L’appartamento spagnolo: Capitolo secondo

Un forte odore acre di ascella e di alcol. Sono le sei del pomeriggio e sto visitando quella che sarà la mia nuova casa per la primissima volta. Questo è quello che ricordo di Audrey, ancora prima del suo viso. Vino e odori forti, c’è qualcosa di più francese?

Fortunatamente la casa ha due frigoriferi, il ricco bottino che ha riportato dopo diciotto lunghe ore di pullman dalla Francia finisce nell’altro frigo, non nel mio. Ciononostante, per diverse settimane, all’apertura dello sportello la cucina rimaneva vittima di appestamenti molesti provenienti da formaggi dai dubbi colori.

«Vorrei poterti dire che preferisco le coinquiline simpatiche a quelle pulite. Ma non è così. Puoi essere simpatica quanto ti pare, ma se non pulisci non voglio vivere con te. La pulizia è importante. Una minima pulizia tutti i giorni è un piacere di cui non riesco a fare a meno. Audrey mi dice sempre di non spazzare e lavare i pavimenti tutti i giorni, ma è più forte di me, già lo faccio per camera mia, e quando arrivo alla porta penso: già che ci sono faccio anche il salone. E una volta finito il salone, già che ci sono faccio anche la cucina. Poi devo buttare via l’aqua, devo raggiungere il bagno, già che ci sono pulisco tutto il corridoio fino al bagno. Tanto io di mattina non lavoro, non mi toglie tempo.»

Gema riesce a fare discorsi lunghissimi senza prendere fiato. Deve avere affinato la tecnica come quelle balene che affiorano per pochissimo tempo in superficie e poi si inabissano verso fondali remoti, dove nessuno riesce a seguirle. Io infatti già mi perdo dopo la seconda frase. Quando dalla routine di pulizia si passa a parlare di prodotti. Quelli che sì, quelli che no, non so a quale reagente chimico è allergica lei, poi ce n’è un altro che non piace a Audrey. Gema mi stordisce con i suoi discorsi, anella una parola dietro all’altra, una frase dietro all’altra, non si ferma, non prende fiato, non ti coinvolge nemmeno nella discussione. 

«È importante che ogni cosa abbia il suo posto. Tipo questo frullatore l’ho messo sulla tavola per delle ovvie ragioni di spazio, e poi sta così bene qua, non trovi anche tu? Ora qualcuno lo ha usato ed è fuori posto. Basta così poco per tenere in ordine la casa.»

Sposta il frullatore di due centimetri più a destra. 

Il tavolo è grande, sarà un metro e mezzo, completamente vuoto. Ma il frullatore deve stare al suo posto. Due centimetri più a destra.

Come gesto liberatorio, in inverno o in estate, da sempre, la mia prima reazione al varcare la soglia di casa è il lancio della scarpa. Ho un modo particolare di rimuovere la calzatura con il solo aiuto dei piedi che ha creato, con il passare del tempo, uno staccamento fra suola e tessuto nei modelli che indosso più spesso. Liberato il piede, la caviglia frusta, la scarpa – o il sandalo – vola e POF! cade per terra, in un luogo tutte le volte diverso. La giornata è finita, sono tornata a casa. Come faremo io e te a convivere, Gema?

Ha un sorriso avvolgente e delle allegre rughette che si irradiano verso le tempie quando strizza gli occhi. Mi sento avvolta dai suoi discorsi, quasi intrappolata, passano i minuti senza che io riesca a trovare il minimo appiglio per riuscire ad uscirne. Una valanga di parole intervallata da sorrisi piacioni e io, che non riesco mai a dire di no, mi lascio trascinare nel tour del terrazzo, nella storia di ogni singola pianta – più di venti, nella particolare disposizione del salone e dell’importanza di tenere i mobili così. Terminiamo in camera sua dove mi mostra il suo passatempo preferito: colorare magliette. 

Sembrerebbe una cosa così semplice per chi ha il dono della sintesi. Coloro. Magliette. Cosa aggiungere di più? Evidentemente moltissimo. Il mondo della decorazione su tessuti: materiali, tecniche e ispirazione. Volume 1. 

È già un’ora e mezza che parliamo ed io ero passata in cucina solo per prendere un bicchiere d’acqua, voglio una doccia e un caffè ma ho paura di aspettare la moka. Come impiegherà lei questo tempo? Volume 2?

All’improvviso il rumore di una porta, quella dell’ingresso che si apre. Hola! Gema sgrana gli occhi.

«Deve essere Rocio.»

Scatta verso camera sua. Sparita.

Rocio entra nella cucina, saluta cordialmente e se ne esce un’altra volta. Gema uscirà di camera sua solo diversi minuti dopo. Di soppiatto, sincerandosi del fatto che Rocio non sia in casa.

Questo sipario teatrale di entrate ed uscite inaspettate si ripete nei giorni seguenti. Come un attore che ha dimenticato il copione, Gema si eclissa fuggendo dietro le sue quinte. Rocio e Gema non si salutano, non si parlano, non si incrociano, non si cercano. Quando cerchi tu di intavolare un discorso più ampio sulla casa con una qualsiasi delle due, sviano gli argomenti senza troppo dare a vedere il contrario. Se il nome di una o dell’altra sale, aprono una nuova discussione o cadono in silenzi enigmatici. Quelli dove tu ti espetti che l’altro continui la conversazione perché è la scelta più logica tra le regole comuni non scritte degli scambi verbali. E invece no, si zittiscono. 

Non le vedrò mai insieme.

Il mistero si infittisce.

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