Cuba, intime rivoluzioni: L’Avana 2/2

Passano i giorni a L’Avana, voglio rimanere più tempo, ma sono costretta a cambiare alloggio. La nuova dueña di casa si chiama Isabelita: una signora minuta, sulla settantina, tutta nervi e con due occhi molti vivaci.

Si può dire che Isabelita è nel mercato delle casas particulares da sempre «lavoravo in tribunale nel 1997, mi ricordo quando uscì la legge, poteva essere un’opportunità interessante, pensai…ed eccomi qua!» Un business che ci tiene a mantenere attivo. «Mia figlia prenderà in mano questa casa fra poco, lei è un medico ma, oramai, si guadagna di più così.»

Avviamo subito una conversazione molto cordiale, ci tiene ad esprimere il suo punto di vista su Cuba. «Adesso le persone possono possedere cose, terreni, attività, anche avere altri lavoratori. È tutto molto diverso dai primi giorni, il comunismo se n’è andato da molto tempo, ma rimangono gli aspetti socialisti: la sanità e l’educazione sono completamente gratuite, il governo tiene molto anche alla cura degli anziani.»

Eppure c’è l’embargo, non posso comprare quello che voglio, quando voglio, la mia libertà di scelta è limitata, con l’inflazione di questi anni il governo non ha mai aggiornato i salari, né il razionamento del cibo.

Non c’è storia, questa tenace signora illumina sempre il lato migliore della medaglia. «Nonostante l’embargo siamo felici! Abbiamo cibo e guardati attorno, le case sono tutte colorate bene, si sta bene, non ci manca nulla…»

Cuba ha uno dei migliori rapporti medici per pazienti. Un sistema di prezzi calmierati permette a tutte le famiglie l’accesso ai generi di prima necessità. Particolare cura, medica e alimentare, è riservata ai bambini e agli anziani. L’educazione è completamente gratuita, completamente. Gli studenti vengono mantenuti dallo stato nei residence dei campus universitari con vitto, alloggio e libri.

Isabelita ha vissuto la revolución e, per tutte queste e molte altre ragioni, ne è la sua più agguerrita difenditrice. «Ero qua durante la rivoluzione e sostenevo Fidel! E ora sostengo Raul perché ha imparato durante tutti questi anni come governare bene da suo fratello. Dopo Raul ci saranno le elezioni, io credo, ma tra di loro, tra gli alti esponenti del partito. Loro sanno cos’è giusto per Cuba, sono ben preparati, non sono come noi, come la gente comune.»

Davanti al Museo de la Revolución si trova un pezzo delle vecchie mura de L’Avana e un carro armato. Gli interni di questo antico palazzo presidenziale sono sfarzosi, il percorso museale e la narrazione degli eventi che portò alla fuga di Batista sono però disorganizzati e a volte comici. Subito all’ingresso, vicino alle scale che portano ai piani superiori, si trova “l’angolo degli stupidi” dove si possono vedere le caricature di Batista, Reagan, Bush padre e figlio.

Articoli di giornale, foto e divise sono state riunite in teche impolverate per raccontare la storia della lotta indipendentista. I toni sono altisonanti, il Ché e Cienfuegos sono onnipresenti, sembra a tratti un altro memoriale. Anche la CIA e l’embargo sono presenti, vengono additati come le cause di tutte le disgrazie capitate a Cuba dal 1959 ad oggi.

Camillo Cienfuegos è una figura poco nota della rivoluzione cubana. Poco nota a chi, come me, ha sentito parlare di Cuba per la prima volta da lontano, un oceano e molti anni di mezzo. È popolarissimo tra i cubani, invece. Ogni anno la gente, ma soprattutto i bambini con le scuole, gettano mazzi di fiori in mare il 28 Ottobre, il giorno della sua scomparsa.

La versione ufficiale è che stesse volando tra Camagüey e L’Avana quando il suo areo svanì. Si pensa sia precipitato in quella zona di mare che separa la isla dalla Florida, ma non è mai stato trovato, nonostante le innumerevoli ricerche.

Cienfuegos non è solamente la figura della rivoluzione più osannata dopo il Ché ma anche l’unica della quale si tacciono particolari importanti.

Cienfuegos infatti non era comunista. A dire il vero nemmeno Fidel era comunista al principio della Revolución ma sembra che molti se ne siano dimenticati.

Gli anni che portarono alla rivoluzione furono, come si suol dire, caotici. Tutto cominciò con un malcontento sempre più acuto nei confronti del regime di Fulgencio Batista. Il generale insediatosi con un colpo di stato militare e aiutato dagli Stati Uniti, stava piegando l’economia cubana alla compagnie americane, trascurando gli interessi di Cuba e dei cubani. Siamo agli inizi degli anni cinquanta, si svegliano malumori e attivismi.

Lo stesso Fidel, giovane avvocato, crea una petizione per spodestare Batista, accusandolo di corruzione e tirannia. Ma non riuscendo per le vie legali, passa alla lotta armata.

È il 26 Luglio 1953, Fidel e un altro centinaio di fedelissimi assaltano la caserma Moncada a Santiago, nell’estremità sud dell’isola. Un attacco a sorpresa che prevedeva lo scontro con militari alticci, o quantomeno stanchi: Santiago festeggia a Luglio un famoso carnevale, di giorno si dorme e si esce la notte. Volevano approfittare delle celebrazioni, ma non andò così.

L’attacco comincia dall’ala della caserma dove i rivoluzionari credevano di trovare le armi della guarnigione. Armi che erano state spostate poco tempo prima. L’attacco si trasforma in una debacle. Tra le file dei compagni di Fidel molti sono i morti, e moltissimi torturati. Fidel e Raul si salvano.

Quando visiterò la caserma Moncada a Santiago la guida ci spiegherà di come quel giorno i due fratelli ebbero la fortuna di essere portati in una prigione gestita dalla polizia, e non in un carcere militare, fu per questo che non vennero torturati e seguirono un regolare processo.

Seguono brevi anni di carcere, un’amnistia e l’esilio in Messico assieme a molti altri dissidenti politici.

Sarà proprio dal Messico a partire la seconda fase della storia della rivoluzione cubana.

Il Museo de la Revolución esalta questi anni. La personalità di Fidel e le sue battaglie a Cuba, gli si radunano attorno un manipolo di uomini fortemente motivato a spodestare Batista. Emergono più vive le personalità di Cienfuegos e del Ché dalle bacheche delle numerose sale: si racconta dello sbarco a Cuba del 1956, su un barchino minuscolo, di un attacco dell’esercito di Batista, di una fuga nei monti della Sierra, nella regione Orientale, di mesi passati aiutando i contadini locali e portando avanti contemporaneamente una lotta di guerriglia che si dimostrerà vincente, nonostante la netta inferiorità dei mezzi.

Le foto del Ché, medico, che offre i suoi servizi gratuiti alle popolazioni non raggiunte dallo stato sono uno dei molteplici esempi di retorica comunista in questa esposizione. Per culminare con il tripudio e il trionfo nelle foto e nella descrizione della stagione tra il 1958 e il 1959. La vittoria, giusta, degna e meritata.

Il racconto, fin dal principio, chiama tutti i partecipanti compagni e gli Stati Uniti un demone capitalista.

Ma la rivoluzione cubana non era comunista.

Fidel non era comunista.

Come in moltissime rivoluzioni, più frange furono tenute assieme dallo scopo finale: Batista. Si voleva ripristinare ordine e giustizia sociale. Sul come avviare questo processo, ognuno aveva le sue idee.

Cienfuegos non era comunista.

Morirà durante il primo anno della rivoluzione a cui aveva partecipato fin dall’inizio. Ci sono diverse ombre sulla sua morte, e non sono segreti. Chi ha abbastanza anni per aver vissuto quei giorni ne parla apertamente.

Come Jorge, un altro tassista-ingegnere con la passione per i vecchi telefoni. «Cienfuegos era un problema, un personaggio importante e famoso, che non si sarebbe mai schierato ideologicamente.»

Continua la mia ricerca sopra i sedili posteriori di veicoli attempati.

«Fidel cercava l’appoggio americano, andò subito in visita negli USA per togliere l’embargo, subito! Doveva parlare alle Nazioni Unite e cercava un alloggio a Manhattan, ma nessun albergo li voleva, così la delegazione cubana se ne andò a Brooklyn a dormire” se la ride Jorge mentre mi racconta questi aneddoti. “Fidel se la prese molto sul personale, possiamo dire che cominciò ad odiare gli Stati Uniti per una prenotazione rifiutata!»

Episodio realmente accaduto e documentato, come scoprirò poi in seguito. Nel suo primo viaggio all’estero, avvenuto pochissimi mesi dopo la fuga del generale, Fidel visita gli States e durante un’intervista dirà «so cosa il mondo pensa di noi, che siamo comunisti, anche se l’ho già detto chiaramente che noi non siamo comunisti, molto chiaramente!»

Ma le paure americane per le inclinazioni politiche di alcuni rivoluzionari non vengono certo sopite da queste parole. L’embargo persiste. Cuba nazionalizza terre e aziende, in gran parte sono possedimenti di ricchi americani. Siamo in Guerra Fredda e l’Unione Sovietica si presenta così come principale alleato. Il Movimento del 26 Luglio – il nome che i rivoluzionari si erano dati – si trasforma negli anni prima in Partito Socialista del Popolo, e infine in Partito Comunista di Cuba.

Cienfuegos non era comunista.

Morirà durante il primo anno della rivoluzione a cui aveva partecipato fin dall’inizio. Alla luce di questa storia, della storia che tutti i cubani conoscono, il suo ritratto nella Plaza de la Revolución assume tutte le connotazioni di una strumentalizzazione. Vas bien, Fidel! Ci hanno scritto accanto. Stai andando bene, Fidel! E io non posso fare a meno di leggero con un tono sarcastico.

 

Questo è il secondo capitolo della storia.

Puoi trovare il primo capitolo qui,  il terzo quo e il quarto qua.

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