Cuba, intime rivoluzioni: Santiago

Una signora con importanti extensions bionde si sta animando, ha trovato una complice su questo autobus, cercano di convincere tutti i passeggeri a boicottare l’autista. Una delle due si aggrappa alle sue valigie e scende violentemente dal mezzo, corre incespicando verso il lato opposto del piazzale e sale su un altro autobus.

Siamo seduti su sedili scomodissimi, con forme e rivestimenti differenti, ammassati a distanze irregolari che non tengono conto delle ginocchia. Non siamo ancora partiti e ho già le caviglie gonfie, e i maroni girati.

Quando il nostro AirBnB a L’Avana ci aveva proposto un camión come mezzo di trasporto per attraversare Cuba in tutta la sua lunghezza aveva trovato i nostri sguardi entusiasti.

«Tutti i cubani si muovono così!»

Questa informazione ci aveva fatto rapidamente riconsiderare gli spostamenti sull’isola. La ben più nota Viazul, l’unica compagnia di autobus sponsorizzata e venduta ai turisti, aveva prezzi abbastanza cari e un sistema di prenotazione biglietti che non avevamo del tutto chiaro, era in fin dei conti solo il nostro quarto giorno a L’Avana.

José ci aveva proposto di parlare con alcuni suoi amici alla stazione e di assicurarci un passaggio.

Il giorno che lasciamo L’Avana, José ci accompagna in taxi al terminal: uno spiazzo di asfalto bollente sotto il sole delle quattro. In un angolo una grande struttura in lamiera blu e grigia fa ombra ad un salone di attesa, bagni e a quelle che sembrano biglietterie.

Capiamo solo qui cosa sia un camión. È un autobus solo se consideriamo la sua funzione: trasportare persone. Ma è a tutti gli effetti un camion, e nel cassone, al posto della merce, beh, ci sono le persone. Sedili dalle forme ambigue sono saldati nel vano di carico, non comunicante con l’abitacolo. Due sponde alte ai lati e un telone cerato a copertura.

In realtà non sono tutti così, questi camion, ma quello scelto da José è di gran lunga il più spartano.

Il nostro padrone di casa sale su un camion rosso e sveglia un uomo che stava dormendo per terra, nella sottile strisce metallica che divide un sedile e l’altro, sopra una coperta di gommapiuma. Viaggiamo con lui.

«Non vi preoccupate, sono pagati meglio degli autisti degli autobus governativi.» José sembra aver letto il disappunto sulle nostre facce. «Dovrebbe partire tra qualche ora, ma voi aspettate qua.»

Dopo due lunghe e calde ore il camión comincia a riempirsi di passeggeri. Il loro biglietto per Santiago de Cuba è di 20 CUC, il nostro è di 26.

Arrivano delle voci, c’è anche un altro autobus diretto a Santiago e l’autista fa pagare il biglietto solo 16 CUC.

La signora con le extensions ad un certo punto grida esasperata «sono un’insegnate e guadagno 15CUC al mese, se questo autista non abbassa il prezzo vado a chiamare Raul (Castro n.d.r.) e facciamo un’altra rivoluzione!»

Applausi e esclamazioni di consenso. Tutti i passeggeri tentano a questo punto di cambiare autobus, anche noi, ma dopo alcuni tentativi viaggeremo lo stesso sul camión rosso.

Sembra che nessuno voglia avere turisti sul proprio mezzo: non ci sono divieti ma una comune riluttanza all’accettare stranieri.

Intanto il prezzo per Santiago si è abbassato a 16 CUC per tutti, ma non per noi.

Partiamo carichi di persone, valigie e qualche animale verso le sette di sera. Tempo qualche minuto e il camión già aveva raggiunto l’autostrada che percorre tutta l’isola nel suo entroterra. E comincia a piovere. Non ci sono vetri, l’apertura tra la sponda di metallo e il telo cerato sopra – che mi era sembrata tanto una buona idea per l’afa insopportabile – diventa una doccia aperta. Anche il telo cerato si scopre essere traforato, l’aria e l’acqua mi sferzano la faccia. Tutti sono molto calmi, ma io comincio a rimpiangere la compagnia di trasporti governativa.

Dopo due soste nel mezzo della notte, in villaggi senza asfalto e con qualche chiosco aperto apposta per noi viaggiatori, arriviamo a Santiago di prima mattina. Tredici ore di viaggio scomodi e in pratica all’aperto, siamo distrutti.

Santiago è un tripudio di colori. Il centro storico ha case basse e strade perpendicolari, ci sono alcuni supermercati che vendono pasta, bottiglie di rum e molti gelati. Non ci sono cubani nei supermercati, sembrano essere beni di prima necessità per noi turisti.

Entro nell’ennesima farmacia sperando di trovare qualcosa per una brutta scottatura solare che mi porto dietro ormai da qualche giorno. Gli scaffali chiari dietro al bancone spesso che divide me dal farmacista sono vuoti, poche scatole di pochissimi prodotti disposti qua e là. Sulla destra dell’ingresso, quasi in vetrina, un uomo con una borsa del Barcellona sta fumando un sigaro, l’aria è pesante.

A me servirebbe una qualsiasi pomata per le scottature.

«Certamente! Un attimo.»

Il farmacista mi lascia da sola al bancone e cammina velocemente verso l’uomo che sta fumando il sigaro.

Borbottano.

L’uomo tira fuori alcuni tubetti dalla borsa del Barcellona e li offre al farmacista.

Questi corre facendo svolazzare il camice bianco consunto e mi si ripresenta davanti.

«Eccolo qua, te ne servono due o basta uno?»

Squadro il tubetto, ha istruzioni e componenti scritte in francese, mi sembra che sia all’incirca quello che stavo cercando. Mi domando da quale paese siano arrivate di contrabbando, magari nella stessa sacca del Barcellona. La Guyana? Haiti?

Ne prendo due, ringrazio, pago e faccio per andarmene quando ad un cenno dell’uomo con il sigaro il farmacista blocca per un braccio il mio compagno e se lo tira vicino, la sua bocca contro il suo orecchio.

«Avrei anche del Viagra, posso fare un prezzo vantaggioso!»

Ci sono tanti turisti, siamo a fine Luglio e il carnevale accende la città di notte e la lascia dormire di giorno. Ma non è l’unica ricorrenza importante: il 26 Luglio si celebra l’attacco alla caserma della Moncada, uno dei primissimi capitoli della storia rivoluzionaria cubana.

Stiamo comprando una pizzetta in uno dei tanti chioschi in calle Francisco Vincente Aguilera, la fila è un po’ sparsa e capitiamo di fianco a Sergio, un argentino sulla cinquantina. È venuto fino a Santiago per visitare il Cuartel Moncada e il museo della battaglia di Fidel ma è molto deluso.

«Non c’è più niente di comunista a Cuba: anche gli stessi contadini possono possedere la terra che coltivano, tutti possono comprare qualsiasi cosa. E il Che? Dov’è finito il Che?»

Guevara è una delle pochissime figure coinvolte nella rivoluzione a non essere cubano, ed è sicuramente la più conosciuta. Guevara era argentino e tutti lo chiamavano Che. In realtà era lui a chiamare gli altri “Che!” e anche Sergio lo fa con noi. Dire “Che!” a qualcuno in Argentina è po’ come “Ehi!”

Ernesto Guevara, detto il Che, è una figura molto cara a Sergio.

«Il Che lo trovi a Plaza de la Revolución a L’Avana e sulle t-shirt di qualche turista. Ne ho visto uno ieri con la faccia del Che su una bandiera americana! Non ci potevo credere. Sono tutti capitalisti, vogliono tutti arricchirsi, dai tassisti a questa nuova borghesia di proprietari di ristoranti e affittacamere. Se gli chiedi cosa vogliono fare ti dicono che stanno risparmiando per comprare una tv più grossa. Non ci sono tutti i beni di consumo che puoi trovare da noi ma quei pochi elettrodomestici che sono disponibili li vogliono tutti.»

Ha un’espressione affranta.

«Io ho militato nella sinistra in Argentina, ho anche vissuto qualche anno in esilio per il mio credo politico. Noi guardavamo a Cuba come un esempio, ho sognato questo viaggio per così tanto tempo e adesso è tutto così lontano…non mi sembra di riconoscere più niente: Cuba è capitalista.»

 

Questo è il quarto capitolo della storia.

Puoi trovare il primo capitolo qui, il secondo quo e il terzo qua.

Cuba, intime rivoluzioni: Trinidad

Non ci sono supermercati a Cuba. Niente di più scioccante per l’occidentale medio, abituato a scegliere con cura cosa mangiare e quando mangiarlo. Dove comprano il cibo i cubani?

Camminando nelle viuzze attorno al Capitolio a L’Avana mi imbatto in Leo, che si definisce manager di questa polverosa bodega. Guadagna 10 CUC al mese «ho frequentato una scuola di specializzazione per stare qui dietro al bancone» mi dice, fiero del suo lavoro qualificato.

A prima vista la sua bodega sembra piuttosto un garage, polveroso e scuro, alla spalle della cassa un’impalcatura sottile di legno sporco mette in mostra farina, zucchero, riso e succhi di frutta in minute bottigliette di plastica. I prezzi sono irrisori.

«C’è la libreta, una per famiglia, la gente viene qua e può comprare la ración che gli spetta.» Una razione di cosa? Le bodegas vendono solo pochissimi beni di prima necessità: riso, fagioli, zucchero scuro o raffinato, uova e latte. La merce è descritta in una sbiadita lavagna nera.

La libreta è effettivamente un libretto di carta, piccolissimo, può stare in un palmo di mano. Ad ogni famiglia viene assegnata una quantità di cibo che può comprare a prezzi calmierati. Le quantità variano a seconda del numero dei membri del nucleo famigliare e della loro età. La cosa importante è che non si può comprare di più di quello che la tua libreta riporta. Ci sono acquisti che possono essere fatti quotidianamente, come il latte per i bambini, alcuni ogni due settimane, come la carne, e altri una volta al mese, come il riso o lo zucchero.

E se io volessi mangiare altro? Leo non mi risponde.

Ad ogni modo per i turisti come me ci sono solo costosi ristoranti. I pochi posti dove si può acquistare un pasto per strada a prezzi cubani hanno menù molto ripetitivi: sandwich jamon, queso, jamon y queso. O pizza caliente.

Come per tante cose a Cuba, ci sono le vie ufficiali, e poi c’è por la izquierda. Un mercato parallelo florido dove i manager delle bodegas spesso e volentieri rivendono ciò che ricavano facendo la cresta ai prodotti governativi che vendono. Ma in realtà si può trovare di tutto, esubero della coltivazione per l’autoconsumo.

Alcuni giorni dopo, lontano da L’Avana, nella turistica Trinidad, Rafael e sua moglie Maria ci ospitano come fossimo loro figli. Hanno un enorme giardino e molti alberi di mango, facciamo colazione con uova e frutta strana. E questa cos’è?

«Non l’hai mai vista? È molto popolare a Cuba, si chiama fruta bomba. Alcuni poi la chiamano anche pa…payana? Non ricordo…»

«Papaya!»

«Si, ecco! Papaya!»

Maria coltiva i suoi alberi di mango e fruta bomba con amore e ci racconta di quando lei e suo marito risparmiavano il più possibile per costruire questa bellissima e coloratissima casa che vediamo ora.

«Rafael andava a pescare e vendevamo il pesce in città, ai vicini, lo davamo agli amici e ce lo mangiavamo pure noi. Ora ci sono questi ristoranti che ti pagano una cassa di pesce 15 CUC e noi non mangiamo più pesce, nessuno lo mangia più, è molto meglio venderlo.»

Ma come si fa a vivere con 10 CUC al mese con questi pochissimi prodotti dai prezzi calmierati?

«Non è sempre stato così – risponde amareggiato Rafael – all’inizio le bodegas ti davano di tutto con la libreta, di tutto. Quando si andavano a ritirare le raciones dovevamo andarci con la carriola perché era un problema tornare a casa e trasportare tutto quel cibo.»

«Poi c’è da dire che c’è stata anche molta inflazione e i salari non sono mai cambiati, tutto era sufficiente e dignitoso. Ma vivevamo di uno scambio ineguale, davamo alla Russia una tonnellata di zucchero per 7 tonnellate di petrolio. E tutto quello che arrivava a Cuba era il frutto di questa economia gonfiata.»

«Tutto cominciò a cambiare intorno al ’92, me lo ricordo bene perché ero incinta quell’anno – riprende Maria – hanno cominciato a tagliare tutto, dal cibo, ai vestiti, ogni cosa. Tornò la fame, e c’era gente che fuggiva da Cuba per fame: tutti quei balseros che cercavano di raggiungere la costa della Florida, tanti sono morti nuotando o per gli squali. Sono stati anni molto duri, le raciones non sono mai tornate quelle di prima, si è sempre cercato di togliere qualcosa da allora. Un poco alla volta.»

«Ognuno si arrangiava come poteva, battezzavamo di tutto: si accumulava un po’ di balsamo, shampoo, ma anche birra, si aggiungeva acqua. Invece di usarlo noi, lo si rivendeva. A poco, ma quel poco aiutava. Ora a noi danno questo riso sudamericano, non so che qualità sia, ma a me non piace. Ad un nostro amico di famiglia, la sua bodega di quartiere da un altro tipo di riso, a me piace di più il suo e a lui il nostro, così lo scambiamo.»

«E noi siamo sopravvissuti così, non con il comunismo ma con il sociolismo: se ho qualcosa in più lo condivido, lo scambio, le relazioni sono la cosa più importante. Ognuno ha un amico al quale si può chiedere questa o quella cosa, e andiamo avanti così.»

 

Questo è il terzo capitolo della storia.

Puoi trovare il primo capitolo qui,  il secondo quo e il quarto qua.

Cuba, intime rivoluzioni: L’Avana 2/2

Passano i giorni a L’Avana, voglio rimanere più tempo, ma sono costretta a cambiare alloggio. La nuova dueña di casa si chiama Isabelita: una signora minuta, sulla settantina, tutta nervi e con due occhi molti vivaci.

Si può dire che Isabelita è nel mercato delle casas particulares da sempre «lavoravo in tribunale nel 1997, mi ricordo quando uscì la legge, poteva essere un’opportunità interessante, pensai…ed eccomi qua!» Un business che ci tiene a mantenere attivo. «Mia figlia prenderà in mano questa casa fra poco, lei è un medico ma, oramai, si guadagna di più così.»

Avviamo subito una conversazione molto cordiale, ci tiene ad esprimere il suo punto di vista su Cuba. «Adesso le persone possono possedere cose, terreni, attività, anche avere altri lavoratori. È tutto molto diverso dai primi giorni, il comunismo se n’è andato da molto tempo, ma rimangono gli aspetti socialisti: la sanità e l’educazione sono completamente gratuite, il governo tiene molto anche alla cura degli anziani.»

Eppure c’è l’embargo, non posso comprare quello che voglio, quando voglio, la mia libertà di scelta è limitata, con l’inflazione di questi anni il governo non ha mai aggiornato i salari, né il razionamento del cibo.

Non c’è storia, questa tenace signora illumina sempre il lato migliore della medaglia. «Nonostante l’embargo siamo felici! Abbiamo cibo e guardati attorno, le case sono tutte colorate bene, si sta bene, non ci manca nulla…»

Cuba ha uno dei migliori rapporti medici per pazienti. Un sistema di prezzi calmierati permette a tutte le famiglie l’accesso ai generi di prima necessità. Particolare cura, medica e alimentare, è riservata ai bambini e agli anziani. L’educazione è completamente gratuita, completamente. Gli studenti vengono mantenuti dallo stato nei residence dei campus universitari con vitto, alloggio e libri.

Isabelita ha vissuto la revolución e, per tutte queste e molte altre ragioni, ne è la sua più agguerrita difenditrice. «Ero qua durante la rivoluzione e sostenevo Fidel! E ora sostengo Raul perché ha imparato durante tutti questi anni come governare bene da suo fratello. Dopo Raul ci saranno le elezioni, io credo, ma tra di loro, tra gli alti esponenti del partito. Loro sanno cos’è giusto per Cuba, sono ben preparati, non sono come noi, come la gente comune.»

Davanti al Museo de la Revolución si trova un pezzo delle vecchie mura de L’Avana e un carro armato. Gli interni di questo antico palazzo presidenziale sono sfarzosi, il percorso museale e la narrazione degli eventi che portò alla fuga di Batista sono però disorganizzati e a volte comici. Subito all’ingresso, vicino alle scale che portano ai piani superiori, si trova “l’angolo degli stupidi” dove si possono vedere le caricature di Batista, Reagan, Bush padre e figlio.

Articoli di giornale, foto e divise sono state riunite in teche impolverate per raccontare la storia della lotta indipendentista. I toni sono altisonanti, il Ché e Cienfuegos sono onnipresenti, sembra a tratti un altro memoriale. Anche la CIA e l’embargo sono presenti, vengono additati come le cause di tutte le disgrazie capitate a Cuba dal 1959 ad oggi.

Camillo Cienfuegos è una figura poco nota della rivoluzione cubana. Poco nota a chi, come me, ha sentito parlare di Cuba per la prima volta da lontano, un oceano e molti anni di mezzo. È popolarissimo tra i cubani, invece. Ogni anno la gente, ma soprattutto i bambini con le scuole, gettano mazzi di fiori in mare il 28 Ottobre, il giorno della sua scomparsa.

La versione ufficiale è che stesse volando tra Camagüey e L’Avana quando il suo areo svanì. Si pensa sia precipitato in quella zona di mare che separa la isla dalla Florida, ma non è mai stato trovato, nonostante le innumerevoli ricerche.

Cienfuegos non è solamente la figura della rivoluzione più osannata dopo il Ché ma anche l’unica della quale si tacciono particolari importanti.

Cienfuegos infatti non era comunista. A dire il vero nemmeno Fidel era comunista al principio della Revolución ma sembra che molti se ne siano dimenticati.

Gli anni che portarono alla rivoluzione furono, come si suol dire, caotici. Tutto cominciò con un malcontento sempre più acuto nei confronti del regime di Fulgencio Batista. Il generale insediatosi con un colpo di stato militare e aiutato dagli Stati Uniti, stava piegando l’economia cubana alla compagnie americane, trascurando gli interessi di Cuba e dei cubani. Siamo agli inizi degli anni cinquanta, si svegliano malumori e attivismi.

Lo stesso Fidel, giovane avvocato, crea una petizione per spodestare Batista, accusandolo di corruzione e tirannia. Ma non riuscendo per le vie legali, passa alla lotta armata.

È il 26 Luglio 1953, Fidel e un altro centinaio di fedelissimi assaltano la caserma Moncada a Santiago, nell’estremità sud dell’isola. Un attacco a sorpresa che prevedeva lo scontro con militari alticci, o quantomeno stanchi: Santiago festeggia a Luglio un famoso carnevale, di giorno si dorme e si esce la notte. Volevano approfittare delle celebrazioni, ma non andò così.

L’attacco comincia dall’ala della caserma dove i rivoluzionari credevano di trovare le armi della guarnigione. Armi che erano state spostate poco tempo prima. L’attacco si trasforma in una debacle. Tra le file dei compagni di Fidel molti sono i morti, e moltissimi torturati. Fidel e Raul si salvano.

Quando visiterò la caserma Moncada a Santiago la guida ci spiegherà di come quel giorno i due fratelli ebbero la fortuna di essere portati in una prigione gestita dalla polizia, e non in un carcere militare, fu per questo che non vennero torturati e seguirono un regolare processo.

Seguono brevi anni di carcere, un’amnistia e l’esilio in Messico assieme a molti altri dissidenti politici.

Sarà proprio dal Messico a partire la seconda fase della storia della rivoluzione cubana.

Il Museo de la Revolución esalta questi anni. La personalità di Fidel e le sue battaglie a Cuba, gli si radunano attorno un manipolo di uomini fortemente motivato a spodestare Batista. Emergono più vive le personalità di Cienfuegos e del Ché dalle bacheche delle numerose sale: si racconta dello sbarco a Cuba del 1956, su un barchino minuscolo, di un attacco dell’esercito di Batista, di una fuga nei monti della Sierra, nella regione Orientale, di mesi passati aiutando i contadini locali e portando avanti contemporaneamente una lotta di guerriglia che si dimostrerà vincente, nonostante la netta inferiorità dei mezzi.

Le foto del Ché, medico, che offre i suoi servizi gratuiti alle popolazioni non raggiunte dallo stato sono uno dei molteplici esempi di retorica comunista in questa esposizione. Per culminare con il tripudio e il trionfo nelle foto e nella descrizione della stagione tra il 1958 e il 1959. La vittoria, giusta, degna e meritata.

Il racconto, fin dal principio, chiama tutti i partecipanti compagni e gli Stati Uniti un demone capitalista.

Ma la rivoluzione cubana non era comunista.

Fidel non era comunista.

Come in moltissime rivoluzioni, più frange furono tenute assieme dallo scopo finale: Batista. Si voleva ripristinare ordine e giustizia sociale. Sul come avviare questo processo, ognuno aveva le sue idee.

Cienfuegos non era comunista.

Morirà durante il primo anno della rivoluzione a cui aveva partecipato fin dall’inizio. Ci sono diverse ombre sulla sua morte, e non sono segreti. Chi ha abbastanza anni per aver vissuto quei giorni ne parla apertamente.

Come Jorge, un altro tassista-ingegnere con la passione per i vecchi telefoni. «Cienfuegos era un problema, un personaggio importante e famoso, che non si sarebbe mai schierato ideologicamente.»

Continua la mia ricerca sopra i sedili posteriori di veicoli attempati.

«Fidel cercava l’appoggio americano, andò subito in visita negli USA per togliere l’embargo, subito! Doveva parlare alle Nazioni Unite e cercava un alloggio a Manhattan, ma nessun albergo li voleva, così la delegazione cubana se ne andò a Brooklyn a dormire” se la ride Jorge mentre mi racconta questi aneddoti. “Fidel se la prese molto sul personale, possiamo dire che cominciò ad odiare gli Stati Uniti per una prenotazione rifiutata!»

Episodio realmente accaduto e documentato, come scoprirò poi in seguito. Nel suo primo viaggio all’estero, avvenuto pochissimi mesi dopo la fuga del generale, Fidel visita gli States e durante un’intervista dirà «so cosa il mondo pensa di noi, che siamo comunisti, anche se l’ho già detto chiaramente che noi non siamo comunisti, molto chiaramente!»

Ma le paure americane per le inclinazioni politiche di alcuni rivoluzionari non vengono certo sopite da queste parole. L’embargo persiste. Cuba nazionalizza terre e aziende, in gran parte sono possedimenti di ricchi americani. Siamo in Guerra Fredda e l’Unione Sovietica si presenta così come principale alleato. Il Movimento del 26 Luglio – il nome che i rivoluzionari si erano dati – si trasforma negli anni prima in Partito Socialista del Popolo, e infine in Partito Comunista di Cuba.

Cienfuegos non era comunista.

Morirà durante il primo anno della rivoluzione a cui aveva partecipato fin dall’inizio. Alla luce di questa storia, della storia che tutti i cubani conoscono, il suo ritratto nella Plaza de la Revolución assume tutte le connotazioni di una strumentalizzazione. Vas bien, Fidel! Ci hanno scritto accanto. Stai andando bene, Fidel! E io non posso fare a meno di leggero con un tono sarcastico.

 

Questo è il secondo capitolo della storia.

Puoi trovare il primo capitolo qui,  il terzo quo e il quarto qua.

Cuba, intime rivoluzioni: L’Avana 1/2

Non so chi mi abbia convinto a non curarmi delle condizioni meteorologiche, ma ho preso un volo per L’Avana ad Agosto. L’afa che Cuba sprigiona d’estate è asfissiante. Arriviamo a L’Havana di notte ma mi sento assalita dallo spessore dell’aria che mi entra nei polmoni e mi pesa sulla pelle lasciandomi sudaticcia e con la pressione basissima. È una sensazione che mi rimarrà addosso durante tutto il viaggio.

Il jet lag mi tiene sveglia e di prima mattina decidiamo di raggiungere Plaza de la Revolución, partendo da L’Avana vieja si passa attraverso un interessante quartiere cinese. Poi i viali diventano più ampi e gli spazi verdi più organizzati. Plaza de la Revolución è una spianata di asfalto abbastanza desolante. Nel centro si erge imponente un memorial a José Martí, di cemento, e una sua stato in marmo. Dietro al memorial c’è la sede del Partito Comunista. Davanti al memorial, quasi a guardarsi vicendevolmente, due parallelepipedi grigi con grigie finestre: il Ministero degli Interni sulla sinistra e il Ministero delle Comunicazioni sulla destra. Il ritmo cadenzato delle finestre viene interrotto due colate di cemento verticali abbastanza ampie che vengono usate come tela.

«Ecco il Ché sul Ministero degli Interni e Cienfuegos su quello delle Telecomunicazioni…» mi descrive il tassista con poco entusiasmo.

«E chi è Cienfuegos?!»

«Quello con il cappello!»

Ovvio. Arrivando a Cuba con superficiali conoscenze della rivoluzione cubana, i miei nomi noti si limitavano al Ché e i fratelli Castro. Ebbene, in questa piazza dove si celebravano morti da ricordare mi riscoprivo molto più occidentale ignorante di quanto pensassi prima della mia partenza.

Il sole batte e torniamo verso L’Avana vieja con un altro tassista, molto più loquace del primo.

«In realtà sono un ingegnere elettronico» ci dice mentre guida con disinvoltura, sempre guardando nello specchietto retrovisore. Si parla del più e del meno.

«Ah, sei argentino – dice al mio compagno di viaggio – come il Ché! Mi manca il Ché. Ora sono tutti maricones, ma non si può dire niente. Non c’è opposizione perché è tutta in galera. O morta.»

Neanche dodici ore a Cuba e già partono i discorsi politici.

«Ma la vita è una sola e bisogna goderne!»

Per pochi chilometri in centro città il tassista-ingegnere si fa pagare 5 CUC, non senza contrattare. 5 CUC sono 5 dollari. Contando che lo stipendio medio di un cubano è attorno ai 20$ al mese, capisco come lui si stia godendo la vita.

Cuba ha uno strano sistema a due valute ufficiali: una per i cubani e una per i turisti. Il CUC, o come raramente si sente chiamare peso cubano convertible, e il Peso Cubano, anche detto Moneda Nacional. Il CUC ha un cambio fisso: un dollaro e otto centesimi fanno un CUC. In CUC sono gli alberghi, i ristoranti, gli oggetti nei negozi per turisti e i bar. In Moneda Nacional si possono comprare poche cose da turista, durante il mio soggiorno i commercianti che esponevano prezzi in MN hanno sempre cercato di farmi pagare in CUC. Bibite, pizzette o panini nei chioschi che si trovano per strada, lontani dalle vie più turistiche, mantenevano invece i prezzi cubani. Così capitava che dando 1 CUC si potessero mangiare alcuni toast jamon y queso e ricevere il resto in MN.

A L’Avana è abbastanza chiaro di come molto giri attorno al turismo. José, il nostro AirBnB, non lavora. «Non tornerò mai più a lavorare, gli affari mi vanno molto bene.» Nel suo appartamento senza pretese, affitta una camera con bagno e aria condizionata per 25$ a notte, colazione inclusa. La famiglia di José guadagna in un giorno più di quello che molti cubani guadagnano in un mese.

«Prima ero una tecnica di radiologia – mi spiega Maria Carmen, sua moglie – guadagnavo circa 20 CUC al mese, non mi ricordo neanche come riuscivo a sopravvivere.» Dicendolo saluta Tania, la loro figlia più grande, sta andando a lezioni d’inglese, una volta a settimana, 10 CUC al mese. Sto parlando con la nuova piccola borghesia.

La rivoluzione di AirBnB a Cuba non è una novità. Il business delle casas particulares, cioè degli affittacamere, cominciò più di vent’anni fa, quando il regime di Fidel aprì le porte all’esercizio privato all’interno di un numero chiuso di categorie. Il numero dei proprietari di casa che mettevano a disposizione una o più camere è cresciuto lentamente, fino a diventare uno dei settori più grandi e di maggior successo: oggi ci sono più di 20.000 casas particulares, e il numero è in continuo aumento.

José è fortunato perché riesce a gestire la sua pagina AirBnB da solo. In un Paese che ha visto i primi router wi-fi nel 2015, e solo in 35 piazze in tutta Cuba, il nostro padrone di casa appartiene a quella élite che si può permettere una connessione in casa. “Lo accendo due volte al giorno per controllare le prenotazioni, se ne avete bisogno ditemelo, perché se no lo tengo spento.” E capiamo subito il perché: non è raro tornare a casa e trovare i suoi vicini seduti sul suo divano ad usufruire della linea. La navigazione è abbastanza lenta, ci si connette con una targhetta con username e password. 1.5 CUC per un’ora di navigazione. Un prezzo enormemente caro considerando il costo della vita qui.

«Io sono abbastanza contento con Raul, grazie a lui questo – indicando la nostra camera – è stato possibile…i tempi sono cambiati”, dice con un grande sorriso “prima la polizia era molto repressiva, qualsiasi cosa si dicesse contro Fidel si andava in galera, ma ora è diverso. Dico per il meglio, si sta bene!»

Per avere la licenza da affittacamere, José paga 35 CUC al mese «che tu abbia clienti o meno è una spesa che devi versare, tolta questa somma dalle prenotazioni tutto quello che rimane è per la mia famiglia.» Siamo ad Agosto e ha tutto prenotato per i prossimi tre mesi circa. José ha un fratello all’estero, è lui ad aver ha aperto un conto corrente da poter utilizzare con AirBnB e gli manda le rimesse. Altri affittacamere si affidano ad agenzie terze che gestiscono le prenotazioni di diversi appartamenti su internet e ridistribuiscono gli introiti con i rispettivi proprietari.
Con 2 milioni di visitatori ogni anno – e i numeri sono in crescita – il turismo è il settore dove sempre più cubani stanno convergendo.

In giro per le strade de L’Avana vieja si trovano solo ristoranti per turisti, spettacoli di salsa e gruppi di musicisti che tra una canzone e l’altra suonano i Buena Vista Social Club. C’è una biblioteca anche, la sera si possono vedere tanti giovani cubani seduti sui gradini del portico per collegarsi al suo wi-fi.

In una delle tante strade che portano al Capitolio, Calle Obisvo, mi incuriosisce un negozio di elettrodomestici. È la prima attività di rivendita che vedo che non sia di souvenir. A prezzi cari si possono comprare frigoriferi, fornelli, microonde e ferri da stiro. Abbordabili sono anche i cuociriso elettrici e le piastre per i capelli. Dello stesso elettrodomestico esiste solamente un modello, e gli scaffali sono pieni di scatole della stessa marca. Solo con i frigoriferi ci si può permettere l’imbarazzo della scelta. Hanno tutti un cartellino e due prezzi: quello intero e la rata mensile. È affollato. Pochi metri più un là e sulla stessa strada incontriamo un negozio della Puma e uno dell’Adidas. In Plaza Vieja a sorpresa appare una Benetton. Chi si può permettere questi prezzi?
Secondo José sono solo vetrine per i turisti, “noi cubani possiamo comprare i vestiti nei negozi gestiti dal governo, ma sono comunque molto costosi, una t-shirt può costarti 4 o 5 CUC!” Esistono anche metodi non esattamente ortodossi.

«Ci sono persone che si dedicano a questo commercio, prendono un volo per uno dei Paesi nei quali possiamo entrare senza visto – la Guyana, l’Ecuador o anche la Russia – e tornano con le valigie pieni di vestiti. Rivendono la merce e si finanziano il prossimo viaggio, è molto conveniente per noi perché possiamo pagarli a rate, e per loro che si sono inventati un lavoro. Siamo tutti dei lottatori a Cuba.»

 

Questo è il primo capitolo della storia.

Puoi trovare il secondo capitolo qui,  il terzo quo e il quarto qua.