L’appartamento spagnolo: Capitolo sesto

Quarantena.

«Sai cosa m’è successo oggi? Passavo le lattine di birra e il lettore non le riconosceva. Errore, errore e ancora errore.»

Entra in cucina e comincia a parlare, una tempesta, un racconto inaspettato, in fibrillazione. 

«Nessuna marca di birre passava. Estrella Galizia, errore. Virgen, errore. Alhambra, errore. Siamo andati tutti in panico. Questi stronzi del governo adesso ci vogliono anche proibire la birra! E io come faccio senza birra?»

Stavo cercando di capire se la mia quiche fosse cotta. La noia della mia quarantena si è espressa in cucina.

«Ho avuto un’idea, tutti i cassieri fermi. Ho chiamato Paco. Paco vai a prendere una bottiglia di TUTTE le birre che abbiamo, deve passarne UNA. Dico una! Bene, Paco arriva con un carrello pieno di birre – te lo immagini pieno di birre eh! – una per ogni marca che vediamo. E io mi metto a passarle tutte.»

Questo racconto è pur sempre la cosa più eccitante che accadrà al mio sabato sera. Mi siedo e fingo di mostrare interesse.

«Di tutte, l’unica che passava al lettore era la Mahou Cinco Estrella, ma non la birra piccola, la litrona! E allora tutti i clienti via, a correre verso il reparto delle birre a comprare Mahou Cinco Estrella, a litri.»

La vendita di birre al dettaglio in Spagna è aumentata dell’80% dall’inizio della quarantena. Nemmeno la carta igienica è riuscita a fare meglio.

«Io però non lo trovavo giusto! Allora sono andata a protestare ai piani alti. Maria, vieni a prendere il mio posto alla cassa. Ma non puoi andare in pausa un’altra volta, Gema! Non mi interessa, questa cosa è grave, vieni! Sono salita fino alla direzione, poi ho incontrato Manuel, quello dei codici e mi ha detto che c’era stato un errore nell’inserimento dei codici degli alcolici. Insomma, era solo un problema informatico!»

Scontato. Questo episodio di ‘Una vita al Corte Ingles’ mi ha un po’ deluso.

«Però io avevo già detto a Paco di mettermi da parte due casse di Mahou, che non le toccassero i clienti che io non posso vivere senza birra. E niente, le ho dovute pagare. Adesso ho un sacco di birre, se ne volete un po’…»

Questa è la prima buona idea che mi sembra uscire dalla sua bocca oggi.

«Però, guarda, un panico. Un panico così nella mia vita non l’avevo mai avuto. Mi sono tremate le gambe, i polsi…»

È l’unica persona del nostro appartamento che deve ancora uscire, siamo tutte confinate da un paio di settimane. La mattina Gema si sveglia e prende uno spruzzino con acqua e candeggina e spruzza. Un pomello lì, una sedia là. Spruzza, pulisce e rispruzza. Il bagno ha l’odore di quelle piscine coperte dove si andava da piccoli per imparare a nuotare. Tutti i bambini ci pisciavano dentro e quindi loro giù di cloro. 

«Francesca, come si apre la moka?»

Rocio, 34 anni e non ha mai fatto un caffè. Respira. Ma io ho finito il caffè.

«Ce l’ho io, ce l’ho io! L’ho comprato in Ecuador in un viaggio, tre anni fa…»

Sgrano gli occhi e istintivamente ritraggo la caffettiera, verso di me. Tu non ci metterai dentro quella roba.

«Ma no! Cosa dici?! Il caffè non scade.»

Allibita spiego che anche il caffè è un alimento, e scade. Il tempo trasforma ogni cosa e pure il caffè. Filosofia.

«No no no, il caffè non scade. La so così anch’io.»

Non lo faccio quasi mai, ma mi vedo costretta a giocare la mia carta nazionalità. Davanti ad una spagnola e un’inglese recidive devo. Almeno per il mal di pancia che sto evitando ad entrambe. Sono italiana, il caffè per me è importante, ascoltatemi. Diatriba conclusa.

«Expiration date è l’unico date che mi posso permettere in questo periodo.» Meglio di niente.

Ci addentriamo così in una lunga conversazione dove si scopre che la caducità è una caratteristica anche del formaggio stagionato, delle fette biscottate e della birra. Si, lo hai grattugiato un mese fa e lasciato in frigo, ma il frigo non è ancora una macchina che ferma il tempo, ahimè. Economia domestica spicciola.

Lo stupore viene bruscamente interrotto da uno scrosciare di applausi. Sono le 19:58 e Madrid tutti i giorni si affaccia alle finestre, va sui balconi e applaude al personale sanitario. Noi applaudiamo anche per un nuovo vicino di casa, il dirimpettaio bono che vive da solo. Quando accende le luci lo seguiamo da una finestra all’altra.

«Secondo me lì c’è il salotto, quella è la cucina e la camera da letto non la vediamo perché dà sull’altro lato.» Dopo un Master in Architetture della Noia siamo capaci di ricreare nella nostra testa qualsiasi cosa. L’unico muscolo che stiamo allenando con costanza è la creatività.

Pochi minuti e poi tutto tace. Le persone tornano nelle loro case. Rocio si affaccia alle finestre del soggiorno e urla: «Gooon!»

Gonzalo è un vicino che sta troppo lontano perché possa sentirci, ma abbastanza vicino nei ricordi. Rocio si è inventata un rito catartico: tutte le volte che pensa a lui, invece di chiamarlo – errore perpetuato troppo a lungo l’ultimo anno – corre alla finestra e urla il suo nome. Se stai provando a biasimarla è perché non vuoi riconoscere quello che hai fatto tu l’ultima volta che sei stato/a lasciato/a. Ognuno ha la sua maniera di guarire.

Siamo tutti a casa adesso e siamo sempre in ascolto. Sentire un «Gooon!» anche se solo poche volte al giorno – quando siamo fortunati – ha attirato l’attenzione. Adesso Rocio ha il suo proprio flash mob personale: ogni volta che urla, diversi adepti si aggiungono in risposta allo straziante grido di amore. Per chi avesse ancora dei dubbi che deriviamo dalle scimmie. Anche le nostre vicine americane le fanno il verso «Gone, gone, he is gooone!»

Jess invece affronta la quarantena in maniera propositiva: «io credo che utilizzerò questo mese di quarantena per imparare qualcosa di nuovo. Faccio un corso di arabo, dai.»

L’illusione di avere più tempo libero è la più difficile da debellare. Il mio ufficio è il mio computer e non c’è più una differenza fra tempo privato e aziendale. All’arrivo di una mail devo rispondere subito. Subito. Devo lavorare di più perché lo spettro della cassa integrazione e della disoccupazione ci sono stati presentati dal primo giorno. Mangiamo davanti al computer, non ci mettiamo più il reggiseno, le scarpe le indossiamo solo per andare al supermercato, il nostro giorno di festa. Non abbiamo più tempo libero. Forse io ne ho di meno di prima.

«O magari il giapponese. Si, si ho deciso, il giapponese!»

I progetti ambiziosi sono i migliori. Le liste di cose da fare prima di andare a dormire. Sappiamo che non riusciremo mai a terminarle ma almeno ci danno un obiettivo, ci fanno andare.

«Ma sai cosa? Questo mese mi rimodello le sopracciglia! Guardale! Taglio tutto e poi le do un angolatura diversa, come le tue, tu come fai a farle fare quella cosa lì, ad ala?»

È una matita per sopracciglia, dilettante. Il mio mai-più-senza.

I miei progetti da pandemia non sono meno ambiziosi: io voglio scrivere.

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