L’appartamento spagnolo: Capitolo quarto

Un’avvocatessa, una cassiera, una marketing executive e un’insegnate d’inglese cercavano di allacciare la rete WiFi. La planimetria e i cavi di fibra ottica posizionavano il baricentro dell’appartamento nel punto più stretto del corridoio. Il router in quella posizione permetteva di avere internet in tutte le stanze. 

«Credo che dovremmo inserire questo cavo giallo lì…»

«No, no, io l’ho già fatto diversi mesi fa e mi sembra di non averlo nemmeno attaccato questo cavo!»

«L’altro router era diverso, non aveva la fibra.»

«Fibra o non fibra dobbiamo aprire questo coso nel muro, qualcuna ha un cacciavite?»

«Possibile che si debba aprire questo? L’altro router funzionava in maniera diversa, se avessimo dovuto aprire questa scatola nel muro ce lo avrebbero detto in negozio!»

«Ma il negozio non sa che tipo di allacciamento abbiamo a casa…»

«Chiamo il proprietario di casa!»

«Sono le dieci e mezza, non mi sembra appropriato…»

«Allora chiamo il centralino della Vodafone!»

«E cosa gli diciamo?»

«Gli spieghiamo che vogliamo il WiFi in casa e che abbiamo appena comprato un loro affare, ci devono aiutare!»

«Continuo ad insistere che le dieci e mezza non sono un orario per attaccarsi al telefono…»

«Io ci provo!»

«Io cerco un tutorial su youtube…»

«Ma non ci sono delle istruzioni scritte, che ne so, un libretto, nella scatola del router?»

Un’inglese e una italiana finiscono per leggere le istruzioni in spagnolo per azionare il nuovo router. L’avvocatessa apre Instagram e si mette svogliata ad ascoltare le nuove stories. La cassiera cerca inutilmente di contattare il servizio clienti.

Il vecchio router ha smesso di funzionare due settimane fa. La vecchia coinquilina francese aveva disdetto il contratto senza nemmeno prendere in considerazione un cambio di nome, di proprietario. È da 14 giorni che non utilizziamo i nostri account Netflix. Spotify mi manda delle mail ricordandomi che non ho ancora ascoltato i nuovi singoli scelti apposta per me. La lista ‘aggiornamenti’ del cellulare ha notifiche rosse e un numero sempre crescente di cose da scaricare. Uno scenario apocalittico. Ma noi non demordiamo.

Prove, riprove, allaccia questo cavo, togli questa vite, aspetta mi ricordo che era messo diversamente, si accende nulla? Ha fatto bip! Mia cugina dice di provare ad accendere e spegnere…Ma non siamo ancora riuscite ad accenderlo! Ah, ma la presa non è inserita. Chi l’ha staccata? 

Dopo due ore ci ritroviamo con un router festante, tante luci di colori differenti si animano in una danza isterica, ma niente. Non funziona, siamo ancora scollegate.

«C’è ancora un po’ di quel tuo limoncello italiano?»

Sarà il limoncello o il fatto che è da due ore che stiamo sedute per terra, scomode, nella parte della casa più stretta, scambiandoci idee e lavorando verso un fine in comune, ma ci sentiamo in vena di confidenze. Jess è la nostra new entry, alta, bionda, bionica e inglese. Dove vivevi prima?

«È da quattro anni che sono a Madrid, ma gli ultimi mesi gli ho passati cercando casa e su divani di amici, convivevo con la mia ragazza ma è tutto finito molto male…»

Siamo al terzo bicchiere di limoncello, non sarà di certo questo a spegnere l’energia alla serata.

«Io mi sono lasciata con il mio ragazzo a fine estate.»

È la prima volta che riesco a passare più di cinque minuti con Rocio da quando sono entrata in questo appartamento e non mi ero resa conto di niente.

«Vale ragazzo, un uomo ormai…viveva a Malaga, andavo là tutti i fine settimana. Siamo anche andati in Grecia assieme quest’estate, con lui e i miei amici. E poi siamo tornati e mi ha detto che non vedeva un futuro e che cercava altro.»

Verso rapidamente il quarto giro di limoncello a tutte quante. Male non ci farà.

«Il ragazzo che piace a me, invece, mi ha appena presentato la sua nuova compagna. Lavoriamo assieme da anni, mi è sempre piaciuto e…beh insomma, è successo qualcosa. Una volta. Un paio. Ma lui continua a trovarsi altre ragazze.»

Gema è seduta a gambe accavallate sullo sgabello più piccolo della cucina. Al raccontare queste cose stringe il bicchiere che ha in mano e abbassa lo sguardo e la voce, come se stesse parlando con il limoncello.

I minuti passano, la bottiglia finisce e con lei qualsiasi imbarazzo. Ne apriamo un altra. Si ride a voce alta. Gema si dimentica della timidezza.

«Credo di essermi un po’ innamorata di lui. Per il mio 32esimo compleanno avevo fatto una festa hawaiana, ma nessuno era venuto vestito da hawaiano. Una delusione…ero tristissima. Ma Quique, verso fine serata, cominciò ad accompagnare tutti alla porta. Fino a che rimase solo con me e mi disse ‘adesso ti do io il mio regalo’ un romanticone, capite?»

È strano spiegare come ci siano linee importanti che demarcano le cose di cui si può parlare e le cose di cui non si può parlare. Sono confini invisibili che riconosciamo e rispettiamo. Poi si apre una bottiglia di limoncello e comincia l’invasione.

«E il suo regalo per il mio compleanno è stato quella cosa lì! Cioè, si è abbassato lì, capite? Con la testa. Mi ha detto che non potevo aspettare un altro anno senza averlo provato. Che nel mio paesino queste cose non si fanno! Ne ho sentito parlare solo quando sono arrivata a Madrid. È che sono molto riservata!»

Sarà colpa della lingua, ma io e Jess ci guardiamo perplesse. Di cosa non stiamo parlando? Rocio finisce di sistemare tutti i pistacchi dentro una bustina. I bicchieri in fila sul tavolo. I tovaglioli di carta piegati in una pila. Non sa più da che parte guardare per fare finta di niente, di non capire. Alla fine esplode con un «bell’amico!»

Finisce tutto, ricomincia tutto.

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