Cuba, intime rivoluzioni: Santiago

Una signora con importanti extensions bionde si sta animando, ha trovato una complice su questo autobus, cercano di convincere tutti i passeggeri a boicottare l’autista. Una delle due si aggrappa alle sue valigie e scende violentemente dal mezzo, corre incespicando verso il lato opposto del piazzale e sale su un altro autobus.

Siamo seduti su sedili scomodissimi, con forme e rivestimenti differenti, ammassati a distanze irregolari che non tengono conto delle ginocchia. Non siamo ancora partiti e ho già le caviglie gonfie, e i maroni girati.

Quando il nostro AirBnB a L’Avana ci aveva proposto un camión come mezzo di trasporto per attraversare Cuba in tutta la sua lunghezza aveva trovato i nostri sguardi entusiasti.

«Tutti i cubani si muovono così!»

Questa informazione ci aveva fatto rapidamente riconsiderare gli spostamenti sull’isola. La ben più nota Viazul, l’unica compagnia di autobus sponsorizzata e venduta ai turisti, aveva prezzi abbastanza cari e un sistema di prenotazione biglietti che non avevamo del tutto chiaro, era in fin dei conti solo il nostro quarto giorno a L’Avana.

José ci aveva proposto di parlare con alcuni suoi amici alla stazione e di assicurarci un passaggio.

Il giorno che lasciamo L’Avana, José ci accompagna in taxi al terminal: uno spiazzo di asfalto bollente sotto il sole delle quattro. In un angolo una grande struttura in lamiera blu e grigia fa ombra ad un salone di attesa, bagni e a quelle che sembrano biglietterie.

Capiamo solo qui cosa sia un camión. È un autobus solo se consideriamo la sua funzione: trasportare persone. Ma è a tutti gli effetti un camion, e nel cassone, al posto della merce, beh, ci sono le persone. Sedili dalle forme ambigue sono saldati nel vano di carico, non comunicante con l’abitacolo. Due sponde alte ai lati e un telone cerato a copertura.

In realtà non sono tutti così, questi camion, ma quello scelto da José è di gran lunga il più spartano.

Il nostro padrone di casa sale su un camion rosso e sveglia un uomo che stava dormendo per terra, nella sottile strisce metallica che divide un sedile e l’altro, sopra una coperta di gommapiuma. Viaggiamo con lui.

«Non vi preoccupate, sono pagati meglio degli autisti degli autobus governativi.» José sembra aver letto il disappunto sulle nostre facce. «Dovrebbe partire tra qualche ora, ma voi aspettate qua.»

Dopo due lunghe e calde ore il camión comincia a riempirsi di passeggeri. Il loro biglietto per Santiago de Cuba è di 20 CUC, il nostro è di 26.

Arrivano delle voci, c’è anche un altro autobus diretto a Santiago e l’autista fa pagare il biglietto solo 16 CUC.

La signora con le extensions ad un certo punto grida esasperata «sono un’insegnate e guadagno 15CUC al mese, se questo autista non abbassa il prezzo vado a chiamare Raul (Castro n.d.r.) e facciamo un’altra rivoluzione!»

Applausi e esclamazioni di consenso. Tutti i passeggeri tentano a questo punto di cambiare autobus, anche noi, ma dopo alcuni tentativi viaggeremo lo stesso sul camión rosso.

Sembra che nessuno voglia avere turisti sul proprio mezzo: non ci sono divieti ma una comune riluttanza all’accettare stranieri.

Intanto il prezzo per Santiago si è abbassato a 16 CUC per tutti, ma non per noi.

Partiamo carichi di persone, valigie e qualche animale verso le sette di sera. Tempo qualche minuto e il camión già aveva raggiunto l’autostrada che percorre tutta l’isola nel suo entroterra. E comincia a piovere. Non ci sono vetri, l’apertura tra la sponda di metallo e il telo cerato sopra – che mi era sembrata tanto una buona idea per l’afa insopportabile – diventa una doccia aperta. Anche il telo cerato si scopre essere traforato, l’aria e l’acqua mi sferzano la faccia. Tutti sono molto calmi, ma io comincio a rimpiangere la compagnia di trasporti governativa.

Dopo due soste nel mezzo della notte, in villaggi senza asfalto e con qualche chiosco aperto apposta per noi viaggiatori, arriviamo a Santiago di prima mattina. Tredici ore di viaggio scomodi e in pratica all’aperto, siamo distrutti.

Santiago è un tripudio di colori. Il centro storico ha case basse e strade perpendicolari, ci sono alcuni supermercati che vendono pasta, bottiglie di rum e molti gelati. Non ci sono cubani nei supermercati, sembrano essere beni di prima necessità per noi turisti.

Entro nell’ennesima farmacia sperando di trovare qualcosa per una brutta scottatura solare che mi porto dietro ormai da qualche giorno. Gli scaffali chiari dietro al bancone spesso che divide me dal farmacista sono vuoti, poche scatole di pochissimi prodotti disposti qua e là. Sulla destra dell’ingresso, quasi in vetrina, un uomo con una borsa del Barcellona sta fumando un sigaro, l’aria è pesante.

A me servirebbe una qualsiasi pomata per le scottature.

«Certamente! Un attimo.»

Il farmacista mi lascia da sola al bancone e cammina velocemente verso l’uomo che sta fumando il sigaro.

Borbottano.

L’uomo tira fuori alcuni tubetti dalla borsa del Barcellona e li offre al farmacista.

Questi corre facendo svolazzare il camice bianco consunto e mi si ripresenta davanti.

«Eccolo qua, te ne servono due o basta uno?»

Squadro il tubetto, ha istruzioni e componenti scritte in francese, mi sembra che sia all’incirca quello che stavo cercando. Mi domando da quale paese siano arrivate di contrabbando, magari nella stessa sacca del Barcellona. La Guyana? Haiti?

Ne prendo due, ringrazio, pago e faccio per andarmene quando ad un cenno dell’uomo con il sigaro il farmacista blocca per un braccio il mio compagno e se lo tira vicino, la sua bocca contro il suo orecchio.

«Avrei anche del Viagra, posso fare un prezzo vantaggioso!»

Ci sono tanti turisti, siamo a fine Luglio e il carnevale accende la città di notte e la lascia dormire di giorno. Ma non è l’unica ricorrenza importante: il 26 Luglio si celebra l’attacco alla caserma della Moncada, uno dei primissimi capitoli della storia rivoluzionaria cubana.

Stiamo comprando una pizzetta in uno dei tanti chioschi in calle Francisco Vincente Aguilera, la fila è un po’ sparsa e capitiamo di fianco a Sergio, un argentino sulla cinquantina. È venuto fino a Santiago per visitare il Cuartel Moncada e il museo della battaglia di Fidel ma è molto deluso.

«Non c’è più niente di comunista a Cuba: anche gli stessi contadini possono possedere la terra che coltivano, tutti possono comprare qualsiasi cosa. E il Che? Dov’è finito il Che?»

Guevara è una delle pochissime figure coinvolte nella rivoluzione a non essere cubano, ed è sicuramente la più conosciuta. Guevara era argentino e tutti lo chiamavano Che. In realtà era lui a chiamare gli altri “Che!” e anche Sergio lo fa con noi. Dire “Che!” a qualcuno in Argentina è po’ come “Ehi!”

Ernesto Guevara, detto il Che, è una figura molto cara a Sergio.

«Il Che lo trovi a Plaza de la Revolución a L’Avana e sulle t-shirt di qualche turista. Ne ho visto uno ieri con la faccia del Che su una bandiera americana! Non ci potevo credere. Sono tutti capitalisti, vogliono tutti arricchirsi, dai tassisti a questa nuova borghesia di proprietari di ristoranti e affittacamere. Se gli chiedi cosa vogliono fare ti dicono che stanno risparmiando per comprare una tv più grossa. Non ci sono tutti i beni di consumo che puoi trovare da noi ma quei pochi elettrodomestici che sono disponibili li vogliono tutti.»

Ha un’espressione affranta.

«Io ho militato nella sinistra in Argentina, ho anche vissuto qualche anno in esilio per il mio credo politico. Noi guardavamo a Cuba come un esempio, ho sognato questo viaggio per così tanto tempo e adesso è tutto così lontano…non mi sembra di riconoscere più niente: Cuba è capitalista.»

 

Questo è il quarto capitolo della storia.

Puoi trovare il primo capitolo qui, il secondo quo e il terzo qua.

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