Cuba, intime rivoluzioni: Trinidad

Non ci sono supermercati a Cuba. Niente di più scioccante per l’occidentale medio, abituato a scegliere con cura cosa mangiare e quando mangiarlo. Dove comprano il cibo i cubani?

Camminando nelle viuzze attorno al Capitolio a L’Avana mi imbatto in Leo, che si definisce manager di questa polverosa bodega. Guadagna 10 CUC al mese «ho frequentato una scuola di specializzazione per stare qui dietro al bancone» mi dice, fiero del suo lavoro qualificato.

A prima vista la sua bodega sembra piuttosto un garage, polveroso e scuro, alla spalle della cassa un’impalcatura sottile di legno sporco mette in mostra farina, zucchero, riso e succhi di frutta in minute bottigliette di plastica. I prezzi sono irrisori.

«C’è la libreta, una per famiglia, la gente viene qua e può comprare la ración che gli spetta.» Una razione di cosa? Le bodegas vendono solo pochissimi beni di prima necessità: riso, fagioli, zucchero scuro o raffinato, uova e latte. La merce è descritta in una sbiadita lavagna nera.

La libreta è effettivamente un libretto di carta, piccolissimo, può stare in un palmo di mano. Ad ogni famiglia viene assegnata una quantità di cibo che può comprare a prezzi calmierati. Le quantità variano a seconda del numero dei membri del nucleo famigliare e della loro età. La cosa importante è che non si può comprare di più di quello che la tua libreta riporta. Ci sono acquisti che possono essere fatti quotidianamente, come il latte per i bambini, alcuni ogni due settimane, come la carne, e altri una volta al mese, come il riso o lo zucchero.

E se io volessi mangiare altro? Leo non mi risponde.

Ad ogni modo per i turisti come me ci sono solo costosi ristoranti. I pochi posti dove si può acquistare un pasto per strada a prezzi cubani hanno menù molto ripetitivi: sandwich jamon, queso, jamon y queso. O pizza caliente.

Come per tante cose a Cuba, ci sono le vie ufficiali, e poi c’è por la izquierda. Un mercato parallelo florido dove i manager delle bodegas spesso e volentieri rivendono ciò che ricavano facendo la cresta ai prodotti governativi che vendono. Ma in realtà si può trovare di tutto, esubero della coltivazione per l’autoconsumo.

Alcuni giorni dopo, lontano da L’Avana, nella turistica Trinidad, Rafael e sua moglie Maria ci ospitano come fossimo loro figli. Hanno un enorme giardino e molti alberi di mango, facciamo colazione con uova e frutta strana. E questa cos’è?

«Non l’hai mai vista? È molto popolare a Cuba, si chiama fruta bomba. Alcuni poi la chiamano anche pa…payana? Non ricordo…»

«Papaya!»

«Si, ecco! Papaya!»

Maria coltiva i suoi alberi di mango e fruta bomba con amore e ci racconta di quando lei e suo marito risparmiavano il più possibile per costruire questa bellissima e coloratissima casa che vediamo ora.

«Rafael andava a pescare e vendevamo il pesce in città, ai vicini, lo davamo agli amici e ce lo mangiavamo pure noi. Ora ci sono questi ristoranti che ti pagano una cassa di pesce 15 CUC e noi non mangiamo più pesce, nessuno lo mangia più, è molto meglio venderlo.»

Ma come si fa a vivere con 10 CUC al mese con questi pochissimi prodotti dai prezzi calmierati?

«Non è sempre stato così – risponde amareggiato Rafael – all’inizio le bodegas ti davano di tutto con la libreta, di tutto. Quando si andavano a ritirare le raciones dovevamo andarci con la carriola perché era un problema tornare a casa e trasportare tutto quel cibo.»

«Poi c’è da dire che c’è stata anche molta inflazione e i salari non sono mai cambiati, tutto era sufficiente e dignitoso. Ma vivevamo di uno scambio ineguale, davamo alla Russia una tonnellata di zucchero per 7 tonnellate di petrolio. E tutto quello che arrivava a Cuba era il frutto di questa economia gonfiata.»

«Tutto cominciò a cambiare intorno al ’92, me lo ricordo bene perché ero incinta quell’anno – riprende Maria – hanno cominciato a tagliare tutto, dal cibo, ai vestiti, ogni cosa. Tornò la fame, e c’era gente che fuggiva da Cuba per fame: tutti quei balseros che cercavano di raggiungere la costa della Florida, tanti sono morti nuotando o per gli squali. Sono stati anni molto duri, le raciones non sono mai tornate quelle di prima, si è sempre cercato di togliere qualcosa da allora. Un poco alla volta.»

«Ognuno si arrangiava come poteva, battezzavamo di tutto: si accumulava un po’ di balsamo, shampoo, ma anche birra, si aggiungeva acqua. Invece di usarlo noi, lo si rivendeva. A poco, ma quel poco aiutava. Ora a noi danno questo riso sudamericano, non so che qualità sia, ma a me non piace. Ad un nostro amico di famiglia, la sua bodega di quartiere da un altro tipo di riso, a me piace di più il suo e a lui il nostro, così lo scambiamo.»

«E noi siamo sopravvissuti così, non con il comunismo ma con il sociolismo: se ho qualcosa in più lo condivido, lo scambio, le relazioni sono la cosa più importante. Ognuno ha un amico al quale si può chiedere questa o quella cosa, e andiamo avanti così.»

 

Questo è il terzo capitolo della storia.

Puoi trovare il primo capitolo qui,  il secondo quo e il quarto qua.

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