Femmina

«Visto che tu sei l’unica femmina, la mamma gatta la fai tu!»

«Non siamo gatti veri, come possiamo inventarci che siamo gatti, tu puoi inventarti che sei la mamma gatta.»

Non che fare la mamma gatta sarebbe stato un problema per me, ma non avevo intenzione di fare qualcosa solo perché a qualcun altro gli sembrasse giusto impormelo. Un tratto caratteriale che ancora mi accompagna.

Ero convincente, Ivan si mise a gattoni e cominciò a fare finta di essere la mamma gatta. Noi altri in coda, gattonando. Che la mamma gatta era incinta e i cuccioli non si riuscivano a vedere ma ce li aveva nella pancia, la seguivamo ovunque andava. 

Dovevo avere tre o quattro anni. Mi piaceva vestire di rosso, i dinosauri, i Power Ranger – ovviamente quello rosso era il migliore – e cavalcare la Lea, il cane di mia nonna. Non mi piacevano le verdure, fare il sonnellino pomeridiano e le femmine, perché erano noiose – dicevo.

Festeggiai il mio sesto compleanno con quelli stessi amici e poi ci trasferimmo a Fidenza. Ivan, Jacopo e altri due o tre di cui non ricordo il nome mi correvano dietro per il corridoio mentre io andavo su un cavallino con ruote o una nuova bicicletta. Mia madre dice sempre che era imbarazzatissima quel giorno perché io avevo invitato solo maschi alla mia festa e le altre mamme le facevamo mille domande.

«Sono i primi bambini con cui ha parlato all’asilo, è logico che abbiano fatto amicizia…»

Erano scuse, la verità era che non mi divertivo a giocare con le bambine perché a loro non piaceva sporcarsi e si mettevano subito a piangere per qualsiasi cosa. Avevo già tanti pregiudizi.

La scuola elementare era un edificio enorme di epoca fascista. Il fascismo non sapevo cosa fosse allora ma mi sembrava una cosa bruttissima, questo mi ha fatto sentire sempre un po’ in colpa perché la mia scuola mi piaceva molto. Abbracciava un cortile grigio e ruvido ma era circondata da un giardino enorme dove c’era un labirinto fatto di siepi, alberi altissimi e dove giocavamo a ‘fare la base militare’ vicino al muretto di cinta. 

Doveva essere dopo pausa pranzo, quando, dopo la mensa, si andava a giocare nel giardino. Le bambine si sedevano di fianco alla maestra a ricamare noiosissimi centrini e io andavo a giocare a calcio con i maschi. 

Un giorno di questi la palla ci si incastrò in uno dei rami di un pino immenso. Un mio compagno di classe ebbe la brillante idea di utilizzare uno dei mattoni del muretto di cinta per colpire la palla, liberarla e continuare a giocare. Io avevo deciso di allacciarmi le scarpe proprio nel momento di quell’esperimento. Il mattone fece una campana in aria e mi colpì alla tempia destra. Non mi ricordo un forte dolore, ma mi ricordo la soddisfazione di mettere nei guai Alberto, che a me stava abbastanza antipatico perché diceva che aveva una fattoria con degli struzzi anche se io sospettavo non fosse vero. Così cominciai a camminare in direzione del club del cucito urlando “maestra, maestra, Alberto mi ha tirato un mattone in testa!” Poi vidi rosso e la mano che avevo portato a coprire la ferita completamente insanguinata.

Non mi ricordo molto di più, non doveva essere molto grave perché mi misero la testa sotto l’acqua e poi chiamarono mio padre. 

Le mie certezze in quei primi anni di scuola elementare erano il negozio di fiori di mia madre, le enormi ceste di lego che custodivo come tesori nella mia camera, il mio costume da nativo indiano che affittavamo tutti gli anni alla cartoleria del paese per carnevale, il parco dietro al municipio, Alex e Annalisa, i miei migliori amici. Mi ricordo in particolare Annalisa perché per me ha sempre rappresentato la mia prima amica femmina. La prima femmina che non era noiosa, anzi, era intelligentissima e disegnava molto bene. L’ammiravo molto ed è per questo che la volevo come amica.

Cambiai scuola e perdetti tutti i miei amici. Di quel periodo ricordo solo che giocai a calcio in una squadra maschile che mi lasciava in panchina tutto il tempo. E mi cambiavo in spogliatoi femminili freddi e vuoti perché le femmine non giocano a calcio, mentre gli altri ragazzi avevano acceso il riscaldamento e le docce calde.

Nell’estate fra la quarta e le quinta elementare giocavamo a progettare una base segreta in un bosco vicino al paese. Entravamo nei cantieri edili della zona quando non c’erano i muratori e rubavamo cariole, cemento, utensili, e tutto quello che ci sembrava un buon materiale da costruzione. Costruimmo una tenda con pali ancorati al terreno con cemento e pietre e un telo cerato. Una volta rubammo delle galline e costruimmo un pollaio piantando quattro paletti di legno per terra e avvolgendo della pellicola trasparente da imballaggio attorno per chiudere il recinto.

Inutile dire che in tutte queste peregrinazioni io fossi sempre l’unica femmina.

Quando non rubavamo cose giocavamo a calcio, ma eravamo troppo pochi per farlo da soli, così spesso ci dovevamo riunire con i ragazzi del quartiere vicino che non ci stavano simpatici perché loro erano loro e noi eravamo noi. 

Io portavo i capelli molti corti in quel momento e vestivo come un maschio. Mi piaceva poter usare il gel per sagomarmi una finta cresta. Mi piacevano le magliette a maniche corte e i colori accesi. Nella prima di diverse partite mi presentai come Francesca ma, vuoi per i vestiti, per i capelli, o perché effettivamente giocavo a calcio meglio di loro, mi scambiarono per un bambino e cominciarono a chiamarmi Francesco. Mi sentii finalmente molto integrata. Ero la prima – o forse sarebbe meglio dire il primo? – ad essere scelta quando si formavano le squadre, ridevano alle mie barzellette e ricercavano la mia compagnia. 

Chiesi ai miei amici che conoscevo da più tempo di continuare a fingere che fossi maschio perché volevo essere trattata come loro. E l’inganno prosegui. Fino al giorno in cui Mattia, un ragazzo del mio primo gruppo, non disse a tutti che ero in realtà una femmina. Non ci credettero subito ma quando Mattia li convinse non mi fecero giocare più con loro perché ero una femmina e le femmine non giocano con i maschi. 

I miei amici, forse perché mi conoscevano da più tempo, o forse perché la rivalità di quartiere era un solco più profondo, decisero che non avrebbero più giocato con loro se non accettavano anche me, che ero un membro della loro comitiva. 

«Sì, è una femmina ma gioca come un maschio.» 

Non li convinsero e quindi tutto ritornò alla normalità. Noi giocando nei campi e nelle strade di qua dal centro sportivo, e loro di là.

Avevo solo 9 o 10 anni, ma mi ricordo perfettamente di sapere, anzi, di essere convinta, che la mia condizione di femmina mi relegava all’interno di comportamenti e standard che a me non piacevano. Volevo avere lo stesso potere che implicava essere maschio. Fare il ‘maschiaccio’ era quello che più ci assomigliava.

Non erano cose di cui si parlava, ma le si sapeva. E per me ‘la società’ è sempre stata questo: una pressione costante esercitata dall’ambiente circostante che relega le persone all’interno di schemi comportamentali precisi, assegnati secondo gli organi genitali con cui si è nati. Sono stereotipi e false certezze che ognuno, maschi e femmine, si trova a dovere adempiere. 

E avrei tantissimi altri esempi. 

A undici anni lasciai pallacanestro per andare a danza, come tutte le mie compagne di classe. Non c’è stato un solo anno che ricordi più noioso di quello.

A dodici anni andavamo a comprare rasoi al supermercato del paese perché ci si doveva depilare.

«Non vorrai avere le gambe come un maschio?!» 

I tuoi capelli dovevano essere abbastanza lunghi, i vestiti di colori femminili, non si poteva imprecare come i maschi. Perché sai, loro sono maschi, mentre tu non puoi comportarti alla stessa maniera. Se ti piacevano gli sport di contatto fisico perché eri più forte di molti dei tuoi compagni non andava bene, nemmeno questo. E la lista continuerebbe e si arricchirebbe con l’adolescenza e con l’età adulta.

Ancora prima di avere dei gusti precisi, o di avere la possibilità di esplorarli, la società ha un concetto preconfezionato di come tu, maschio o femmina, debba essere. Se quello che sei o che ti piace fuoriesce da queste linee devi trovare una spiegazione. Nessuno mi ha mai chiesto perché mi fossi iscritta a danza, ma perché avessi deciso di cominciare calcio me lo chiedevano tutti.

Quindi, per Francesca e per Francesco, per chi ha il coraggio di essere come è e di fare quello che gli piace: Buon 8 Marzo. Non solo alle femmine.

Facebook Comments