Bidawin, Gente di Casablanca: Zeinab e Laila

Ho conosciuto Zeinab per caso aggirandomi per il campus dell’università di Casablanca. Lei era molto espansiva e io in cerca di un tandem linguistico. Era stata la più entusiasta alla scoperta che parlavo arabo. Ma non il volgare dialetto marocchino:

«Che brava! Parli proprio l’arabo del Corano, pochi lo sanno fare al giorno d’oggi.»

L’arabo standard è la lingua ufficiale della Lega Araba e lingua nazionale di 28 paesi in Africa e Medio Oriente. Eppure, non ha madrelingua. L’arabo non è parlato spontaneamente in nessuna situazione quotidiana, non è nemmeno la lingua di prima alfabetizzazione di nessuno bambino. È invece l’unica lingua riconosciuta, insegnata e studiata a scuola. Una lingua scomoda per chiunque non abbia speso qualche anno in studi approfonditi specifici. Quando gli arabi cercano di parlarla sono impacciati, la mischiano con i propri dialetti, l’allungano e l’accorciano con vocalizzazioni fantasiose. 

«Si, qui utilizziamo di più il francese se vogliamo essere formali, ma in Arabia Saudita sono sicura che la parlano nella quotidianità. Mi piacerebbe visitare l’Arabia Saudita! Inshallah un giorno – se Dio lo vorrà.»

Provo a spiegarle che anche in Arabia Saudita hanno il loro dialetto, e non solo uno. Come in Marocco, dove c’è il darija. Ma non c’è niente da fare:

«Se non in Arabia Saudita allora si parlerà sicuramente in Siria, nello Shaam – oriente. Il problema siamo noi, il nostro dialetto è volgare e se non sappiamo come esprimere qualcosa rubiamo una parola al francese.»

Le lingue sono come qualsiasi altra cosa, più le usi e più si modificano. Se cambiano vuol dire che sono vive. L’arabo non è cambiato dai tempi della scrittura del Corano. Certo, si è arricchito di molte parole, ma la base grammaticale è rimasta identica. Questo gli dona una discreta imponenza quando viene parlato, come se tutti i tuoi muscoli facciali e cerebrali cercassero di coordinarsi per formare una melodia. La gente che passa si ferma e ti ascolta. A volte ridono:

«Parli come Al-Jazeera – mi dice Dunya, dove hai imparo?»

Alla nostra prima lezione, Zeinab si presenta con tre sue amiche. La cura nei dettagli dell’abbigliamento è enorme. I vestiti hanno sempre colori intonati al velo e alle borse dove portano libri e appunti.

«Spero che questa sessione d’esami finisca presto, non voglio vederne un’altra.»

«Siamo soltanto al primo anno!»

«Non so te, ma io sono qua per trovare marito. Appena ricevo una proposta decente, università bslama – addio!»

Non è la unica. Scarseggiano i luoghi per una socializzazione tra i sessi e l’università, gratuita, è una buona possibilità anche per questo. Se si arriva alla laurea senza essersi ancora sposate, si ricorre alla famiglia, come Laila.

«È mia zia che si sta occupando di trovare qualcuno da presentarmi.»

Laila è architetto, ha studiato in Spagna per la maggior parte della sua vita, parla quattro lingue fluentemente. Ha i capelli ricci e voluminosi e veste sempre molto elegante.

«L’ultimo ragazzo con cui sono uscita non mi piaceva, ma era di buona famiglia. Se il cognome inizia con Ben vuole dire che è bien, ma non sentivo nulla per lui.»

La pressione è altissima. Laila ammette che non può aspettare più di tanto:

«Mia zia ci è un po’ rimasta male, dice che l’amore è qualcosa che matura con il tempo, mentre un matrimonio è innanzitutto un contratto, bisogna tenere in considerazione tante cose. Io non la pensavo come lei ma mi sto convincendo sempre di più del contrario.»

Zeinab ha qualche anno in meno di Laila. Non si sono mai incontrate e hanno vite opposte. Una abita a Casablanca e una abita a Rabat. Una indossa il velo. Una beve alcool. Una guida. Una no. Una ama le borse. Una ama cucinare. Una è superficiale. Una è pettegola. Una ascolta musica classica. Una è appassionata di raï . Ma non so dire chi sia l’una o chi sia l’altra.

Alla fine del nostro primo incontro linguistico propongo di uscire durante il fine settimana, c’è un documentario interessante al cinema ABC in centro.

«Non possiamo, è troppo tardi, dobbiamo essere a casa prima delle 21:00.»

Non uscimmo mai dalla cornice tè e chiacchiere pomeridiane. Anche i nostri discorsi erano abbastanza ripetitivi.

«Come dovrebbe essere il tuo sposo ideale? Descrivicelo!»

Mi annoiavo. Non trovavo interessi da condividere e il mio vocabolario relativo al matrimonio era limitato. Cominciai a non rispondere alle chiamate. Sparii inghiottita da altre persone e altre routine. 

Mesi più tardi, gironzolando tra gli stand del Salone Internazionale del Libro di Casablanca:

«Ciao Francesca! Come stai? Dove sei finita?»

Era Zeinab, vestita con una jallaba rosa confetto e un cartellino blu al collo. Mi faceva domande in arabo, come durante i nostri pomeriggi al bar dell’università. Mi sembrava ormai tutto così artificioso, ora sapevo e potevo risponderle in dialetto. Ma Zeinab era ostinata a elevare il livello della nostra conversazione e chiudeva gli occhi a due fessure piccolissime quando, in mezzo alle frasi, utilizzavo parole in darija. Ogni secondo che passava era più infastidita. 

«Wakha – bene, ora devo andare, è stato bello rivederti. Sentiamoci!»

Pensai alla più classica delle scuse. Mi saluta e si dirige verso un piccolo gruppo di fotografi davanti a uno stand di Corani.

«Come la conosci?» 

Laila mi aveva accompagnato e mi osservava allibita. 

«È una star in Marocco, ha vinto la competizione internazionale di recitazione coranica, pur essendo giovanissima. La sua foto è in tutti i telegiornali!»

Bidawin, Gente di Casablanca: al-Haaj

C’è un solo giardino pubblico in tutta Casablanca, ed è tagliato a metà da una strada trafficata che unisce il centro ai quartieri ricchi degli expat e alta borghesia marocchina. Tutti lo chiamano Parc Yasmina perché al suo interno c’era un piccolo spazio per un parco giochi per bambini. Chiuso da tempo. Le vecchie attrazioni arrugginite e vuote erano diventate un set fotografico hipster per i turisti di passaggio, di giorno. Di notte, i travestiti che popolano Boulevard Moulay Youssef ci portavano i loro clienti a finire la serata.

Vicino a Parc Yasmina c’è la Cigale. Un’istituzione. Un pub buio, con le vetrate oscurate. L’alcool è legale, ma non si deve vedere. Quando si entra nella prima stanza di questo locale un odore intenso di fumo di sigarette ti brucia le narici. I ragazzi dietro al bancone di legno ti squadrano per capire chi sei. Alla seconda volta che torni si sbracciano in lunghi saluti.

Dietro a un séparé, nell’angolo in fondo alla prima sala, si apre un corridoio basso e piccolissimo, che separa i bagni dalle cucine e in fondo si trova la vera Cigale. Uno stanzone scarsamente illuminato con luci rosse e gialle. Decorazioni strane. Un jukebox. Un palco in legno e una parete piena di foto: la famiglia del Haaj.

El-Haaj significa il pellegrino. Nel mondo arabo vengono chiamati così tutti quelli che hanno compiuto il pellegrinaggio a Mecca. Ma non solo, anche i signori anziani ricevono questo titolo in segno di rispetto, per la loro età e per il loro vissuto. Ed è così che nessuno conosce il nome del Haaj della Cigale, ma tutti lo cercano quando si entra.

«C’è el-Haaj oggi?»
«Dov’è el-Haaj?»

Di giorno lo si può vedere seduto sulle poche sedie che stanno fuori dal locale e danno sulla strada. Guarda la gente passare e saluta tutti.

Veste sempre di marrone, tranne il venerdì. Il venerdì ha una gandora ocra, una tunica semplice, dalle maniche lunghe, ha un buco per la testa e scende giù dritta fino ai piedi. È molto comune vedere gli uomini con quest’abito il venerdì, giorno di due cose importantissime: la grande preghiera in moschea e il couscous. Verso mezzogiorno le persone e le macchine cominciano a diradarsi. Le strade si bloccano in una quiete modesta, interrotta solo da qualche stacanovista. Parte l’adhan negli altoparlanti e i minareti di tutte le mosche cantano all’unisono. Muezzin veri o registrati chiamano i fedeli alla preghiera.

Oggi è venerdì, el-Haaj offre il couscous a tutti quelli che passano alla Cigale.

«Si dice che abbia vissuto per moltissimi anni in Francia, facendo una vita dissoluta, e ora offre couscous il venerdì per redimersi dai suoi peccati.»

Fatima conosce el-Haaj da molto tempo, è lei che mi ha mostrato la Cigale per la prima volta. Non avendo nessuna famiglia marocchina, veniamo qua tutti i venerdì per salutare lui e per parlare un po’ con Aisha, la cuoca.

«Altri dicono che sia perché è berbero e vuole rimediare a una vita di avarizia.»

El-Haaj è entusiasta di conoscermi, la mia nazionalità risveglia i suoi ricordi.

«Tutto questo ha quasi cent’anni – mostrandomi con un giro del braccio il suo regno, ed è stato un italiano a fondarla! Poi l’ha comprata un francese – numera usando le dita della mano sinistra, uno spagnolo e infine io. È da quarant’anni che dirigo questo bar.»

Difficile trovare una parola per pub in dialetto marocchino, tutti sono bar, a ben vedere, anche alla Cigale si può chiedere un caffè.

«Ma prima mi sono divertito, ho lavorato in Francia e per qualche anno in Spagna. Ho girato molto anche in Italia, tu di dove sei?»

Mi bacia sulla fronte e mi invita a tornare presto.

La Cigale non è solo un pub. È stato il luogo di ritrovo per i preludi del Movimento 20 Febbraio, ciò che l’ondata delle Primavere Arabe aveva prodotto in Marocco. Un progetto che non ha avuto lo stesso successo degli altri paesi.

Parte importante del Movimento 20 Febbraio erano le rivendicazioni del gruppo amazigh, berberi, che dopo anni di lotte hanno potuto finalmente vedere la loro lingua riconosciuta ufficialmente tra le lingue nazionali. Ma l’amazigh è solo una delle tre principali lingue berbere parlate in Marocco. Istruzione di qualità e sanità gratuita, anch’esse nel programma del Movimento, non hanno ricevuto altrettanto successo. Alla Cigale si trovano ormai solo qualche giornalista e gli habitués, tutto si è spostato a Rabat, anche le proteste.

Un altro venerdì, un altro couscous. El-Haaj ha ormai deciso di salutarmi sempre elencando tutti i nomi delle città italiane che si riesce a ricordare.

«Francesca! Roma, Napoli, Milano, Bologna, Genova, capezzolo…!»

Mi bacia sempre sulla fronte e mi porta un piatto ancora fumante di couscous con pollo e verdure. Mi domando ancora con quale città si possa essere confuso.

A volte torno anche la sera, quando lavorano i suoi figli. Camminando per tornare a casa costeggio Parc Yasmina. Alcuni ragazzi fischiano. Uno decide di raggiungermi e fermarmisi davanti.

«Le ragazze per bene non vanno in giro sole di sera.»

Le molestie verbali sono all’ordine del giorno. Si impara a camminare con gli auricolari, guardando il marciapiede per non essere importunate. Non bisogna rispondere. Poco importa quello che dici, aver risposto li invita a continuare. A fermare la macchina sulla quale erano e ad approcciarti. A parartisi davanti e ai lati per costruire gabbie di parole e di sguardi.

Raccolgo una pietra da terra e la lancio in direzione della loro macchina assieme ai tre insulti che ho imparato in darija. Scappano. Raccolgo un’altra pietra nel caso tornassero prima che io raggiunga casa.

Dalle siepi del parco giochi una signora di mezza età, con un vestito attillato, sposta alcune frasche ed esce sulla strada principale. Ha tacchi alti e scintillanti paillettes.

«Tutto bene ma cherie? Brava, prendine anche un’altra, dobbiamo armarci per essere ascoltate. Gliele tiro dietro sempre anch’io.»

Bidawin, Gente di Casablanca: Sarah e Ahmed

Casablanca abbraccia stili architettonici differenti, camminare per il centralissimo Boulevard Mohammed V ricorda gli Champs Elysées di una Parigi sporca e secca, dove tutti i palazzi bianchi si sono ingrigiti con gli anni, abbandonati all’incuria e a loro stessi. Arrivati alla fine dello stesso viale si incrocia Place des Nations Unies e le spesse mura ocra di Bab Marrakech, l’ingresso della medina. Finisce la ville nouvelle e comincia la città vecchia. 

Lo stacco tra la topografia francese e araba sulla mappa segna i confini di una rivoluzione architettonica lanciata nel primo Novecento. Durante il protettorato del generale Lyautey si decide di dare una nuova facciata a Casablanca, più francese, più moderna. Secondo questi, la città e la sua suddivisione dovevano rispecchiare l’ordine sociale della società che l’abitava. Si dovevano così scindere nettamente quartieri arabi da quartieri francesi. Quasi due città nella città, medina e ville nouvelle, strutture separate e volontariamente non integrate. Gli stili e gli architetti si sono sostituiti nel tempo, ma con un intento comune: contrastare l’antico.

Entrando nella medina, i viali dritti e gli spazi sporchi, ma ordinati, dell’adiacente ville nouvelle lasciano posto a un agglomerato sovrappopolato di costruzioni organizzate senza un’apparente logica. Le case si sviluppano su piani di diverse altezze e dai colori vari, imponendo curve e angoli agli stretti vicoli nei quali il macellaio, il fruttivendolo e il venditore ambulante di tazze di terracotta condividono uno spazio risicato. 

Poche finestre e infinite possibilità di perdersi. Se si riesce a tagliare la medina i polmoni si aprono su Boulevard des Almohades, un viale ampio che costeggia la marina e il porto. Una fila di palme altissime divide i due sensi di marcia. Addossati al muro della città antica, si trovano qui un rinomato e costoso ristorante marocchino, La Sqala, e il Rick’s café, falsa copia dello stesso café che fa da sfondo alle scene centrali del film Casablanca. Il film che rese famosa questa città non fu mai girato qua in verità. Ma per gli illusi, o i nostalgici, si è provveduto a ricrearne l’atmosfera.

Il centro città non è l’unico posto che si cerca di rendere più europeo. Si chiamano architetti francesi per fondere questo stile con elementi marocchini, o per non fonderlo proprio. La grande opera di riqualificazione di un’altra baraccopoli, Hay Mohammadi, ne è un esempio.

Hay Mohammadi deve il suo nome al re Mohammed V, il nonno dell’attuale re. Nel 1956 Mohammed V, conosciuto dalla gente come Sidi Mohammed – Signor Mohammed, ritorna dall’esilio imposto dal protettorato francese, e visita come primo luogo a Casablanca questo quartiere degradato dove inaugura una moschea. L’allegria per il processo verso l’indipendenza appena cominciato dal re stesso trasforma questa occasione in un bagno di folla. Il quartiere, da prima conosciuto come Carrières Centrales, per la ferrovia che lo tagliava a metà, diviene Hay Mohammadi: il quartiere di Mohammed.

Una bidonville più che un quartiere, che si cerca di bonificare con alcuni interventi di prestigiosi architetti francesi. Si vuole coniugare le recentissime innovazioni architettoniche europee costruendo case popolari luminose e asimmetriche. Di questa grande rivoluzione urbanistica rimangono solo pochi edifici oggi.

«Hay Mohammadi è stata una grande sperimentazione in un’epoca in cui si credeva di poter facilmente cambiare il rapporto dei cittadini con le proprie città progettando quartieri omogenei e autosufficienti. Ma questo non è un quartiere della periferia francese, siamo schiacciati tra la ferrovia e la zona industriale. Siamo i figli e nipoti di tutti quei lavorati emigrati dalle campagne. Non abbiamo scelto di vivere in questo posto, non c’era un altro posto.»

Sarah è una guida di Les Journées du Patrimoine, un’iniziativa di Casamemoire, un’associazione culturale che organizza una volta all’anno visite guidate gratuite in alcuni quartieri  della città. Lo scopo che si prefigge è sensibilizzare la popolazione sulla storia locale più recente.

Durante lo sviluppo economico del Paese migliaia di marocchini cominciarono a migrare dalle campagne verso le grandi città, in particolare modo verso Casablanca. I francesi avevano diviso il Maroc util dal Maroc inutil, investendo e sviluppando infrastrutture solo nel primo. Le ferrovie e i porti aiutavano la grande industria dei fosfati, le stesse zone sono ancora oggi il motore economico del Paese. Nel mentre il Maroc inutil è rimasto isolato e dimenticato dalle amministrazioni, dai trasporti, dall’industrie e dal turismo.

Sarah ci porta davanti a un parallelepipedo bianco dove enormi mattoni grigi, chiaramente aggiunti più tardi, colorano la facciata con grosse macchie e formano un’imponente scacchiera verticale. Coprono gli spazi lasciati aperti per quelli che originariamente erano balconi incassati, uno per ogni appartamento. Simmetrici e cadenzati sono stati tutti murati dalle famiglie inquiline, uno schiaffo all’architetto e una piccola ribellione agli spazi europei. Sempre meglio una stanza in più, sembrano dire. Il balcone è un elemento raro nelle case marocchine tradizionali, molto più comuni sono i cortili interni, che caratterizzano i riad, o le terrazze sui tetti, luogo di riposo per le famiglie, il bucato e le parabole.

Il giro del quartiere continua fin dentro la zona industriale. Uno zuccherificio spicca su tutte le altre fabbriche per la sua imponenza. Dalla struttura si ergono enormi torri di raffinazione di metallo blu scuro che, durante il pomeriggio, fanno ombra al quartiere abitativo sottostante. Il quartiere è cinto da alte mura marroni e l’ingresso è sempre vigilato da alcune guardie. Davanti a questa porta, sulla stessa strada chiusa, ma sul lato opposto, si trovano le scuole, appositamente costruite per i figli delle famiglie operaie. 

Ahmed è un abitate/lavoratore della stessa fabbrica:

«I cancelli si aprono la mattina alle sei e si chiudono la sera alle ventuno, per la sicurezza degli abitanti. Possono passare sono gli operai che hanno un permesso per il turno di notte.»

I non residenti non sono ammessi all’interno delle mura, ma per oggi faranno un’eccezione. Dietro a queste porte si apre un microcosmo: una stradina coperta conduce a una piazza di un centinaio di metri quadrati con i lati porticati. Sulla piazza ci sono quattro alberi, uno a ogni angolo, l’ingresso di una piccola moschea, gli hammam e alcuni empori di alimenti. Inoltrandosi nel quartiere si trovano solamente case basse, monopiano e monofamigliari, una attaccata all’altra, qualche gatto e molti bambini. Ogni minimo movimento del collo sopra la linea dell’orizzonte fa incrociare lo sguardo con l’enorme zuccherificio blu sovrastante. Ma sembra essere una grande fortuna lavorare per questa compagnia:

«L’idea della costruzione di un quartiere dormitorio a ridosso della fabbrica fu opera dello zuccherificio stesso. Un’idea molto generosa. Mio padre si trasferì a lavorare a Casablanca poco prima di sposarsi e io sono cresciuto tra queste mura. Abbiamo tutto. Sono andato a scuola qui davanti, dove ora vanno anche i miei figli. È una scuola statale ma un po’ più professionalizzante, diciamo. Mi hanno insegnato un lavoro, e grazie a questa scuola ho anch’io un posto nello zuccherificio adesso.»