L’appartamento spagnolo: Capitolo quinto

Vicini.

«Fatti vedere in faccia! Che mostri sempre e solo il cazzo! Fatti vedere in faccia!»

Bonjour finesse.

Chi è stato? Non lo so. Abbastanza vicino perché lo senta urlare una domenica mattina e abbastanza lontano per non dare un volto alla voce che da qualche mese a questa parte ha per me la rabbia. E il disagio.

Il problema è che è una frase senza contesto. Ho bisogno di un contesto per comprenderti, vicino, mi sento un po’ persa al momento. Non si possono gettare delle frasi così e pensare che chi le ascolti non ci costruisca un quadro attorno. Una situazione, un prima e un dopo. Non esistono frasi sospese, sole, vuote.

E i nostri vicini di casa sono un po’ frasi sospese, di quelle dette in ascensore per aspettare lo scorrimento delle porte. Quelle di cortesia quanto ci si apre il portone a vicenda, quando ci si incrocia per il postino o destreggiandosi con il sacco del pattume da portare fuori. Sono persone sospese, che vivono così vicine e così distanti da noi. 

Non conosciamo nessuno in questo palazzo, ma qualcuno di questi ci ha lanciato delle viscere di pesce in terrazzo e svegliarsi la domenica mattina per pulire l’odore di marcio che si sente quando si lascia un pesce per più di poche ore alle intemperie sentendo gente urlare di cazzi mi rende scettica sul fatto che io voglia accorciare le distanze.

Quando ci si sente a casa in un luogo? Quando si conoscono i vicini. Quando si ha comprato le mura che si abitano. Quando si abita lo stesso posto da abbastanza tempo per non ricordarsi dove si sono messe tutte le cose. Solo quello che utilizzi di più. Avevo passato un’estate in terrazza e il clima di Madrid aiuta a fare colazione in balcone anche verso fine Ottobre.

Essendo un terzo piano circondato da edifici alti almeno il doppio, la nostra terrazza è quella telenovela che tutti guardano quando si ritrovano annoiati a casa. Da una qualsiasi finestra dei civici circostanti si riesce tranquillamente a contare le nostre piante, le foglie dell’aloe, a vedere quando abbiamo i cuscini dei divani messi a casaccio.

Basta sollevare gli occhi dalla linea dell’orizzonte per scorgere dietro a miriadi di finestre qualcuno in osservazione. C’è chi si ritrae al primo contatto visivo, chi si finisce tranquillamente la sigaretta prima di distogliere lo sguardo e chi ti segue passando da una finestra all’altra del suo appartamento, tutte rigorosamente con vista alla nostra terrazza.

In un anno abbiamo collezionato diversi vicini inquietanti, tutti senza un nome. Quindi il dirimpettaio lo chiamerò Pablo. Mi bevo un caffellatte caldo, sono le nove di mattina e Pablo tira pugni all’aria. Un’espressione crucciata, gli si aggrotta la fronte, sembra stia giocando a fare il pugile in camera da letto. Tutto molto divertente fino a quando da un armadio non tira fuori un fucile da caccia. Sgrano gli occhi. Se lo carica sulle spalle come se fosse una barra con dei pesi e comincia a fare torsioni con il dorso. Destra, sinistra, destra, sinistra. Piega il busto e cerca di fare toccare l’estremità dell’arma con il piede del lato opposto. Ora si vede solo il culo di Pablo e metà fucile che balla. Allibita.

La sera assistiamo a dei concerti ogni tanto. L’altissimo palazzo di fronte propone in una nicchia sopra l’altra una decina di balconi. Un ragazzo con la chitarra si mette su una sedia a suonare canzoni spagnole tristi, rigorosamente d’amore. Ti avranno appena lasciato. Si guarda le dita degli accordi, non conoscerà ancora le canzoni perfettamente. È successo il mese scorso? E quando distoglie lo sguardo si fissa sull’orizzonte, vuoto. Ehi, siamo quelle della grande terrazza qua sotto, ci caghi? No perché quando siamo nostalgiche non sai con quanta pena nell’animo possiamo a cantare Adele. Mettiamo su una band, no? No, niente. Dev’essere una cosa recente. Forse si è rimesso con il/la suo/sua ex perché i concerti sono durati poche settimane. E noi siamo ancora tutte qua a cantare Adele, tanto per dire eh.

Non vinciamo il premio vicine dell’anno nemmeno noi, dovrò essere sincera. Un ridente pomeriggio d’estate avevamo pensato di improvvisare un barbecue su una cassa di legno. Materiali poco infiammabili e come trovarli. Per poi finendo a cercare di spegnere fiamme anomale con pistole ad acqua, l’unica cosa che ci poteva far restare a debita distanza dal pericolo. In quel momento ci sembrò pure un’idea brillante. Non molto al nostro vicino del primo piano – che chiamerò Hugo. Hugo ci venne ad informare che la sua cappa fumaria aveva uno sbocco vicino alla nostra terrazza, e quindi vicino al nostro barbecue/incendio estivo, così che ora si ritrovava l’appartamento affumicato. 

«State bruciando qualcosa? Sapete che non si possono fare barbecue per legge in terrazza? Dico, qui a Madrid.»

Eccolo, è arrivato lui, il so-tutto-io. Ciao, scusa sei una piromane? Cioè, non ci siamo mai conosciuti e so che stai anche tu cercando di immaginare perché ti ritrovi il fumo di Londra in salotto, ma hai la creatività di un koala, Hugo. Vorrei negare il mio intento di barbecue perché ci si sente sempre in dovere di avere un certo decoro con gli sconosciuti. A maggior ragione con i vicini sconosciuti. Ma Hugo è salito in ascensore e io ho troppe diottrie per non notare una leggera foschia che scende per tutte nelle scale. Oddio. Mi scuso in tutte le lingue che conosco. Non chiamare la polizia che qua ci mettono tutti dentro, ti prego Hugo. 

Ciao mamma, si tutto bene, sono solo in prigione in Spagna. Ma no, nulla di che, un barbecue in terrazza finito male. Un vicino di merda guarda…no, non abbiamo nemmeno il barbecue, abbiamo messo delle braci in una paella appoggiata su un cubo di legno. Eh si, ma ci abbiamo pensato dopo, quando abbiamo visto qualche fiammata. Ma tutto a posto eh, tranquilla. Questa è l’unica chiamata che mi permetteranno di fare oggi. Ti voglio bene!

E altri mille scenari simil tragici che mi passano davanti. Grande secchiata d’acqua su tutto e le cosce di pollo le abbiamo finite di cuocere in padella.

All’orizzonte, tra un palazzo bianco e uno in mattoni, si intravede un parco verdissimo. Tutte le piante in città sembrano più verdi. Sembra anche un luogo tranquillo, ogni tanto, questa casa.

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