L’appartamento spagnolo: Capitolo settimo

Ghosting.

«Sono semplicemente scomparso. Questa insisteva, e insisteva: mail, messaggi, a me e a mia madre. È troppo, no? Cioè, non ti rispondo. Smettila e vai avanti con la tua vita.»

Ascoltare uno dei miei ex parlare di come avesse lasciato le sue precedenti compagne mi scatenava sempre due reazioni contrastanti. Poverine queste che dal giorno alla notte non avevano avuto nessuna spiegazione e se lo sono viste scomparire dalla loro vita. A cui prontamente aggiungevo: però queste stronze se lo meritavano dai, a me non succederà mai perché sono l’amore della sua vita. Tzé. Lasciata con una mail inviata dall’India dopo un anno di convivenza. La gente parte in vacanza per disconnettersi, ma i problemi gli si infilano in valigia. Dopo questa mail il nulla. 

Nei mesi seguenti mentre cercavo una casa in cui trasferirmi, di raccogliere i cocci, di non cadere in depressione, di cambiare lavoro, iniziare ad andare in palestra, imparare una nuova lingua, non potevo fare a meno di pensare al fatto che ero stata lasciata come tutte le altre. Avevo iniziato la mia relazione sentendomi unica e speciale e la rottura mi riportò su un piano molto meno esclusivo. Cominciai a sentire una certa empatia con donne di cui avevo solo sentito parlare e a cui avevo dato delle stronze per pura solidarietà femminile. Mi vedevo entrare in una stanza con tutte le disilluse precedenti. «Anche tu qua, eh?!» 

It’s a match! Lucia ha ancora Tinder sul cellulare solo per vedere la distanza a cui si trova Gonzalo. Gonzalo è un match, un bellissimo e interessantissimo match. I problemi arrivano sempre con gli -issimi. Usciti per un mese, quasi tutti i giorni, tutto molto intenso. È la prima volta che la vedo sorridere serenamente da quando sua madre è stata operata di cancro a Settembre di due anni fa. 

Risate e allegria. Gonzalo passa da Tinder a Whatsapp in poco tempo e poi scompare.

Un deserto di doppie spunte blu. 

È sempre un match, ma è di fatto scomparso. Non ha cancellato ancora la chat con cui si sono scritti per la prima volta 8 mesi fa e accedendo al suo profilo vede quanto distante si trovi da lei in qualsiasi momento. Quando Gonzalo è a casa è ad 1 chilometro. Quando è a lavoro sono 9 chilometri. Ma da qualche sera Gonzalo si trova sempre a 4 chilometri di distanza. Spesso è lì anche la mattina, nei weekend fino a mattina inoltrata. 

«A 4 chilometri da noi si trova la sua nuova amante. Sto stronzo. Sicuro che è così! No, no, ma io non ho un problema. Che faccia quello che vuole.»

E io le credo. Perché sono stata tante volte ipocrita con me stessa che mi sembra scortese non poterlo essere anche con un’amica di tanto in tanto. Dipingiamo certe realtà che vanno credute solo per l’enorme fantasia che abbiamo utilizzato. 

«Il problema ce l’ha lui. A me sembra solo utile capire dove sta e a che ora sta dove sta perché, cazzo, almeno rispondimi. Dimmi che non mi vuoi più vedere. Che si, è chiaro, non è che non mi rispondi perché sei impegnato. Non hai una cazzo di voglia di prendere in mano il telefono e scrivermi un messaggio decente. Ci vuole tanto a dirmi ciao, scusa, non voglio più uscire con te? No ma dico le palle gli uomini, le tagliano tutte solo quando bisogna usarle?»

Io annuisco in silenzio. Ci sono discorsi che te sei ripetuta così tante volte nella tua testa che vuoi solamente lasciarli uscire. Non vuoi un contraddittorio, zitti tutti perché questa cosa che ho dare dire fila! Rabbia come lubrificante.

Nell’era della super comunicazione, possibile che non abbiamo ancora imparato a prenderci le responsabilità delle nostre azioni? O quantomeno a comunicarle. 

I risentimenti creano mostri. Così Lucia di ritorno da una festa una sera, dopo l’ennesima volta che controllava Tinder per vedere la posizione di Gonzalo, screenshot e scrive:

Guarda sto stronzo dov’è! Ancora lì, ancora da lei! E a me non risponde manco a morire!

Invio.

Il nostro inconscio è potentissimo, o forse a volte solo l’alcool, ad ogni modo Lucia invece di inviare questo messaggio ad un’amica appena lasciata alla festa, lo invia direttamente a Gonzalo e se ne va a dormire senza l’ombra di un risentimento. Un classico dei classici. 

Controllando Whatsapp la mattina seguente le esplode un urlo dalla gola, uno squarcio in una tranquilla domenica mattina e tutta la casa viene catapultata ad aiutare Lucia in pieno attacco di panico.

«L’ho inviato a Gonzalo! L’ho inviato a Gonzalo! Sono un’idiota. Questo ora mi manda la polizia a casa. Ordine di restrizione. Penserà che sono pazza! Come si fa a vedere se lo ha letto? Come si fa a cancellare? Ah! Guarda – dito puntato su Tinder – è ancora a casa di quella! Staranno scopando. Come si fa a capire se non lo ha letto?»

Le nostre abilità informatiche riunite ci rendono l’operazione di cancellazione del messaggio relativamente facile. Calmare Rocio non si presenta un compito altrettanto semplice.

Un economista argentino di cui mi ero perdutamente innamorata durante uno degli anni più pazzi della mia vita mi aveva detto che la mia intelligenza era una delle ragioni per le quali gli piacevo. Si vantava di stare con una donna sopra la media. Questa cosa che volesse sfoggiarmi per il mio lato intellettuale mia aveva dato una botta di autostima considerevole.

Fino a quel momento non avevo dato molta importanza alle mie capacità intellettive. Spingevo le porte dove c’era scritto tirare. Avevo un agenda fitta di colori e mi segnavo tutte le cose da fare e il giorno determinato per farle per non dimenticarmi. Un anno mi ero pure lasciata passare il compleanno di mia madre. C’erano molte cose di concetto che non mi riuscivano bene, come comprare la benzina dove costasse meno o fare piani realistici di quello che potevo studiare/lavorare in una settimana. Ma ero così attaccata a quell’uomo che avrei fatto qualsiasi cosa purché rimanesse nelle mia vita per sempre. Per sempre. 

E invece: «anche tu qua, eh?!» Si, è quello di prima, il ghoster dall’India.

Mi ha insegnato che le persone lasciano nella maniera che possono. D’altronde, se uno è stato immaturo fino alla relazione precedente a quella avuta con te, cosa ti aspetti? Un miracolo? Questa consapevolezza mi ha aiutato ad accettare e spegnere una grande rabbia che avevo dentro: non mi meritavo di essere lasciata così. E nemmeno Lucia. Già, nemmeno i bambini che nascono in Yemen si meritano di morire di fame. E noi, dall’alto del nostro altruismo ci stiamo solo lagnando di un po’ di ghosting. 

In inglese si chiama closure, ma sarebbe troppo sbrigativo tradurla solo come chiusura. Closure significa scrivere la parola fine, riallacciare i fili in maniera organica e chiudere un capitolo. Pensiamo di star male perché ci manca l’altra persona, e invece stiamo solo male perché siamo rimasti soli e non sappiamo come chiudere la questione.

Cosa ha insegnato a me il ghosting? A lasciar andare. Non puoi decidere come andranno molte cose nella tua vita, puoi solo decidere quanto lasciarti influenzare, deprimere, arrabbiare o semplicemente accettarle. È snervante realizzare che abbiamo così poco potere. Oppure ne abbiamo tantissimo, dipende da che angolo guardiamo quello che ci succede.

Anche nell’essere lasciata, cercavo una validazione del fatto che meritassi di meglio, perché ero una persona speciale. Non ricevere nulla, venire completamente ignorata dopo aver creduto di essere così importante mi ha lasciato distrutta per moltissimo tempo. 

Le relazioni prevedono per forza l’interazione di più persone. Non abbiamo nessun potere se non quello su noi stessi, è destabilizzante dover farselo bastare.

L’appartamento spagnolo: Capitolo sesto

Quarantena.

«Sai cosa m’è successo oggi? Passavo le lattine di birra e il lettore non le riconosceva. Errore, errore e ancora errore.»

Entra in cucina e comincia a parlare, una tempesta, un racconto inaspettato, in fibrillazione. 

«Nessuna marca di birre passava. Estrella Galizia, errore. Virgen, errore. Alhambra, errore. Siamo andati tutti in panico. Questi stronzi del governo adesso ci vogliono anche proibire la birra! E io come faccio senza birra?»

Stavo cercando di capire se la mia quiche fosse cotta. La noia della mia quarantena si è espressa in cucina.

«Ho avuto un’idea, tutti i cassieri fermi. Ho chiamato Paco. Paco vai a prendere una bottiglia di TUTTE le birre che abbiamo, deve passarne UNA. Dico una! Bene, Paco arriva con un carrello pieno di birre – te lo immagini pieno di birre eh! – una per ogni marca che vediamo. E io mi metto a passarle tutte.»

Questo racconto è pur sempre la cosa più eccitante che accadrà al mio sabato sera. Mi siedo e fingo di mostrare interesse.

«Di tutte, l’unica che passava al lettore era la Mahou Cinco Estrella, ma non la birra piccola, la litrona! E allora tutti i clienti via, a correre verso il reparto delle birre a comprare Mahou Cinco Estrella, a litri.»

La vendita di birre al dettaglio in Spagna è aumentata dell’80% dall’inizio della quarantena. Nemmeno la carta igienica è riuscita a fare meglio.

«Io però non lo trovavo giusto! Allora sono andata a protestare ai piani alti. Maria, vieni a prendere il mio posto alla cassa. Ma non puoi andare in pausa un’altra volta, Gema! Non mi interessa, questa cosa è grave, vieni! Sono salita fino alla direzione, poi ho incontrato Manuel, quello dei codici e mi ha detto che c’era stato un errore nell’inserimento dei codici degli alcolici. Insomma, era solo un problema informatico!»

Scontato. Questo episodio di ‘Una vita al Corte Ingles’ mi ha un po’ deluso.

«Però io avevo già detto a Paco di mettermi da parte due casse di Mahou, che non le toccassero i clienti che io non posso vivere senza birra. E niente, le ho dovute pagare. Adesso ho un sacco di birre, se ne volete un po’…»

Questa è la prima buona idea che mi sembra uscire dalla sua bocca oggi.

«Però, guarda, un panico. Un panico così nella mia vita non l’avevo mai avuto. Mi sono tremate le gambe, i polsi…»

È l’unica persona del nostro appartamento che deve ancora uscire, siamo tutte confinate da un paio di settimane. La mattina Gema si sveglia e prende uno spruzzino con acqua e candeggina e spruzza. Un pomello lì, una sedia là. Spruzza, pulisce e rispruzza. Il bagno ha l’odore di quelle piscine coperte dove si andava da piccoli per imparare a nuotare. Tutti i bambini ci pisciavano dentro e quindi loro giù di cloro. 

«Francesca, come si apre la moka?»

Rocio, 34 anni e non ha mai fatto un caffè. Respira. Ma io ho finito il caffè.

«Ce l’ho io, ce l’ho io! L’ho comprato in Ecuador in un viaggio, tre anni fa…»

Sgrano gli occhi e istintivamente ritraggo la caffettiera, verso di me. Tu non ci metterai dentro quella roba.

«Ma no! Cosa dici?! Il caffè non scade.»

Allibita spiego che anche il caffè è un alimento, e scade. Il tempo trasforma ogni cosa e pure il caffè. Filosofia.

«No no no, il caffè non scade. La so così anch’io.»

Non lo faccio quasi mai, ma mi vedo costretta a giocare la mia carta nazionalità. Davanti ad una spagnola e un’inglese recidive devo. Almeno per il mal di pancia che sto evitando ad entrambe. Sono italiana, il caffè per me è importante, ascoltatemi. Diatriba conclusa.

«Expiration date è l’unico date che mi posso permettere in questo periodo.» Meglio di niente.

Ci addentriamo così in una lunga conversazione dove si scopre che la caducità è una caratteristica anche del formaggio stagionato, delle fette biscottate e della birra. Si, lo hai grattugiato un mese fa e lasciato in frigo, ma il frigo non è ancora una macchina che ferma il tempo, ahimè. Economia domestica spicciola.

Lo stupore viene bruscamente interrotto da uno scrosciare di applausi. Sono le 19:58 e Madrid tutti i giorni si affaccia alle finestre, va sui balconi e applaude al personale sanitario. Noi applaudiamo anche per un nuovo vicino di casa, il dirimpettaio bono che vive da solo. Quando accende le luci lo seguiamo da una finestra all’altra.

«Secondo me lì c’è il salotto, quella è la cucina e la camera da letto non la vediamo perché dà sull’altro lato.» Dopo un Master in Architetture della Noia siamo capaci di ricreare nella nostra testa qualsiasi cosa. L’unico muscolo che stiamo allenando con costanza è la creatività.

Pochi minuti e poi tutto tace. Le persone tornano nelle loro case. Rocio si affaccia alle finestre del soggiorno e urla: «Gooon!»

Gonzalo è un vicino che sta troppo lontano perché possa sentirci, ma abbastanza vicino nei ricordi. Rocio si è inventata un rito catartico: tutte le volte che pensa a lui, invece di chiamarlo – errore perpetuato troppo a lungo l’ultimo anno – corre alla finestra e urla il suo nome. Se stai provando a biasimarla è perché non vuoi riconoscere quello che hai fatto tu l’ultima volta che sei stato/a lasciato/a. Ognuno ha la sua maniera di guarire.

Siamo tutti a casa adesso e siamo sempre in ascolto. Sentire un «Gooon!» anche se solo poche volte al giorno – quando siamo fortunati – ha attirato l’attenzione. Adesso Rocio ha il suo proprio flash mob personale: ogni volta che urla, diversi adepti si aggiungono in risposta allo straziante grido di amore. Per chi avesse ancora dei dubbi che deriviamo dalle scimmie. Anche le nostre vicine americane le fanno il verso «Gone, gone, he is gooone!»

Jess invece affronta la quarantena in maniera propositiva: «io credo che utilizzerò questo mese di quarantena per imparare qualcosa di nuovo. Faccio un corso di arabo, dai.»

L’illusione di avere più tempo libero è la più difficile da debellare. Il mio ufficio è il mio computer e non c’è più una differenza fra tempo privato e aziendale. All’arrivo di una mail devo rispondere subito. Subito. Devo lavorare di più perché lo spettro della cassa integrazione e della disoccupazione ci sono stati presentati dal primo giorno. Mangiamo davanti al computer, non ci mettiamo più il reggiseno, le scarpe le indossiamo solo per andare al supermercato, il nostro giorno di festa. Non abbiamo più tempo libero. Forse io ne ho di meno di prima.

«O magari il giapponese. Si, si ho deciso, il giapponese!»

I progetti ambiziosi sono i migliori. Le liste di cose da fare prima di andare a dormire. Sappiamo che non riusciremo mai a terminarle ma almeno ci danno un obiettivo, ci fanno andare.

«Ma sai cosa? Questo mese mi rimodello le sopracciglia! Guardale! Taglio tutto e poi le do un angolatura diversa, come le tue, tu come fai a farle fare quella cosa lì, ad ala?»

È una matita per sopracciglia, dilettante. Il mio mai-più-senza.

I miei progetti da pandemia non sono meno ambiziosi: io voglio scrivere.

L’appartamento spagnolo: Capitolo quinto

Vicini.

«Fatti vedere in faccia! Che mostri sempre e solo il cazzo! Fatti vedere in faccia!»

Bonjour finesse.

Chi è stato? Non lo so. Abbastanza vicino perché lo senta urlare una domenica mattina e abbastanza lontano per non dare un volto alla voce che da qualche mese a questa parte ha per me la rabbia. E il disagio.

Il problema è che è una frase senza contesto. Ho bisogno di un contesto per comprenderti, vicino, mi sento un po’ persa al momento. Non si possono gettare delle frasi così e pensare che chi le ascolti non ci costruisca un quadro attorno. Una situazione, un prima e un dopo. Non esistono frasi sospese, sole, vuote.

E i nostri vicini di casa sono un po’ frasi sospese, di quelle dette in ascensore per aspettare lo scorrimento delle porte. Quelle di cortesia quanto ci si apre il portone a vicenda, quando ci si incrocia per il postino o destreggiandosi con il sacco del pattume da portare fuori. Sono persone sospese, che vivono così vicine e così distanti da noi. 

Non conosciamo nessuno in questo palazzo, ma qualcuno di questi ci ha lanciato delle viscere di pesce in terrazzo e svegliarsi la domenica mattina per pulire l’odore di marcio che si sente quando si lascia un pesce per più di poche ore alle intemperie sentendo gente urlare di cazzi mi rende scettica sul fatto che io voglia accorciare le distanze.

Quando ci si sente a casa in un luogo? Quando si conoscono i vicini. Quando si ha comprato le mura che si abitano. Quando si abita lo stesso posto da abbastanza tempo per non ricordarsi dove si sono messe tutte le cose. Solo quello che utilizzi di più. Avevo passato un’estate in terrazza e il clima di Madrid aiuta a fare colazione in balcone anche verso fine Ottobre.

Essendo un terzo piano circondato da edifici alti almeno il doppio, la nostra terrazza è quella telenovela che tutti guardano quando si ritrovano annoiati a casa. Da una qualsiasi finestra dei civici circostanti si riesce tranquillamente a contare le nostre piante, le foglie dell’aloe, a vedere quando abbiamo i cuscini dei divani messi a casaccio.

Basta sollevare gli occhi dalla linea dell’orizzonte per scorgere dietro a miriadi di finestre qualcuno in osservazione. C’è chi si ritrae al primo contatto visivo, chi si finisce tranquillamente la sigaretta prima di distogliere lo sguardo e chi ti segue passando da una finestra all’altra del suo appartamento, tutte rigorosamente con vista alla nostra terrazza.

In un anno abbiamo collezionato diversi vicini inquietanti, tutti senza un nome. Quindi il dirimpettaio lo chiamerò Pablo. Mi bevo un caffellatte caldo, sono le nove di mattina e Pablo tira pugni all’aria. Un’espressione crucciata, gli si aggrotta la fronte, sembra stia giocando a fare il pugile in camera da letto. Tutto molto divertente fino a quando da un armadio non tira fuori un fucile da caccia. Sgrano gli occhi. Se lo carica sulle spalle come se fosse una barra con dei pesi e comincia a fare torsioni con il dorso. Destra, sinistra, destra, sinistra. Piega il busto e cerca di fare toccare l’estremità dell’arma con il piede del lato opposto. Ora si vede solo il culo di Pablo e metà fucile che balla. Allibita.

La sera assistiamo a dei concerti ogni tanto. L’altissimo palazzo di fronte propone in una nicchia sopra l’altra una decina di balconi. Un ragazzo con la chitarra si mette su una sedia a suonare canzoni spagnole tristi, rigorosamente d’amore. Ti avranno appena lasciato. Si guarda le dita degli accordi, non conoscerà ancora le canzoni perfettamente. È successo il mese scorso? E quando distoglie lo sguardo si fissa sull’orizzonte, vuoto. Ehi, siamo quelle della grande terrazza qua sotto, ci caghi? No perché quando siamo nostalgiche non sai con quanta pena nell’animo possiamo a cantare Adele. Mettiamo su una band, no? No, niente. Dev’essere una cosa recente. Forse si è rimesso con il/la suo/sua ex perché i concerti sono durati poche settimane. E noi siamo ancora tutte qua a cantare Adele, tanto per dire eh.

Non vinciamo il premio vicine dell’anno nemmeno noi, dovrò essere sincera. Un ridente pomeriggio d’estate avevamo pensato di improvvisare un barbecue su una cassa di legno. Materiali poco infiammabili e come trovarli. Per poi finendo a cercare di spegnere fiamme anomale con pistole ad acqua, l’unica cosa che ci poteva far restare a debita distanza dal pericolo. In quel momento ci sembrò pure un’idea brillante. Non molto al nostro vicino del primo piano – che chiamerò Hugo. Hugo ci venne ad informare che la sua cappa fumaria aveva uno sbocco vicino alla nostra terrazza, e quindi vicino al nostro barbecue/incendio estivo, così che ora si ritrovava l’appartamento affumicato. 

«State bruciando qualcosa? Sapete che non si possono fare barbecue per legge in terrazza? Dico, qui a Madrid.»

Eccolo, è arrivato lui, il so-tutto-io. Ciao, scusa sei una piromane? Cioè, non ci siamo mai conosciuti e so che stai anche tu cercando di immaginare perché ti ritrovi il fumo di Londra in salotto, ma hai la creatività di un koala, Hugo. Vorrei negare il mio intento di barbecue perché ci si sente sempre in dovere di avere un certo decoro con gli sconosciuti. A maggior ragione con i vicini sconosciuti. Ma Hugo è salito in ascensore e io ho troppe diottrie per non notare una leggera foschia che scende per tutte nelle scale. Oddio. Mi scuso in tutte le lingue che conosco. Non chiamare la polizia che qua ci mettono tutti dentro, ti prego Hugo. 

Ciao mamma, si tutto bene, sono solo in prigione in Spagna. Ma no, nulla di che, un barbecue in terrazza finito male. Un vicino di merda guarda…no, non abbiamo nemmeno il barbecue, abbiamo messo delle braci in una paella appoggiata su un cubo di legno. Eh si, ma ci abbiamo pensato dopo, quando abbiamo visto qualche fiammata. Ma tutto a posto eh, tranquilla. Questa è l’unica chiamata che mi permetteranno di fare oggi. Ti voglio bene!

E altri mille scenari simil tragici che mi passano davanti. Grande secchiata d’acqua su tutto e le cosce di pollo le abbiamo finite di cuocere in padella.

All’orizzonte, tra un palazzo bianco e uno in mattoni, si intravede un parco verdissimo. Tutte le piante in città sembrano più verdi. Sembra anche un luogo tranquillo, ogni tanto, questa casa.

L’appartamento spagnolo: Capitolo quarto

Un’avvocatessa, una cassiera, una marketing executive e un’insegnate d’inglese cercavano di allacciare la rete WiFi. La planimetria e i cavi di fibra ottica posizionavano il baricentro dell’appartamento nel punto più stretto del corridoio. Il router in quella posizione permetteva di avere internet in tutte le stanze. 

«Credo che dovremmo inserire questo cavo giallo lì…»

«No, no, io l’ho già fatto diversi mesi fa e mi sembra di non averlo nemmeno attaccato questo cavo!»

«L’altro router era diverso, non aveva la fibra.»

«Fibra o non fibra dobbiamo aprire questo coso nel muro, qualcuna ha un cacciavite?»

«Possibile che si debba aprire questo? L’altro router funzionava in maniera diversa, se avessimo dovuto aprire questa scatola nel muro ce lo avrebbero detto in negozio!»

«Ma il negozio non sa che tipo di allacciamento abbiamo a casa…»

«Chiamo il proprietario di casa!»

«Sono le dieci e mezza, non mi sembra appropriato…»

«Allora chiamo il centralino della Vodafone!»

«E cosa gli diciamo?»

«Gli spieghiamo che vogliamo il WiFi in casa e che abbiamo appena comprato un loro affare, ci devono aiutare!»

«Continuo ad insistere che le dieci e mezza non sono un orario per attaccarsi al telefono…»

«Io ci provo!»

«Io cerco un tutorial su youtube…»

«Ma non ci sono delle istruzioni scritte, che ne so, un libretto, nella scatola del router?»

Un’inglese e una italiana finiscono per leggere le istruzioni in spagnolo per azionare il nuovo router. L’avvocatessa apre Instagram e si mette svogliata ad ascoltare le nuove stories. La cassiera cerca inutilmente di contattare il servizio clienti.

Il vecchio router ha smesso di funzionare due settimane fa. La vecchia coinquilina francese aveva disdetto il contratto senza nemmeno prendere in considerazione un cambio di nome, di proprietario. È da 14 giorni che non utilizziamo i nostri account Netflix. Spotify mi manda delle mail ricordandomi che non ho ancora ascoltato i nuovi singoli scelti apposta per me. La lista ‘aggiornamenti’ del cellulare ha notifiche rosse e un numero sempre crescente di cose da scaricare. Uno scenario apocalittico. Ma noi non demordiamo.

Prove, riprove, allaccia questo cavo, togli questa vite, aspetta mi ricordo che era messo diversamente, si accende nulla? Ha fatto bip! Mia cugina dice di provare ad accendere e spegnere…Ma non siamo ancora riuscite ad accenderlo! Ah, ma la presa non è inserita. Chi l’ha staccata? 

Dopo due ore ci ritroviamo con un router festante, tante luci di colori differenti si animano in una danza isterica, ma niente. Non funziona, siamo ancora scollegate.

«C’è ancora un po’ di quel tuo limoncello italiano?»

Sarà il limoncello o il fatto che è da due ore che stiamo sedute per terra, scomode, nella parte della casa più stretta, scambiandoci idee e lavorando verso un fine in comune, ma ci sentiamo in vena di confidenze. Jess è la nostra new entry, alta, bionda, bionica e inglese. Dove vivevi prima?

«È da quattro anni che sono a Madrid, ma gli ultimi mesi gli ho passati cercando casa e su divani di amici, convivevo con la mia ragazza ma è tutto finito molto male…»

Siamo al terzo bicchiere di limoncello, non sarà di certo questo a spegnere l’energia alla serata.

«Io mi sono lasciata con il mio ragazzo a fine estate.»

È la prima volta che riesco a passare più di cinque minuti con Rocio da quando sono entrata in questo appartamento e non mi ero resa conto di niente.

«Vale ragazzo, un uomo ormai…viveva a Malaga, andavo là tutti i fine settimana. Siamo anche andati in Grecia assieme quest’estate, con lui e i miei amici. E poi siamo tornati e mi ha detto che non vedeva un futuro e che cercava altro.»

Verso rapidamente il quarto giro di limoncello a tutte quante. Male non ci farà.

«Il ragazzo che piace a me, invece, mi ha appena presentato la sua nuova compagna. Lavoriamo assieme da anni, mi è sempre piaciuto e…beh insomma, è successo qualcosa. Una volta. Un paio. Ma lui continua a trovarsi altre ragazze.»

Gema è seduta a gambe accavallate sullo sgabello più piccolo della cucina. Al raccontare queste cose stringe il bicchiere che ha in mano e abbassa lo sguardo e la voce, come se stesse parlando con il limoncello.

I minuti passano, la bottiglia finisce e con lei qualsiasi imbarazzo. Ne apriamo un altra. Si ride a voce alta. Gema si dimentica della timidezza.

«Credo di essermi un po’ innamorata di lui. Per il mio 32esimo compleanno avevo fatto una festa hawaiana, ma nessuno era venuto vestito da hawaiano. Una delusione…ero tristissima. Ma Quique, verso fine serata, cominciò ad accompagnare tutti alla porta. Fino a che rimase solo con me e mi disse ‘adesso ti do io il mio regalo’ un romanticone, capite?»

È strano spiegare come ci siano linee importanti che demarcano le cose di cui si può parlare e le cose di cui non si può parlare. Sono confini invisibili che riconosciamo e rispettiamo. Poi si apre una bottiglia di limoncello e comincia l’invasione.

«E il suo regalo per il mio compleanno è stato quella cosa lì! Cioè, si è abbassato lì, capite? Con la testa. Mi ha detto che non potevo aspettare un altro anno senza averlo provato. Che nel mio paesino queste cose non si fanno! Ne ho sentito parlare solo quando sono arrivata a Madrid. È che sono molto riservata!»

Sarà colpa della lingua, ma io e Jess ci guardiamo perplesse. Di cosa non stiamo parlando? Rocio finisce di sistemare tutti i pistacchi dentro una bustina. I bicchieri in fila sul tavolo. I tovaglioli di carta piegati in una pila. Non sa più da che parte guardare per fare finta di niente, di non capire. Alla fine esplode con un «bell’amico!»

Finisce tutto, ricomincia tutto.

L’appartamento spagnolo: Capitolo terzo

Il primo mese di convivenza con persone che non si conoscono è simile ad un viaggio. Sei in modalità avventura, scoperta, accetti tutto e cerchi di integrarti in una nuova routine trovando i tuoi spazi e cercando di capire quelli della gente che ti circonda. Hai un grande entusiasmo perché, in fin dei conti, è un nuovo inizio e si è sempre pervasi da grande entusiasmo all’inizio. Cerchi di vedere tutto dall’angolazione migliore. Anche per questo non mi stupì più di tanto quando Audrey mi presentò un’altra coinquilina.

«Non c’è solo Audrey. O meglio, non sono solo Audrey. Mi chiamo Audrey, ma quando bevo divento Claudie.»

Non troppo velatamente il mio sguardo cade sul bicchiere di rosso che tiene in mano. Era ancora Settembre e l’aria calda della sera a Madrid ci faceva mangiare in terrazza.

«Però devo bere molto per diventare Claudie,» sono dettagli importanti. «Non mi ricordo cosa faccio, cosa dico, ma se mi chiami Audrey non mi volto, non ci sono storie.»

Io devo avere spalancato ancora di più i miei occhi perché spiegazioni non richieste cominciano a scivolare fuori dalla sua bocca.

«C’è stato un periodo in cui Claudie era una mezza matta, l’anima della festa. Ma credo che qualcosa sia cambiato, ora vuole un figlio, vuole sistemarsi, sposarsi. È matta! Sono un po’ preoccupata…»

È matta.

Siamo interrotte dallo sbattere della porta d’ingresso che ci comunica il rientro a casa di Rocio. Rocio è un girasole, la puoi sentire in casa la mattina presto quando esce inchiodando i tacchi nel parquet dalla sua camera fino all’uscita, e alla sera, quando torna e chiude la porta con la leggiadria di chi è rientrato da una giornata troppo lunga per badare alle accortezze. Finché c’è luce non la trovi in casa. Per più di un mese di Rocio vedrò solo l’ombra nel corridoio.

Continuando a sorseggiare il suo rosso, Audrey è in vena di confidenze: «ho deciso che andrò a vivere alle Canarie con Fran, non ne posso più di Madrid!»

Avevo tre coinquiline e la sera che mi presentano la quarta ne perdo due in un colpo. È incredibile di come tutto si muova velocemente nelle grandi città.

«L’ho conosciuto quest’estate, a La Palma, quando ero in vacanza. Arriva domani e starà qua una settimana con me, poi, se tutto va bene, a fine mese me ne vado per sempre.»

Fran è un allegro signore sulla cinquantina, canario, con forte accento canario, che significa parlare spagnolo come se si avesse vissuto vent’anni a Cuba. Dirige un ostello in un piccolo villaggio dell’entroterra de La Palma, una piccola isola dell’arcipelago delle Canarie. Passa una settimana a Madrid esercitandosi con la chitarra sulla nostra terrazza ad ogni ora del giorno. Si ferma per brevi pause solamente per cucinare e rollare canne. Ha una calma e una tranquillità contagiose. Possiede la capacità di portare a termine qualsiasi azione nella maniera più serena che si possa immaginare. Questo genera nelle persone circostanti due effetti opposti: una calma di riflesso o un’impazienza di reazione. 

Vederlo ciondolare per casa mi riportava alle lunghe estati scolastiche, quando per tre mesi si dovevano soltanto fare compiti e trovare un modo per passare il tempo con gli amici. Gema, invece, era presa da attacchi di laboriosità nervosa. Lo seguiva e ripuliva quello che Fran si lasciava dietro: il tabacco appena rollato, le briciole del pane che finiva di tagliare, un calzino caduto da chissà dove. Il tutto avveniva senza astio. I sorrisi rilassati di Fran si incontravano e salutavano con quelli nervosi di Gema, gli uni non meno sinceri degli altri.

Alla ripartenza di Fran, Audrey entrò in modalità trasloco. Riconquistò la chitarra, con la quale passò ad esercitarsi durante tutto il suo tempo libero, ovvero sempre. Non perdeva occasione per ricordare a voce alta «devo cominciare a inscatolare quello che voglio tenere e a vendere il resto.» 

Due settimane più tardi, alla vigilia della sua partenza per La Palma, aveva venduto solo il letto ad uno dei suoi ex rimasti in città e mi aveva regalato alcuni libri, tra i quali, un kamasutra in francese. Incapace di riorganizzare una vita di 11 anni nella capitale, a otto ore dal volo spostava tutti i suoi averi nel nostro salotto – come se liberare la camera potesse essere di aiuto nel sistemare quello che non era riuscito a piazzare su Wallapop.

Inutile dire che partì velocemente, lasciando un armadio esploso in soggiorno. È strano come ci attacchiamo alle cose, alle nostre cose. Audrey era convintissima fino al momento prima di salire sul taxi per l’aeroporto che, costi quel che costi, doveva viaggiare verso la sua nuova vita con un tostapane regalatogli da suo padre anni prima. C’era anche una pentola a pressione dal particolare valore affettivo e una borsa donatagli da sua madre e mai utilizzata. Queste e tante altre cose, eredità di un decennio spagnolo, ingombravano ogni angolo e centimetro dell’unica sala comune. La pesantezza di quegli oggetti che abbiamo dovuto trasportare noi – quelle rimaste – in cantina mi riportava al mio trasloco. Le scatole leggere che riempivamo agilmente io e le mie nuove coinquiline pesavano come cemento su Audrey. 

Le ultime scatole del mio trasloco le aveva chiuse Arianna, e io chiudevo quelle di Audrey. Mi piaceva pensare che avessi restituito il favore. Perché gli oggetti, e i ricordi, pesano come macigni.

«Sì, è vero che all’inizio non ero estasiata di avere un’italiana per casa. Voi e gli argentini siete sulla mia lista nera. Ma te lo dico con il cuore, se tu fossi arrivata anche solo un mese prima, io sarei probabilmente rimasta a Madrid, ma cherie

L’aiutai a salire sull’Uber mentre mi faceva promettere di non dare mai più fiducia agli argentini. E poi partì.

 «So che è un errore, spero solo sia il mio ultimo.»

 

L’appartamento spagnolo: Capitolo secondo

Un forte odore acre di ascella e di alcol. Sono le sei del pomeriggio e sto visitando quella che sarà la mia nuova casa per la primissima volta. Questo è quello che ricordo di Audrey, ancora prima del suo viso. Vino e odori forti, c’è qualcosa di più francese?

Fortunatamente la casa ha due frigoriferi, il ricco bottino che ha riportato dopo diciotto lunghe ore di pullman dalla Francia finisce nell’altro frigo, non nel mio. Ciononostante, per diverse settimane, all’apertura dello sportello la cucina rimaneva vittima di appestamenti molesti provenienti da formaggi dai dubbi colori.

«Vorrei poterti dire che preferisco le coinquiline simpatiche a quelle pulite. Ma non è così. Puoi essere simpatica quanto ti pare, ma se non pulisci non voglio vivere con te. La pulizia è importante. Una minima pulizia tutti i giorni è un piacere di cui non riesco a fare a meno. Audrey mi dice sempre di non spazzare e lavare i pavimenti tutti i giorni, ma è più forte di me, già lo faccio per camera mia, e quando arrivo alla porta penso: già che ci sono faccio anche il salone. E una volta finito il salone, già che ci sono faccio anche la cucina. Poi devo buttare via l’aqua, devo raggiungere il bagno, già che ci sono pulisco tutto il corridoio fino al bagno. Tanto io di mattina non lavoro, non mi toglie tempo.»

Gema riesce a fare discorsi lunghissimi senza prendere fiato. Deve avere affinato la tecnica come quelle balene che affiorano per pochissimo tempo in superficie e poi si inabissano verso fondali remoti, dove nessuno riesce a seguirle. Io infatti già mi perdo dopo la seconda frase. Quando dalla routine di pulizia si passa a parlare di prodotti. Quelli che sì, quelli che no, non so a quale reagente chimico è allergica lei, poi ce n’è un altro che non piace a Audrey. Gema mi stordisce con i suoi discorsi, anella una parola dietro all’altra, una frase dietro all’altra, non si ferma, non prende fiato, non ti coinvolge nemmeno nella discussione. 

«È importante che ogni cosa abbia il suo posto. Tipo questo frullatore l’ho messo sulla tavola per delle ovvie ragioni di spazio, e poi sta così bene qua, non trovi anche tu? Ora qualcuno lo ha usato ed è fuori posto. Basta così poco per tenere in ordine la casa.»

Sposta il frullatore di due centimetri più a destra. 

Il tavolo è grande, sarà un metro e mezzo, completamente vuoto. Ma il frullatore deve stare al suo posto. Due centimetri più a destra.

Come gesto liberatorio, in inverno o in estate, da sempre, la mia prima reazione al varcare la soglia di casa è il lancio della scarpa. Ho un modo particolare di rimuovere la calzatura con il solo aiuto dei piedi che ha creato, con il passare del tempo, uno staccamento fra suola e tessuto nei modelli che indosso più spesso. Liberato il piede, la caviglia frusta, la scarpa – o il sandalo – vola e POF! cade per terra, in un luogo tutte le volte diverso. La giornata è finita, sono tornata a casa. Come faremo io e te a convivere, Gema?

Ha un sorriso avvolgente e delle allegre rughette che si irradiano verso le tempie quando strizza gli occhi. Mi sento avvolta dai suoi discorsi, quasi intrappolata, passano i minuti senza che io riesca a trovare il minimo appiglio per riuscire ad uscirne. Una valanga di parole intervallata da sorrisi piacioni e io, che non riesco mai a dire di no, mi lascio trascinare nel tour del terrazzo, nella storia di ogni singola pianta – più di venti, nella particolare disposizione del salone e dell’importanza di tenere i mobili così. Terminiamo in camera sua dove mi mostra il suo passatempo preferito: colorare magliette. 

Sembrerebbe una cosa così semplice per chi ha il dono della sintesi. Coloro. Magliette. Cosa aggiungere di più? Evidentemente moltissimo. Il mondo della decorazione su tessuti: materiali, tecniche e ispirazione. Volume 1. 

È già un’ora e mezza che parliamo ed io ero passata in cucina solo per prendere un bicchiere d’acqua, voglio una doccia e un caffè ma ho paura di aspettare la moka. Come impiegherà lei questo tempo? Volume 2?

All’improvviso il rumore di una porta, quella dell’ingresso che si apre. Hola! Gema sgrana gli occhi.

«Deve essere Rocio.»

Scatta verso camera sua. Sparita.

Rocio entra nella cucina, saluta cordialmente e se ne esce un’altra volta. Gema uscirà di camera sua solo diversi minuti dopo. Di soppiatto, sincerandosi del fatto che Rocio non sia in casa.

Questo sipario teatrale di entrate ed uscite inaspettate si ripete nei giorni seguenti. Come un attore che ha dimenticato il copione, Gema si eclissa fuggendo dietro le sue quinte. Rocio e Gema non si salutano, non si parlano, non si incrociano, non si cercano. Quando cerchi tu di intavolare un discorso più ampio sulla casa con una qualsiasi delle due, sviano gli argomenti senza troppo dare a vedere il contrario. Se il nome di una o dell’altra sale, aprono una nuova discussione o cadono in silenzi enigmatici. Quelli dove tu ti espetti che l’altro continui la conversazione perché è la scelta più logica tra le regole comuni non scritte degli scambi verbali. E invece no, si zittiscono. 

Non le vedrò mai insieme.

Il mistero si infittisce.

L’appartamento spagnolo: Capitolo primo

Camera molto luminosa. Completamente arredata. Un mese di caparra. Atocha. 430€

«Quindi non ha una finestra?»

«Ecco, veramente no, però guardi, se tiene aperta la porta, guardi quanta luce arriva dal corridoio!»

Nella voce nemmeno un pizzico di vergogna, per un attimo lo invidio. Doti teatrali notevoli. E invece no, Luis fa un lavoro normale lavora alle poste, non come Fausto, un altro proprietario di casa, che incontro qualche giorno dopo. Fausto è drammaturgo. Quando scopre che parlo inglese mi espone il suo progetto più recente: un’opera teatrale sulle mogli di Enrico VIII.

Camera allegra, arredata, wifi, netflix, appartamento amichevole. Delicias. 400€

«Il concept è che queste signore si ritrovino tutte ad un talk show e comincino a parlare di uomini, sai, avendo in comune un marito…you know un’opera femminista insomma, che vorrei rivendere in Inghilterra before the Brexit

Estasiata riguardo la cucina di quest’altro appartamento abbastanza hipster. Perché quando hai una cucina aperta, che dà contemporaneamente sull’unico bagno, sull’ingresso e che ha una finestra che si apre dentro una camera devi caratterizzarlo in qualche modo per affittarlo. Fausto ha dipinto le pareti con colori sgargianti e appeso quadri improbabili, anche in the toilet – come dice lui. Che è solo una maniera simpatica per dire “avevamo un bagno completo ma ci abbiamo costruito un muro in mezzo così se qualcuno deve pisciare mentre qualcun altro sta facendo la doccia non ci sono problemi.”

«E questa è la camera. Sarò sincero, c’è solo un problema – immagino si riferisca al “muro” di vetro che la separa dal salotto-stanza di transito – la porta non si chiude bene…»

In realtà la porta non si chiude proprio, è scorrevole, o almeno lo era, e arriva fino a metà via.

«Il lato positivo è che questa è l’unica camera con i doppi vetri, in inverno non avrai freddo.»

Perché, il riscaldamento…?

«Ah no, non abbiamo il riscaldamento perché è una casa antica, ma guarda lo spessore dei muri, sono fatti come quelli di una volta. Io non ho mai avuto freddo qui, le ragazze ogni tanto si lamentano, ma sai, dipende dagli inverni.»

Questa bellezza è al prezzo eccezionale di 400€ mensili, spese a parte. Ha anche un’altra camera, letto singolo, due metri di larghezza per tre di lunghezza. Ma ha una finestra. 380€, più spese, ovviamente. Che non saranno tante perché, nonostante gli inverni rigidissimi di Madrid, non c’è il riscaldamento. Un pensiero in meno.

Luis mi dice che la sua camera ha un prezzo speciale perché si rende conto che la mancanza di una finestra può essere un inconveniente. 430€ escluse le spese. 

Siamo nel centro di Madrid, a pochissimi minuti dal Prado, e queste cifre potrebbero sembrare anche normali per una capitale. Ma in Spagna lo stipendio minimo è 850€. Lo stipendio medio colloca la Spagna al tredicesimo posto in Europa, il che significa che riesce a fare meglio solo dei Paesi dell’Europa dell’Est, della Grecia e del Portogallo. Mentre è il terzo Paese in Europa per il costo degli affitti. Perdona? Qualcosa non torna.

«Ma non riesci a contrattare un po’?»

Come moltissime altre città europee Madrid ha raggiunto la saturazione del mercato immobiliare. La domanda di camere è nettamente superiore all’offerta, i prezzi sono cresciuti esponenzialmente negli ultimi tre anni e ogni stagione è peggio. Sono sempre di più gli inquilini che non si vedono rinnovare il contratto perché il padrone di casa decide di ristrutturare l’appartamento per affittarlo ad un prezzo maggiore o, più spesso, per affittarlo su AirBnB. 

Il mio potere di contrattazione è pari a zero. L’offerta tiranneggia: cercasi ragazzo gay/ragazza che stia poco in casa/ragazzo o ragazza meglio se latini.

Come accaparrarsi una stanza, quindi?

Se è il padrone di casa a farla vedere, vince il dito più veloce. Questo vuol dire svegliarsi la mattina e passare a tappeto tutti i siti di ricerca casa scrutando gli annunci usciti nelle ultime 48 ore. 

«Puoi venire oggi alle 13:15, però ti avverto che la sto facendo vedere a più persone, se qualcuno prima di te la blocca ti fai un viaggio a vuoto perché non ti faccio nemmeno salire…»

Bene. Ma c’è anche di peggio. Se sono gli inquilini a scegliere il loro futuro compi de piso la gara è ancora più dura.

Stanza con letto matrimoniale, armadio e scrivania. Lavapies. 390€

Ho un appuntamento alle 17:20. Pedro accoglie me e altre 3 persone. Siamo lo slot 17:20-17:40. Ha poche ore e quaranta persone da esaminare. Il giro di routine delle camere, bagno, cucina, diviene una pura formalità. Non è importante che ti piaccia la casa, è importante che tu piaccia ai futuri coinquilini. Ci sediamo ad un tavolo molto in fretta e comincia un interrogatorio.

«Vi piace cucinare?» 

Si! Faccio delle lasagne spaziali. Poi ovviamente lavo i piatti e pulisco tutto come se fosse la cucina di un catalogo. Ah, sei intollerante al lattosio? Va bene, faccio la besciamella con le mia mani, userò il latte senza lattosio. Le faccio per te, per la tua ragazza, per la tua famiglia se torni al pueblo questo fine settimana, o il prossimo. Insomma, come al ristorante.

«Quanto tempo passate a casa?» 

Lavoro nel pomeriggio, torno la sera tardi, quindi tendenzialmente le mattine. Anche se mi piace tenermi occupata e fuori di casa nel mio tempo libero. Quasi non mi vedrai, dico. Se serve dormo fuori, basta dirlo.

«Ho un cane, vi piacciono gli animali?»

A-d-o-r-o gli animali, dico, mentre già cerco di fare breccia nel cuore di questo troppo grande Labrador, considerate le dimensioni dell’appartamento. Viva i peli che mi sta lasciando addosso. Qualsiasi cosa per convincerlo, siamo già coinquilini. Posso portarlo a fare un giro. Che bello cercare zone verdi nascoste nel centro di Madrid. Vieni qua perrita, impeluccami tutta. Sì, sì, sì, scegli me, ti prego.

Sarò anche piaciuta al cane, ma Pedro non mi richiamò mai.

Appartamento ristrutturato, stanza con letto una piazza e mezzo, giovane coppia. Embajadores. 450€

«Raccontaci un po’ di te.»

Stiamo chattando su Badi, una app che si può descrivere brevemente come “il Tinder delle case”. Fai un tuo profilo descrivendo la persona che sei, metti una foto e cerchi di matchare qualche appartamento. Se vi piacete vi potete parlare. 

Raccontare di me ad un colloquio di lavoro mi riesce ormai molto bene. Ma cosa si dice in una chat per una stanza? Soprattutto, questo scambio totalmente unilaterale è un po’ frustrante. E tu? E voi? Che coppia siete? Cosa fate nel tempo libero? Perché l’appartamento sembra stupendo e voi avete ancora fuori l’annuncio da un mese? Cosa nascondete? Fate sparire i corpi o siete semplicemente insopportabili? Della serie baci appassionati sul divano e sesso rumoroso la domenica mattina?

«Quando saresti pronta a trasferirti e quanto tempo vorresti rimanere?»

Sto cercando chiaramente per inizio mese. Dal primo di Settembre a boh. Dieci mesi sarebbe perfetto ma possiamo parlarne.

«Questo è impossibile. Noi partiamo per le vacanze il primo e torniamo il 10 Settembre, quindi sarebbe per entrare dall’11 in avanti. Chiaramente, se blocchi la stanza, ti impegni a pagare il mese completo. E vogliamo gente che resti almeno dodici mesi…»

Ho capito: insopportabili.

Amplia camera in appartamento condiviso. Spese incluse. Usera. 300€

«Ci sono 3 camere e, al momento, solo questa è libera.»

Almudena, una donna sulla quarantina con tre denti – proprio tre, è un po’ in imbarazzo a mostrarmela perché c’è un forte odore di fumo.

«Ma sai, l’ex-inquilino aveva lasciato un casino che non ti dico, sto cercando un po’ di pulire, però immaginatela vuota, senza questi sacchi di spazzatura. È molto grande!»

Sorriso a tre denti.

«Nelle altre due camere ci siamo io e mio marito, in una, e nell’altra uno studente. Vieni che ti faccio vedere il resto della casa. Ecco questo è l’unico bagno che abbiamo – senza finestra – e per di qua c’è la cucina, con la lavatrice, il forno, c’è tutto.»

Quindi saremo in quattro con un bagno. E il salotto?

«In salotto ci abita una famiglia di cubani, gente bravissima, non si fanno mai sentire! Ecco, sì, magari non facciamo molta vita in comune perché, sai, mancano gli spazi, pero è un appartamento molto piacevole!»

Quindi saremo in otto con un bagno. E nemmeno un tavolo per mangiare.

Sono in uno dei quartieri più periferici di Madrid: Usera. Oltre ad essere conosciuto come il barrio chino, si tiene la fama che si guadagnò ormai una ventina di anni fa. Un quartiere di degrado, di spaccio e di gitani. E, a questo punto, pure in sovraffollamento.

Dopo tre settimane dedicate completamente alla ricerca di una stanza ho visto 38 case. 

I primi giorni dialoghi con google maps seguendo ciecamente le sue indicazioni per arrivare alla prossima meta. La tua batteria si potrebbe spegnere fra la terza e la quarta visita, ma il livello di ansia è impercettibile. Sei allegra nello scoprire nuovi quartieri. L’Indiana Jones della città e delle fermate metropolitane sconosciute.

Dopo una settimana cominci a trovare strade alternative, arrivi al quartiere della casa da visitare e solo allora ti rifai alla mappa. Sei positiva, ti senti che sarà la settimana giusta.

Ma poi arriva la terza settimana. Hai perso alcune occasioni perché hai chiamato un’ora più tardi del dovuto o perché sei arrivata cinque minuti in ritardo all’appuntamento. Alzi il budget e vedi che la scelta non migliora. Abbassi la soglia di quello che reputi imprescindibile nella tua camera – datemi quattro mura che poi i mobili me li compro a rate, nonmiinteressa! Ansia, preoccupazione e tristezza sono serviti sempre per colazione e prima di andare a dormire. A volte, anche fra un appartamento e l’altro.

Alla fine della mia terza settimana mi aggiudicai una seconda posizione nella classifica “future coinquiline rapidamente giudicate mentre si aggirano per casa chiedendo a quanto ammontano le bollette mensili”. Seconda non era ancora sufficiente, non sarei mai entrata in questo appartamento bello, ma niente di che. La prima, però, ha un ritardo nel versamento della caparra. Vengo ricontatta per una corsa contro il tempo verso il lato opposto della città rispetto a dove mi trovo. Dovevo portare anche soldi e documenti, chiaramente. Chi l’avrebbe mai detto che avrei battuto qualcuno in velocità? Eppure sì, ho trovato una stanza. Per la classica, democratica – e oltremodo fondamentale nella vita – botta di culo.

Trasloco e vado in vacanza.

Bidawin, Gente di Casablanca: Omar

La prima volta che sento parlare di Derb Ghallef avevo appena rotto il cellulare ed ero a Casablanca da due settimane. Non sapevo dove andare.

«Vai a Derb Ghallef, si trova di tutto a Der Ghallef.»

Un mio amico mi mostrò il suo cellulare nuovo, mi disse quanto lo aveva pagato e mi spiegò all’incirca la zona di questo quartiere dove incontrare lo stesso rivenditore. 

«Se ti perdi, chiedi dei negozi di abbonamenti satellitari, lo trovi accanto.»

Se si prende il modernissimo tramway, di progettazione e realizzazione francese, si arriva alla fermata di Derb Ghallef in pochi minuti dalla centralissima Place des Nations Unies. Le rotaie del tram si fanno strada dal centro verso la spiaggia passando per il cuore economico delle città, costeggiano sedi centrali di banche e scintillanti uffici. 

In mezzo ad alti palazzi rivestiti di vetrate si passa per qualche centinaio di metri accanto a Derb Ghallef e il contrasto è evidente. Un agglomerato di baracche e costruzioni fatiscenti divise da vicoli in terra battuta, panni stesi al sole, pannelli ondulati usati da tettoie e porte. È la più importante delle ultime bidonville rimaste a Casablanca centre ville. Un’importanza data anche dal suo lato economico: è il mercato più grande della città. 

La baraccopoli è divisa in tre parti, quelle laterali sono a uso abitativo, mentre nella centrale proliferano rivenditori di ogni cosa. Lo stile di costruzione è il medesimo. Quando ci arrivo ha appena piovuto, alcuni pallet di legno vengono messi sopra i punti più critici nei passaggi da uno stand all’altro, per evitare che la gente si sporchi con il fango delle viuzze. I venditori più organizzati hanno costruito, negli anni, delle piccole canalette con i sassi, per non ritrovarsi la merce inondata a ogni acquazzone. Sono organizzatissimi. Come in un moderno store, anche in questo mercato si può trovare qualsiasi cosa: mobili, vestiti, elettronica, libri per la scuola, divani, materassi, lampade e lampadine. L’offerta è immensa e tutta Casablanca viene qua a comprare.

Nonostante le abitazioni fatiscenti ai lati del mercato abbiano più buchi che mattoni, ogni casa ha una parabola. Anche quelle costruzioni che scambieresti facilmente per modesti capanni per gli attrezzi.

«In Marocco è una questione culturale, non importa quanto sia povera una famiglia, troverai sempre una televisione. Bastano l’equivalente di 30€ per avere in casa tutti i canali satellitari, piratati. Dimenticandosi del canone mensile, ovviamente. Anche quello lo puoi trovare a Der Ghallef, se chiedi in giro ti indicheranno.»

Omar è il presidente di un’associazione per i diritti della gente che abita in queste slum. Lotta per ridurre l’abbandono scolastico dei bambini che crescono in questi contesti e conosce tutte le famiglie. Ultimamente la sua associazione si è anche posta come portavoce tra i quartieri come questo e il governo. Diverse volte la municipalità ha cercato di spostare la popolazione dalla bidonville. 

«Il piano è sempre simile – mi racconta, una volta identificata una bidonville in una posizione strategica, diciamo centrale, il governo costruisce nuovi alloggi in estrema periferia. Interi nuovi quartieri, poco collegati e integrati con il tessuto cittadino, dove si smobilitano le famiglie. Come per Lalla Meriem, un altro quartiere nella periferia, sorto da una baraccopoli distrutta qualche anno fa in una zona molto più centrale.»

Gli abitanti di Derb Ghallef non rifiutano questo piano, ma sorge spontaneo chiedersi:

«Posto che vogliamo migliorare le condizioni di vita di questi quartieri, perché non costruire queste case nella stessa area dove sorge la baraccopoli?» 

Tutte le costruzioni che la costeggiano sono modernissime, è il centro economico di Casablanca. È facile intuire il rifiuto delle autorità: questi terreni saranno più fruttuosi con altri acquirenti.

«Stiamo facendo resistenza, ma è anacronistico ascoltare le storie di come queste famiglie si sono ritrovate imbottigliate nella povertà quando attorno si costruivano grattacieli. Non si può dimenticare metà della popolazione solo perché non può pagare mazzette! In questa bidonville ci sono famiglie con documenti che attestano che la loro casa, se così la vogliamo chiamare, è stata un dono del protettorato francese. Spesso un risarcimento per l’uccisione di un parente.» 

Ogni tanto si presenta qualche ruspa a lato del mercato centrale, ma non è ancora cominciato lo sgombero. Ci sono altri progetti: i lavori per la seconda linea di tramway della città sono appena iniziati e sorgono vicinissimi.

 

Bidawin, Gente di Casablanca: Karim

Casablanca a Settembre è calda e afosa. Ho due valigie e sono in fila alla dogana. Devo giustificare un’attenta selezione di libri, le lenzuola di casa, qualche vestito, molte foto delle persone lontane, un paio di ciabatte e due di scarpe. Una coppia dietro di me:

«Guarda amore che foto enorme! Chi sarà?»
«Il direttore dell’aeroporto, forse…»

Al controllo passaporti troneggia una gigantografia di Mohammed VI, l’attuale re del Marocco. È una foto datata in realtà, ora è più grasso e più vecchio, ma tutti i quadretti che si vedono nei negozi hanno questo suo mezzo busto. I più entusiasti espongono a lato anche la foto di suo padre, Hassan II. Nessuno invece si ricorda più di Mohammed V, se solo non fosse per il nome dell’aeroporto.

È la prima volta che atterro a Casablanca. Agli Arrivi del Terminal 1 ci sono delle barriere di metallo alle quali onde di parenti si appoggiano inquiete, sporgendosi nel cercare di individuare il proprio caro oltre la porta scorrevole. Famiglie espansive si abbracciano per diversi minuti con chi è appena arrivato, i bagagli di tutti bloccano lo scorrere dei passeggeri in uscita. Qualcuno insulta, qualcuno sorride, qualcuno mi colpisce con la sua valigia. Due militari tagliano la folla con i loro sguardi. Rigidi e seri, tengono entrambe le mani sull’artiglieria.

Mi stringe la mano Karim, Bienvenue au Maroc! Ma il suo francese non dura molto, capisce che sono italiana. Di dove?

«Si, u sacc dove sta Bologna, è una città bella assai!»

Karim parla un’interlingua tra italiano e dialetto napoletano e non è il solo che mi capiterà di incontrare nei mesi seguenti. Zoppica, ha una protesi alla gamba ma vuole lo stesso portarmi le valige. Alza il ginocchio sinistro per mettere il piede sulla frizione, inserisce la marcia e torna a spostare la gamba con le mani. Partiamo.

Karim è un’autista di Uber, una novità in Marocco. Per non avere problemi con i tassisti locali è venuto a prendermi in aeroporto attaccando un lampeggiante al tettuccio.

«Il mese scorso hanno preso a pugni pure una donna che era in servizio, si credono una casta, e se decidono di picchiare me non posso correre molto lontano.» Mi sorride e indica la gamba. Pronuncia sempre la s davanti a consonante con il suono sc.

Il mese sc-corso.

«Ho travagliato sempre a Napoli, con la Camorra, per tanti anni, ma cominciarono a non pagarmi più tanto bene. Nuove persone, meno rispetto, ho deciso di collaborare con la polizia e loro mi hanno fatto questo.» Si guarda sempre la gamba. «È un miracolo che sia sopravvissuto, mi hanno investito, mesi in ospedale in Italia. Quando sono uscito sentivo che Napoli non era più casa mia, non sapevo cosa fare e sono tornato qua.»

Passiamo vicino al nuovo campus dell’Università Hassan II e percorriamo veloci il Boulevard che porta lo stesso nome, poi giriamo a sinistra, verso il mare.

La moschea di Casablanca è costruita per metà sul mare, come il trono di Allah – dicono, il quale avrà probabilmente ingaggiato migliori architetti. Questa invece è in continua manutenzione, i pali delle fondamenta cedono allo sferzare dell’Atlantico, onda dopo onda. L’architetto francese ha cercato di far convivere le decorazioni in zellij con la struttura e le dimensioni tipiche di una cattedrale. Difficilmente nella storia dell’arte islamica si trovano moschee sviluppate in altezza. La maestosità degli interni non era ricercata con cupole e arcate, ma con i finissimi mosaici geometrici che si possono trovare ancora oggi in tutti gli edifici storici del Paese. L’arte dello zellij segue regole geometriche e cromatiche precise, che qua sono state stravolte, e l’effetto è di un modernismo psichedelico. Il sale dell’acqua e l’eccessiva umidità assalgono perennemente lo stucco che tiene congiunti i tasselli. Il risultato è una struttura superba, ma solo se guardata da lontano.

«È il regalo che Hassan deux si è fatto per i suoi sessant’anni. O meglio, che gli abbiamo fatto noi per i suoi sessant’anni, lui non ci ha messo nemmeno un dirham. La usano solo i turisti, e noi durante Ramadan, ma lì nello spiazzo c’era prima un quartiere popolare. Completamente demolito. E là, vedi là dove cominciano quegli edifici alti di vetro? Là, dietro a quel muro che hanno costruito, c’è una bidonville. Ora siamo tutti contenti perché anche Casablanca ha un monumento, nuovo, ma la povertà è una cosa vecchia, e c’è ancora.»