Cuba, intime rivoluzioni: L’Avana 1/2

Non so chi mi abbia convinto a non curarmi delle condizioni meteorologiche, ma ho preso un volo per L’Avana ad Agosto. L’afa che Cuba sprigiona d’estate è asfissiante. Arriviamo a L’Havana di notte ma mi sento assalita dallo spessore dell’aria che mi entra nei polmoni e mi pesa sulla pelle lasciandomi sudaticcia e con la pressione basissima. È una sensazione che mi rimarrà addosso durante tutto il viaggio.

Il jet lag mi tiene sveglia e di prima mattina decidiamo di raggiungere Plaza de la Revolución, partendo da L’Avana vieja si passa attraverso un interessante quartiere cinese. Poi i viali diventano più ampi e gli spazi verdi più organizzati. Plaza de la Revolución è una spianata di asfalto abbastanza desolante. Nel centro si erge imponente un memorial a José Martí, di cemento, e una sua stato in marmo. Dietro al memorial c’è la sede del Partito Comunista. Davanti al memorial, quasi a guardarsi vicendevolmente, due parallelepipedi grigi con grigie finestre: il Ministero degli Interni sulla sinistra e il Ministero delle Comunicazioni sulla destra. Il ritmo cadenzato delle finestre viene interrotto due colate di cemento verticali abbastanza ampie che vengono usate come tela.

«Ecco il Ché sul Ministero degli Interni e Cienfuegos su quello delle Telecomunicazioni…» mi descrive il tassista con poco entusiasmo.

«E chi è Cienfuegos?!»

«Quello con il cappello!»

Ovvio. Arrivando a Cuba con superficiali conoscenze della rivoluzione cubana, i miei nomi noti si limitavano al Ché e i fratelli Castro. Ebbene, in questa piazza dove si celebravano morti da ricordare mi riscoprivo molto più occidentale ignorante di quanto pensassi prima della mia partenza.

Il sole batte e torniamo verso L’Avana vieja con un altro tassista, molto più loquace del primo.

«In realtà sono un ingegnere elettronico» ci dice mentre guida con disinvoltura, sempre guardando nello specchietto retrovisore. Si parla del più e del meno.

«Ah, sei argentino – dice al mio compagno di viaggio – come il Ché! Mi manca il Ché. Ora sono tutti maricones, ma non si può dire niente. Non c’è opposizione perché è tutta in galera. O morta.»

Neanche dodici ore a Cuba e già partono i discorsi politici.

«Ma la vita è una sola e bisogna goderne!»

Per pochi chilometri in centro città il tassista-ingegnere si fa pagare 5 CUC, non senza contrattare. 5 CUC sono 5 dollari. Contando che lo stipendio medio di un cubano è attorno ai 20$ al mese, capisco come lui si stia godendo la vita.

Cuba ha uno strano sistema a due valute ufficiali: una per i cubani e una per i turisti. Il CUC, o come raramente si sente chiamare peso cubano convertible, e il Peso Cubano, anche detto Moneda Nacional. Il CUC ha un cambio fisso: un dollaro e otto centesimi fanno un CUC. In CUC sono gli alberghi, i ristoranti, gli oggetti nei negozi per turisti e i bar. In Moneda Nacional si possono comprare poche cose da turista, durante il mio soggiorno i commercianti che esponevano prezzi in MN hanno sempre cercato di farmi pagare in CUC. Bibite, pizzette o panini nei chioschi che si trovano per strada, lontani dalle vie più turistiche, mantenevano invece i prezzi cubani. Così capitava che dando 1 CUC si potessero mangiare alcuni toast jamon y queso e ricevere il resto in MN.

A L’Avana è abbastanza chiaro di come molto giri attorno al turismo. José, il nostro AirBnB, non lavora. «Non tornerò mai più a lavorare, gli affari mi vanno molto bene.» Nel suo appartamento senza pretese, affitta una camera con bagno e aria condizionata per 25$ a notte, colazione inclusa. La famiglia di José guadagna in un giorno più di quello che molti cubani guadagnano in un mese.

«Prima ero una tecnica di radiologia – mi spiega Maria Carmen, sua moglie – guadagnavo circa 20 CUC al mese, non mi ricordo neanche come riuscivo a sopravvivere.» Dicendolo saluta Tania, la loro figlia più grande, sta andando a lezioni d’inglese, una volta a settimana, 10 CUC al mese. Sto parlando con la nuova piccola borghesia.

La rivoluzione di AirBnB a Cuba non è una novità. Il business delle casas particulares, cioè degli affittacamere, cominciò più di vent’anni fa, quando il regime di Fidel aprì le porte all’esercizio privato all’interno di un numero chiuso di categorie. Il numero dei proprietari di casa che mettevano a disposizione una o più camere è cresciuto lentamente, fino a diventare uno dei settori più grandi e di maggior successo: oggi ci sono più di 20.000 casas particulares, e il numero è in continuo aumento.

José è fortunato perché riesce a gestire la sua pagina AirBnB da solo. In un Paese che ha visto i primi router wi-fi nel 2015, e solo in 35 piazze in tutta Cuba, il nostro padrone di casa appartiene a quella élite che si può permettere una connessione in casa. “Lo accendo due volte al giorno per controllare le prenotazioni, se ne avete bisogno ditemelo, perché se no lo tengo spento.” E capiamo subito il perché: non è raro tornare a casa e trovare i suoi vicini seduti sul suo divano ad usufruire della linea. La navigazione è abbastanza lenta, ci si connette con una targhetta con username e password. 1.5 CUC per un’ora di navigazione. Un prezzo enormemente caro considerando il costo della vita qui.

«Io sono abbastanza contento con Raul, grazie a lui questo – indicando la nostra camera – è stato possibile…i tempi sono cambiati”, dice con un grande sorriso “prima la polizia era molto repressiva, qualsiasi cosa si dicesse contro Fidel si andava in galera, ma ora è diverso. Dico per il meglio, si sta bene!»

Per avere la licenza da affittacamere, José paga 35 CUC al mese «che tu abbia clienti o meno è una spesa che devi versare, tolta questa somma dalle prenotazioni tutto quello che rimane è per la mia famiglia.» Siamo ad Agosto e ha tutto prenotato per i prossimi tre mesi circa. José ha un fratello all’estero, è lui ad aver ha aperto un conto corrente da poter utilizzare con AirBnB e gli manda le rimesse. Altri affittacamere si affidano ad agenzie terze che gestiscono le prenotazioni di diversi appartamenti su internet e ridistribuiscono gli introiti con i rispettivi proprietari.
Con 2 milioni di visitatori ogni anno – e i numeri sono in crescita – il turismo è il settore dove sempre più cubani stanno convergendo.

In giro per le strade de L’Avana vieja si trovano solo ristoranti per turisti, spettacoli di salsa e gruppi di musicisti che tra una canzone e l’altra suonano i Buena Vista Social Club. C’è una biblioteca anche, la sera si possono vedere tanti giovani cubani seduti sui gradini del portico per collegarsi al suo wi-fi.

In una delle tante strade che portano al Capitolio, Calle Obisvo, mi incuriosisce un negozio di elettrodomestici. È la prima attività di rivendita che vedo che non sia di souvenir. A prezzi cari si possono comprare frigoriferi, fornelli, microonde e ferri da stiro. Abbordabili sono anche i cuociriso elettrici e le piastre per i capelli. Dello stesso elettrodomestico esiste solamente un modello, e gli scaffali sono pieni di scatole della stessa marca. Solo con i frigoriferi ci si può permettere l’imbarazzo della scelta. Hanno tutti un cartellino e due prezzi: quello intero e la rata mensile. È affollato. Pochi metri più un là e sulla stessa strada incontriamo un negozio della Puma e uno dell’Adidas. In Plaza Vieja a sorpresa appare una Benetton. Chi si può permettere questi prezzi?
Secondo José sono solo vetrine per i turisti, “noi cubani possiamo comprare i vestiti nei negozi gestiti dal governo, ma sono comunque molto costosi, una t-shirt può costarti 4 o 5 CUC!” Esistono anche metodi non esattamente ortodossi.

«Ci sono persone che si dedicano a questo commercio, prendono un volo per uno dei Paesi nei quali possiamo entrare senza visto – la Guyana, l’Ecuador o anche la Russia – e tornano con le valigie pieni di vestiti. Rivendono la merce e si finanziano il prossimo viaggio, è molto conveniente per noi perché possiamo pagarli a rate, e per loro che si sono inventati un lavoro. Siamo tutti dei lottatori a Cuba.»

 

Questo è il primo capitolo della storia.

Puoi trovare il secondo capitolo qui,  il terzo quo e il quarto qua.

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