Idioletto

Un idioletto è un un insieme linguistico – il lessico, la grammatica e la pronuncia – che un gruppo ristretto di persone, a volte un solo individuo, usano in maniera particolare, solo sua. Filosofeggiando potremmo dire che le lingue sono in realtà insiemi di idioletti, un prisma composto da un numero di lati tanti quanti gli idioletti delle persone o dei gruppi di persone che parlano e si riconoscono in quella lingua. Vuole anche dire che tutti parliamo la stessa lingua, ma in realtà non parliamo lo stesso idioletto. Altre scuse per non capirsi da aggiungere alla lunga lista delle comunicazioni disfunzionali.

C’è un idioletto del mercato lavorativo italiano a cui non sono mai stata esposta. Cinque anni fa ero una neolaureata con nessuna esperienza e due lingue in meno. Non trovavo granché ma non ne feci un dramma, si aprì qualcosa all’estero facilmente e partii. L’Italia è stata da allora vacanza in estate e Natale a Dicembre, le feste e il risposo. Fino a quest’anno, Settembre 2020. Tornare ha significato dover apprendere una nuova lingua e prestare attenzione alle differenze, quelle più infide, quelle sottili che non ti aspetteresti mai, quelle che non metti nemmeno in dubbio perché sai che sei a casa tua. Le differenze a cui non pensi fra il mondo per come te lo aspetti e quello per come è.

Una rappresentazione del mio idioletto del mercato lavorativo italiano.

È una scuola con più di trent’anni di esperienza nel bolognese, abbiamo una clientela affezionata e siamo molto conosciuti.

Mi fa piacere.

Tra i grandi vantaggi del lavorare nella nostra azienda c’è il grande parcheggio.

Eh già, giro in camper io.

Offriamo un pagamento in linea con il costo della vita in Italia. Il primo mese richiediamo la disponibilità totale da lunedì a sabato, dieci ore al giorno. Non insegnerai tutte le ore ma io voglio lo stesso la tua disponibilità perché stiamo facendo gli orari per il nuovo semestre e può saltare fuori qualcosa all’ultimo momento.

Il profilo di un insegnante, la reperibilità di un cardiochirurgo.

A settembre riceverai una tantum di 650 euro in cash. Che tu lavori 8 o 30 ore non importa.

Ma le cinquanta ore a settimana di guardia?

È un tempo che ci serve per conoscerci meglio. Che tu lavori 8 o 30 ore questo è ciò che diamo a tutti gli insegnanti. Ovviamente in cash!

Cioè in nero.

Però c’è un regolare contratto di tirocinio.

Questo è il settimo anno che insegno.

Un contratto di tirocinio fino a Dicembre.

Sono pure esaminatrice Cambridge e mi proponi un tirocinio?

Se poi ci piaci allora a Gennaio vedremo se e come strutturare un contratto.

Se?

È tutto legalissimo, io sono avvocato.

Excusatio non petita accusatio manifesta.

Ogni mese contiamo le ore che hai lavorato e ti paghiamo per il tempo che passi in classe, in cash.

La mia espressione di totale fiducia nelle mie capacità, il sorriso fidati-di-me-sono-quello-che-stai-cercando-assumimi che tiro fuori puntualmente ai colloqui vacilla alla terza volta che mi si sta dicendo che sarò pagata fino a fine anno in nero. Anzi no, in cash.

Devo avvertirti di una cosa però: ti è proibito dire agli studenti la tua nazionalità. Tu non sei italiana.

Io non sono italiana?

Tu sei madrelingua. O magari bilingue, almeno uno dei tuoi genitori deve essere inglese, questa è la storia che devi raccontare agli studenti se te lo chiedono.

Per fortuna mio padre è sempre un faro di praticità nella mia vita da millenial.

Sono dei deficienti, Francesca. Mandali pure a cagare, anzi da madrelingua mandali a cagher! Vieni a casa e apriamo il vino.

La mia una tantum per le guardie di settembre.

Una buona regola nel mondo anglosassone è che NON si chiama al telefono nessuno se gli puoi mandare una mail. C’è un certo rispetto della distanza, della privacy e anche del proprio tempo che raggiunge livelli difficili da intendere a queste latitudini mediterranee. Le chiamate sono per le urgenze. Le mail sono professionali. E bisogna inviarle ad orari professionali.

13:17 – Chiamata persa 052…

21:43 – Email ricevuta da Cambridge Insitute

Su una ventina di scuole che mi hanno contattato in Italia, solo due mi hanno inviato una mail. Solo una ad orari normali. Rispondere ad una telefonata per un colloquio può non essere sempre comodo. Come mentre ti stai spalmando la crema con fattore di protezione malta in spiaggia o come quando sei in fila alla cassa del Conad il giorno che hai deciso di entrare senza carrello, che dovevi solo prendere due cose, ed esci desiderando di avere un altro braccio, o altri otto, come Visnù, perché non sai come afferrare l’Aperol. No, non è comodo. E le prime impressioni contano.

Una rappresentazione realistica di Francesca che sta per ricevere una telefonata di lavoro.

La pandemia ha definitivamente sdoganato i colloqui online. Skype, Zoom, Google Meet, Lifesize, Microsoft Team. E poi ovviamente lui: whatsapp.

R U up for an interview 5PM?

Sure, I’ve already added you on Skype.

👍🏻

…typing…

Sorry, let’s do it at 5:30, k?

No problem.

👌🏻

Le emoji no. Sono millenial, ma ho un limite anch’io alla decenza.

Il mio recruiter indeciso su quale emoticon inviarmi.

Non so se conosci la nostra scuola, è un innovativo metodo di insegnamento!

Non lo è mai. 

Nel migliore dei casi qualche pedagogista ha letto tutta la letteratura degli ultimi 70 anni in quanto ad acquisizione linguistica e apprendimento e ha fatto un riassuntone. Lo ha diviso per fasce d’età, ha creato dei materiali accattivanti – magari pieni di colori per i bambini – e ci ha creato un franchising.

Nel peggiore, qualche squalo del marketing ha letto tre libri dove si parlava di learning by doing e li ha uniti in un programma omogeneizzandolo a quello che gli studenti vogliono fare in classe. Che è un po’ come se il mio medico chiedesse a me la terapia di cui credo di avere bisogno perché lo pago e se non mi da quello che voglio andrò da qualche altra parte.

Il programma te lo forniamo noi, anche i lesson plan, è tutto pronto! 

Non hai bisogno di un insegnante, hai bisogno di un attore che reciti in lingua il tuo prodotto. E ormai l’inglese lo parlano in tanti bene o male.

Ci sarà un corso di formazione iniziale…

Dove verrà osannato il creatore del metodo rivoluzionario. Semplice e definitivo, non ti servirà sapere nient’altro. Uno, due o tre giorni di training e sai insegnare. 

…per cui chiediamo il contributo simbolico di 800€. Si può pagare in due rate.

La mia faccia dopo aver sentito “contributo simbolico di 800€”

Ho avuto tanti colloqui e ad ognuno di questi è successo qualcosa di surreale. Un dettaglio, un comportamento, una frase che mi lasciava basita. All’estero ho imparato tante lingue, ma non so se sono pronta per gli idioletti. 

Operazione ritorno

Se la mia vita fosse un libro sarei un po’ contrariata con la trama. L’autore avrebbe dovuto creare più suspence, costruire il problema con calma, strutturarlo con cura e arrivare al suo apice dopo un conflitto interiore interessante e avvincete. Così si fidelizzano i lettori, lessi una volta in un manuale per aspiranti scrittori.

A ben pensare quel manuale non mi è mai piaciuto fino in fondo. Asseriva che la finzione, la scrittura, dovesse perentoriamente avere una logica e una struttura coerente. Nessuno trovava interessanti i romanzi che ricalcavano la vita reale, che affermavano l’esistenza del caos. Le storie dovevano avere un senso, andavano programmate, tutto doveva accadere in funzione della finzione. Se descrivevi un gazebo, quel gazebo doveva essere di vitale importanza nel racconto. Se un personaggio ne incontrava un altro, quell’incontro era strumentale a qualcosa che sarebbe venuto dopo. Insomma, ai personaggi non capitavano cose a caso. Il caso non era una buona trama.

Eppure a me nella vita sono successe tantissime cose per caso. Dalla mia nascita a Correggio, in provincia di Reggio Emilia, all’iscrivermi a lingue all’università invece di storia orientale. E mi piacciono quelle storie dove i personaggi sono i balia degli eventi perché per una volta mi sento rappresentata. Il caso c’è, esiste, ed è pure un anagramma di caos – qualcosa vorrà pur dire, insomma, non sarà un caso.

La birra dell’anno.

A luglio, senza mascherina e da due settimane in vacanza, scherzavo allegramente in una distesa di un bar a Madrid: sono passati sei mesi di questo 2020 e non so se tirare un sospiro di sollievo o preoccuparmi per i prossimi sei. LOL.

Mantenendo la mia salute mentale dopo una quarantena troppo lunga, perdendo un lavoro ma garantendomene uno migliore per Settembre pensavo di aver passato la prova pandemia a pieni voti. High achiever come sono – figlia di genitori troppo esigenti, direbbe il mio psicologo – vedevo riflesso in questo scatto di carriera il buon karma accumulato dopo il mio precedente datore di lavoro, una che aveva un PhD in stronzaggine e una passione per le fake news. Il COVID-19 è una bufala e posso citarvi diversi video su Youtube per dimostrarlo. Ah ah, si ok.

Seriously, stop.

A quindici giorni dall’inizio dell’anno scolastico la mia nuova accademia licenzia vecchi e nuovi insegnanti, Madrid ha diecimila nuovi contagi al giorno, nessuno sa come inizieranno le lezioni, molte scuole chiudono, molti colleghi se ne tornano ai loro paesi d’origine e io sono ufficialmente a spasso. Affranta un giorno spammo il mio curriculum dappertutto in Emilia e a Madrid, mi cucino degli spaghetti allo scoglio, apro una bottiglia di vino bianco, mi metto in terrazza e aspetto. Essia, andrò dove dovrò andare. Il mio telefono squilla ma sono sempre e solo scuole italiane, in Italia.

Era evidente, dovevo solo accettarlo. L’operazione ritorno comincia comprando scatole di cartone su Amazon. È un lutto. Devo ammettere che sono uscita da alcune relazioni con molta meno fatica. Mia madre vuole, cito testualmente: comprare un biglietto per Madrid – che in questo momento sta all’Europa più o meno come Wuhan sta alla Cina, venire, impacchettare le mie cose e piangere assieme per questo grande cambiamento. No mamma, non vuoi vedere quanto alcol berrò per salutare tutti i miei amici. Né la faccia da hangover che avrò perennemente tutte le mattine della mia ultima settimana in Spagna. Non vuoi vedere il tour dei saluti ai miei bar preferiti, agli amici e agli amici tinder. 

Le pochissime cose che ho riportato in Italia.

Causa pandemia, le persone che ho salutato senza abbracciare sono tante. Il mio insegnante di zumba. Ti voglio bene Francesca! Mi mancherai e mi mancherà la tua energia in classe! E tu mancherai a me Arturo, che due anni fa nemmeno io credevo di poter muovere la parte superiore e la parte inferiore del corpo in maniera coordinata. Hai fatto un miracolo.

La mia parrucchiera, Mariajo. Con questo coronavirus di merda non posso nemmeno baciarti! È stata la prima signora fuori dall’Italia che mi abbia mai tagliato i capelli. Dire ‘scalati’ in una lingua straniera è sempre un problema. Forte e genuina, sempre fumando fuori dal suo negozio, ero diventata la sua contrabbandiera di libri di inglese per il figlio, e di biologia, e di tutti quelli che riuscivo a trovare online. Con le prove e le risposte. Insomma, se questo ragazzo è stato promosso è anche un po’ merito mio.

Aitor, Igor e il loro pub. Due baschi che mi credevano inglese e che si sono ricreduti solo dopo aver conosciuto mio padre. Il quale, un po’ brillo, si complimentava calorosamente per la cucina e la qualità del vino in quel linguaggio che è il suo esperanto: italiano parlato lentamente e con grossi gesti con le braccia. Hai visto che capiscono tutto! Hai visto che sto traducendo in spagnolo? A cui è seguito un discorso di Igor sulle similitudini tra le società italiana e quella basca – a suo dire entrambe matriarcali, mica come quella spagnola, son todos machistas! Insomma, un simposio sociologico, che rientra tra quelle cose che si fanno meglio con del vino. Con la pioggia o con il vento, con il CELTA o de parranda, passavo al loro locale almeno una volta a settimana. Uno dei pochi posti dove mettono tapas ottime e gratis. Era la mia perla a Lavapies. E il mozo lo lasci qua? Ma che ragazzo, Aitor, sono single! Allora ti abbraccio. Chi era machista?

Gomiti, mai usati così tanto come quest’anno.

Gli amici mi aiutano a fare le scatole, regalo ad ognuno una cosa, un po’ per non riportarmi in Italia troppa roba e un po’ perché voglio avere qualcosa di me che rimanga a loro. Questa esperienza non può scomparire con la mia partenza. Tieni la macchina per fare la pasta, prendi il set da campeggio, ti lascio i piatti, a te il tappetino per fare ginnastica, i divisori del mio armadio, le ceramiche che comprai in Marocco, una foto a tutti. Saluto con gomiti e abbracci, impacchetto tanto e piango molto. Mi serviranno due settimane di quarantena forzata a casa e di sonno per far sparire le occhiaie. Un ritorno sicuramente positivo, sotto troppi aspetti: a sorpresa c’è coviddì.

C’è coviddì starter pack.

Che nome vuoi dare a questo periodo? Non sono sicura, ho solo alcuni finalisti: attracco, landing manoeuvres, riacclimatarsi, decompressione. Finito uno tsunami me ne incontro un altro e la consapevolezza che questo 2020 si passa con resilienza o non si passa. E alcune poche cose di cui gioire anche stando in quarantena in una stanza: Internazionale cartaceo in edicola, la cucina della mamma, l’erbazzone della zia e le paste del bar alla crema.

Un giorno lo racconterai ai tuoi nipoti, questo trasloco che hai fatto dalla Spagna durante una pandemia: è stata una pazzia.

Femmina

«Visto che tu sei l’unica femmina, la mamma gatta la fai tu!»

«Non siamo gatti veri, come possiamo inventarci che siamo gatti, tu puoi inventarti che sei la mamma gatta.»

Non che fare la mamma gatta sarebbe stato un problema per me, ma non avevo intenzione di fare qualcosa solo perché a qualcun altro gli sembrasse giusto impormelo. Un tratto caratteriale che ancora mi accompagna.

Ero convincente, Ivan si mise a gattoni e cominciò a fare finta di essere la mamma gatta. Noi altri in coda, gattonando. Che la mamma gatta era incinta e i cuccioli non si riuscivano a vedere ma ce li aveva nella pancia, la seguivamo ovunque andava. 

Dovevo avere tre o quattro anni. Mi piaceva vestire di rosso, i dinosauri, i Power Ranger – ovviamente quello rosso era il migliore – e cavalcare la Lea, il cane di mia nonna. Non mi piacevano le verdure, fare il sonnellino pomeridiano e le femmine, perché erano noiose – dicevo.

Festeggiai il mio sesto compleanno con quelli stessi amici e poi ci trasferimmo a Fidenza. Ivan, Jacopo e altri due o tre di cui non ricordo il nome mi correvano dietro per il corridoio mentre io andavo su un cavallino con ruote o una nuova bicicletta. Mia madre dice sempre che era imbarazzatissima quel giorno perché io avevo invitato solo maschi alla mia festa e le altre mamme le facevamo mille domande.

«Sono i primi bambini con cui ha parlato all’asilo, è logico che abbiano fatto amicizia…»

Erano scuse, la verità era che non mi divertivo a giocare con le bambine perché a loro non piaceva sporcarsi e si mettevano subito a piangere per qualsiasi cosa. Avevo già tanti pregiudizi.

La scuola elementare era un edificio enorme di epoca fascista. Il fascismo non sapevo cosa fosse allora ma mi sembrava una cosa bruttissima, questo mi ha fatto sentire sempre un po’ in colpa perché la mia scuola mi piaceva molto. Abbracciava un cortile grigio e ruvido ma era circondata da un giardino enorme dove c’era un labirinto fatto di siepi, alberi altissimi e dove giocavamo a ‘fare la base militare’ vicino al muretto di cinta. 

Doveva essere dopo pausa pranzo, quando, dopo la mensa, si andava a giocare nel giardino. Le bambine si sedevano di fianco alla maestra a ricamare noiosissimi centrini e io andavo a giocare a calcio con i maschi. 

Un giorno di questi la palla ci si incastrò in uno dei rami di un pino immenso. Un mio compagno di classe ebbe la brillante idea di utilizzare uno dei mattoni del muretto di cinta per colpire la palla, liberarla e continuare a giocare. Io avevo deciso di allacciarmi le scarpe proprio nel momento di quell’esperimento. Il mattone fece una campana in aria e mi colpì alla tempia destra. Non mi ricordo un forte dolore, ma mi ricordo la soddisfazione di mettere nei guai Alberto, che a me stava abbastanza antipatico perché diceva che aveva una fattoria con degli struzzi anche se io sospettavo non fosse vero. Così cominciai a camminare in direzione del club del cucito urlando “maestra, maestra, Alberto mi ha tirato un mattone in testa!” Poi vidi rosso e la mano che avevo portato a coprire la ferita completamente insanguinata.

Non mi ricordo molto di più, non doveva essere molto grave perché mi misero la testa sotto l’acqua e poi chiamarono mio padre. 

Le mie certezze in quei primi anni di scuola elementare erano il negozio di fiori di mia madre, le enormi ceste di lego che custodivo come tesori nella mia camera, il mio costume da nativo indiano che affittavamo tutti gli anni alla cartoleria del paese per carnevale, il parco dietro al municipio, Alex e Annalisa, i miei migliori amici. Mi ricordo in particolare Annalisa perché per me ha sempre rappresentato la mia prima amica femmina. La prima femmina che non era noiosa, anzi, era intelligentissima e disegnava molto bene. L’ammiravo molto ed è per questo che la volevo come amica.

Cambiai scuola e perdetti tutti i miei amici. Di quel periodo ricordo solo che giocai a calcio in una squadra maschile che mi lasciava in panchina tutto il tempo. E mi cambiavo in spogliatoi femminili freddi e vuoti perché le femmine non giocano a calcio, mentre gli altri ragazzi avevano acceso il riscaldamento e le docce calde.

Nell’estate fra la quarta e le quinta elementare giocavamo a progettare una base segreta in un bosco vicino al paese. Entravamo nei cantieri edili della zona quando non c’erano i muratori e rubavamo cariole, cemento, utensili, e tutto quello che ci sembrava un buon materiale da costruzione. Costruimmo una tenda con pali ancorati al terreno con cemento e pietre e un telo cerato. Una volta rubammo delle galline e costruimmo un pollaio piantando quattro paletti di legno per terra e avvolgendo della pellicola trasparente da imballaggio attorno per chiudere il recinto.

Inutile dire che in tutte queste peregrinazioni io fossi sempre l’unica femmina.

Quando non rubavamo cose giocavamo a calcio, ma eravamo troppo pochi per farlo da soli, così spesso ci dovevamo riunire con i ragazzi del quartiere vicino che non ci stavano simpatici perché loro erano loro e noi eravamo noi. 

Io portavo i capelli molti corti in quel momento e vestivo come un maschio. Mi piaceva poter usare il gel per sagomarmi una finta cresta. Mi piacevano le magliette a maniche corte e i colori accesi. Nella prima di diverse partite mi presentai come Francesca ma, vuoi per i vestiti, per i capelli, o perché effettivamente giocavo a calcio meglio di loro, mi scambiarono per un bambino e cominciarono a chiamarmi Francesco. Mi sentii finalmente molto integrata. Ero la prima – o forse sarebbe meglio dire il primo? – ad essere scelta quando si formavano le squadre, ridevano alle mie barzellette e ricercavano la mia compagnia. 

Chiesi ai miei amici che conoscevo da più tempo di continuare a fingere che fossi maschio perché volevo essere trattata come loro. E l’inganno prosegui. Fino al giorno in cui Mattia, un ragazzo del mio primo gruppo, non disse a tutti che ero in realtà una femmina. Non ci credettero subito ma quando Mattia li convinse non mi fecero giocare più con loro perché ero una femmina e le femmine non giocano con i maschi. 

I miei amici, forse perché mi conoscevano da più tempo, o forse perché la rivalità di quartiere era un solco più profondo, decisero che non avrebbero più giocato con loro se non accettavano anche me, che ero un membro della loro comitiva. 

«Sì, è una femmina ma gioca come un maschio.» 

Non li convinsero e quindi tutto ritornò alla normalità. Noi giocando nei campi e nelle strade di qua dal centro sportivo, e loro di là.

Avevo solo 9 o 10 anni, ma mi ricordo perfettamente di sapere, anzi, di essere convinta, che la mia condizione di femmina mi relegava all’interno di comportamenti e standard che a me non piacevano. Volevo avere lo stesso potere che implicava essere maschio. Fare il ‘maschiaccio’ era quello che più ci assomigliava.

Non erano cose di cui si parlava, ma le si sapeva. E per me ‘la società’ è sempre stata questo: una pressione costante esercitata dall’ambiente circostante che relega le persone all’interno di schemi comportamentali precisi, assegnati secondo gli organi genitali con cui si è nati. Sono stereotipi e false certezze che ognuno, maschi e femmine, si trova a dovere adempiere. 

E avrei tantissimi altri esempi. 

A undici anni lasciai pallacanestro per andare a danza, come tutte le mie compagne di classe. Non c’è stato un solo anno che ricordi più noioso di quello.

A dodici anni andavamo a comprare rasoi al supermercato del paese perché ci si doveva depilare.

«Non vorrai avere le gambe come un maschio?!» 

I tuoi capelli dovevano essere abbastanza lunghi, i vestiti di colori femminili, non si poteva imprecare come i maschi. Perché sai, loro sono maschi, mentre tu non puoi comportarti alla stessa maniera. Se ti piacevano gli sport di contatto fisico perché eri più forte di molti dei tuoi compagni non andava bene, nemmeno questo. E la lista continuerebbe e si arricchirebbe con l’adolescenza e con l’età adulta.

Ancora prima di avere dei gusti precisi, o di avere la possibilità di esplorarli, la società ha un concetto preconfezionato di come tu, maschio o femmina, debba essere. Se quello che sei o che ti piace fuoriesce da queste linee devi trovare una spiegazione. Nessuno mi ha mai chiesto perché mi fossi iscritta a danza, ma perché avessi deciso di cominciare calcio me lo chiedevano tutti.

Quindi, per Francesca e per Francesco, per chi ha il coraggio di essere come è e di fare quello che gli piace: Buon 8 Marzo. Non solo alle femmine.

Mia nonna, una storia della bassa

Aprivi un’atlante vecchissimo, prendevi la pagina del continente Europa. Un ammasso verde di paesi nella parte destra della cartina formava un compattissimo blocco: U.R.S.S. 

«Me lo aveva regalato il benzinaio, con i punti!»

Hai sempre guidato il Ciao della Piaggio, bianco. Mi ricordo del terremoto del XXXX, non perché fosse grave – per carità abbiamo visto di peggio – ma perché all’asilo ci avevano detto che si andava a casa prima. Avevano chiamato i nostri genitori, ma i miei lavoravano, lo sapevo, non potevano venirmi a prendere. Quando si è piccoli il mondo dei grandi obbedisce a regole rigide.

Rimarrò qui con le maestre, pensai. 

Mannò, verrà a prenderti un nonno, mi dissero sbrigative loro.

Ma mia nonna guida un Ciao. Non hai mai guidato nient’altro. Ero terrorizzata dall’idea di salire sul Ciao con te e cominciai a piangere.

«Fammi un po’ vedere dove sei andata questa estate…»

Partiamo con l’indice teso dall’Italia, perché è color giallo chiaro e risalta al centro di questo Mar Mediterraneo azzurognolo. Proseguiamo verso oriente, passiamo la Giordania.

«Teheran?»

Sono appena tornata dall’Iran una macchia viola vicino al bordo di questa cornice, dopo di che la fine della mappa.

«E adesso dove hai detto che vai?»

Ripassiamo il dito sul Mediterraneo, in senso opposto, costeggiamo l’Africa e ci fermiamo prima di raggiungere l’Atlantico.

«Rabat»

Leggi le capitali che sono solo piccoli quadratini neri spessi su una distesa di colori.

«Francesca, ma viaggi più del Papa!»

Ridiamo e tu ti fermi a guardare ancora l’atlante, a calcolare le distanze da casa.

«Non sarai poi tanto distante, è appena qua sotto la Spagna, è un centimetro!»

Poi mi guardi negli occhi e sorridi.

«Mo ‘tsi bela – come sei bella!»

A te questo ultimo Papa piace, e non solo per il nome.

«Ha la faccia simpatica, buona. Mica come l’altro là…»

L’altro là non ti è mai piaciuto. Dicevi che non aveva una bella cera, e poi aveva abolito il limbo. Così, da un giorno all’altro. Puf. Il limbo non c’è più.

«E dove sono finiti i miei bambini?»

Avevi un’espressione desolata quel giorno. Ma cosa ne posso sapere io di quando si moriva ancora di parto? Di una vita passata nella bassa, di duro lavoro, di aborti spontanei e feti nati morti. Normalità.

«Io non so se il prete ha fatto in tempo a battezzarlo, spero di sì, ma non lo so…perché adesso dove va se non c’è il limbo? Dov’è?»

Sono passati sessant’anni e non ti dai pace. Le poche volte che ti accompagniamo al cimitero vuoi passare per prima cosa davanti alla sua tomba. Ci dici sempre che vuoi essere sepolta lì, accanto a lui. È un cimitero piccolo con alti alberi al suo interno. A meno di cento metri si trova la casa dove sei nata.

Mentre il nonno è in un altro cimitero. Non so quasi nulla di lui, di voi. Sono nata io e poco dopo se n’è andato lui. 

Nessuno ha parlato mai del nonno. 

Da piccola avevo sentito le parole ‘separati in casa’, ma non ero riuscita a sciogliere l’ossimoro. Tu porti adesso anche la sua fede al dito, due anelli prima di una nocca nodosa che ogni tanto ti tocchi.

Dita che guardi sempre anche a me, ad ogni nuovo anello mi chiedi: 

«È quello che penso io?»

E io ti dico di no, che non lo è. Che sono giovane.

«Brava, non ti sposare presto! Ma non fare nemmeno come lo zio Giuseppe…» che si è sposato a cinquant’anni. E ridi.

Sto tornando per il tuo funerale oggi. 

Sono di nuovo via, lontano, dentro a quella cartina colorata che abbiamo aperto assieme qualche anno fa. Attraverso aeroporti anonimi e luoghi grigi in questo pellegrinaggio verso la bassa. Penso al caseificio, al cane Lea, agli anni in cui stavo con te dopo la scuola, alle case che hai abitato, all’orto dove mi raccontavi che seppellivi i gatti morti sotto le zucchine, e alle verdure che non ho mai voluto mangiare. Quelle che sbucciavi sotto al portico in grandi cesti.

«Guarda tuo cugino Michel com’è bravo! Lui mangia sempre tutti i fagiolini» e io no. Mai. 

Mi ricordo il camion dei surgelati che passava in campagna a vendere porta a porta. L’argine altissimo vicino casa. Gli anni del divorzio dei miei genitori e tutti gli anni dopo, che non sono più stati gli stessi.

E se mi trovo a scrivere queste righe in aeroporto è per te. Se ho viaggiato e viaggio è anche grazie a te. A te che hai fatto la tua luna di miele a Roma. A te che non sei mai andata a Lourdes perché «vorrei tanto ma è troppo lontano.» 

Perché in questo momento vedo meglio quello che è stato fatto per permettermi di essere quella che sono: qua, oggi, a scriverti, a ricordarti e a piangerti dal Portogallo.

Siamo nani sulle spalle di giganti.