla sera, quando torna e chiude la porta con la leggiadria di chi è rientrato da una giornata troppo lunga per badare alle accortezze. Finché c’è luce non la trovi in casa. Per più di un mese di Rocio vedrò solo l’ombra nel corridoio.

Continuando a sorseggiare il suo rosso, Audrey è in vena di confidenze: «ho deciso che andrò a vivere alle Canarie con Fran, non ne posso più di Madrid!»

Avevo tre coinquiline e la sera che mi presentano la quarta ne perdo due in un colpo. È incredibile di come tutto si muova velocemente nelle grandi città.

«L’ho conosciuto quest’estate, a La Palma, quando ero in vacanza. Arriva domani e starà qua una settimana con me, poi, se tutto va bene, a fine mese me ne vado per sempre.»

Fran è un allegro signore sulla cinquantina, canario, con forte accento canario, che significa parlare spagnolo come se si avesse vissuto vent’anni a Cuba. Dirige un ostello in un piccolo villaggio dell’entroterra de La Palma, una piccola isola dell’arcipelago delle Canarie. Passa una settimana a Madrid esercitandosi con la chitarra sulla nostra terrazza ad ogni ora del giorno. Si ferma per brevi pause solamente per cucinare e rollare canne. Ha una calma e una tranquillità contagiose. Possiede la capacità di portare a termine qualsiasi azione nella maniera più serena che si possa immaginare. Questo genera nelle persone circostanti due effetti opposti: una calma di riflesso o un’impazienza di reazione. 

Vederlo ciondolare per casa mi riportava alle lunghe estati scolastiche, quando per tre mesi si dovevano soltanto fare compiti e trovare un modo per passare il tempo con gli amici. Gema, invece, era presa da attacchi di laboriosità nervosa. Lo seguiva e ripuliva quello che Fran si lasciava dietro: il tabacco appena rollato, le briciole del pane che finiva di tagliare, un calzino caduto da chissà dove. Il tutto avveniva senza astio. I sorrisi rilassati di Fran si incontravano e salutavano con quelli nervosi di Gema, gli uni non meno sinceri degli altri.

Alla ripartenza di Fran, Audrey entrò in modalità trasloco. Riconquistò la chitarra, con la quale passò ad esercitarsi durante tutto il suo tempo libero, ovvero sempre. Non perdeva occasione per ricordare a voce alta «devo cominciare a inscatolare quello che voglio tenere e a vendere il resto.» 

Due settimane più tardi, alla vigilia della sua partenza per La Palma, aveva venduto solo il letto ad uno dei suoi ex rimasti in città e mi aveva regalato alcuni libri, tra i quali, un kamasutra in francese. Incapace di riorganizzare una vita di 11 anni nella capitale, a otto ore dal volo spostava tutti i suoi averi nel nostro salotto – come se liberare la camera potesse essere di aiuto nel sistemare quello che non era riuscito a piazzare su Wallapop.

Inutile dire che partì velocemente, lasciando un armadio esploso in soggiorno. È strano come ci attacchiamo alle cose, alle nostre cose. Audrey era convintissima fino al momento prima di salire sul taxi per l’aeroporto che, costi quel che costi, doveva viaggiare verso la sua nuova vita con un tostapane regalatogli da suo padre anni prima. C’era anche una pentola a pressione dal particolare valore affettivo e una borsa donatagli da sua madre e mai utilizzata. Queste e tante altre cose, eredità di un decennio spagnolo, ingombravano ogni angolo e centimetro dell’unica sala comune. La pesantezza di quegli oggetti che abbiamo dovuto trasportare noi – quelle rimaste – in cantina mi riportava al mio trasloco. Le scatole leggere che riempivamo agilmente io e le mie nuove coinquiline pesavano come cemento su Audrey. 

Le ultime scatole del mio trasloco le aveva chiuse Arianna, e io chiudevo quelle di Audrey. Mi piaceva pensare che avessi restituito il favore. Perché gli oggetti, e i ricordi, pesano come macigni.

«Sì, è vero che all’inizio non ero estasiata di avere un’italiana per casa. Voi e gli argentini siete sulla mia lista nera. Ma te lo dico con il cuore, se tu fossi arrivata anche solo un mese prima, io sarei probabilmente rimasta a Madrid, ma cherie

L’aiutai a salire sull’Uber mentre mi faceva promettere di non dare mai più fiducia agli argentini. E poi partì.

 «So che è un errore, spero solo sia il mio ultimo.»

 

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