Reportage dal Sahara Occidentale

«Signorina, questo è il Sahara…»

Sospensione. Attesa di un aggettivo.

Con la mano aperta muove il braccio come un commediante, da vicino al corpo lo porta lontano. Quasi volesse abbracciare l’orizzonte, tutta questa terra. Una hamada di cui non si vede fine, da una parte, e l’Oceano Atlantico, dall’altra.

Solo pietre, cespugli bassi e secchi e terra brulla, una lingua di asfalto stretta e a tratti sconnessa la divide in due parti ineguali: poche decine di metri dallo strapiombo sul mare e infiniti chilometri di nulla.

Vorrei dirgli che è il Sahara vero, quello che non tutti si immaginano, niente dune dorate, oasi, cammelli, orientalistici beduini in blu. Ma è il Sahara.

Invece, il soldato – stringendo saldamente ancora il mio passaporto in mano – sta aspettando una sola risposta.

Attende, vuole che io completi la frase nel modo giusto, perché in Marocco c’è solo un Sahara e io lo devo riconoscere.

«…marocchino, questo è il Sahara marocchino.»

Annuisco convinta e gli mostro le mie migliori intenzioni con un ampio sorriso. Deve credermi, altrimenti io non arriverò mai a Dakhla: un’appendice sabbiosa di questo enorme continente, mille chilometri più a Sud di questo primo posto di blocco.

Non è del tutto convinto, ma come biasimarlo? Siamo tre italiani che parlano arabo e viaggiamo in cabina di un tir diretto a Dakar.

Perché vi interessa andare a Dakhla? Perché non avete preso un aereo?

Potrei dirgli quello che penso, e cioè che, come in molti viaggi, mi interessa il tragitto e non l’arrivo. Andare a vedere il deserto che si trasforma in spiaggia e continua in sabbia sotto alle onde dell’Atlantico è la meta, ma nel mentre voglio capire cos’è il Sahara Occidentale, questa vastissima terra brulla che sta tra me e un lontanissimo villaggio di pescatori e resort turistici.

Nella mia mente non ci sono dubbi: stiamo attraversando il Sahara Occidentale. Una regione occupata dal Marocco 40 anni fa a cui è stato promesso un referendum dall’ONU per esercitare il diritto dei popoli ad autodeterminarsi. Referendum che stanno aspettando ormai da 25 anni. Periodo in cui il Marocco ha avuto tempo di cacciare via i profughi sahrawi, spingendo loro e le loro tende poco più in là del confine – si fa per dire – con l’Algeria; attivare una vasta campagna di detassazione per i cittadini marocchini con l’intenzione di stabilirsi permanentemente in questa terra desolata; e distribuire ingenti incentivi statali per far rimanere il costo della vita nella regione significativamente più basso rispetto al resto del Paese, quindi una buona attrattiva per i coloni.

Vorrei vedere questo popolo sahrawi, o almeno quello che ne è rimasto, e vorrei capire perché questa terra brulla sia diventata il centro di tutti i problemi di politica internazionale marocchina.

Il Sahara occidentale infatti è un tabù. Il Marocco non ne riconosce nemmeno una realtà geografica, senza parlare di quella politica. Soltanto a pronunciare le parole Sahara Occidentale si rischia l’arresto. Perché non c’è nessun Sahara Occidentale, c’è solo un Sahara ed è marocchino.

Ma è un’idea difficile da esportare.

Anas progetta applicazioni per smartphone, lui e un suo socio stanno lavorando ad una nuova idea da lanciare al servizio del turismo – in costante crescita negli ultimi anni in questo Paese. Hanno bisogno di una cartina del Marocco che l’utente possa utilizzare per ricercare le informazioni nei luoghi di interesse ma sono bloccati. Sanno che la mappa dell’applicazione dovrà riportare il territorio marocchino nella sua completa e ufficiale estensione. Se dovesse segnare il confine tra Marocco e Sahara Occidentale o soltanto riportarne la dicitura – come in Google Maps – il progetto non potrebbe essere approvato.

«Stiamo cercando altre soluzioni, ma non è semplice…questo è il Sahara marocchino solo per il Marocco.»

Sì e no, questo è il Sahara marocchino anche per tutti quelli stati che sulla questione hanno deciso di adottare un profilo neutrale.

Ottobre era un mese importante per Ikea, l’inaugurazione del suo primo store in Africa avveniva proprio in Marocco. Circa a metà di quei cento chilometri che dividono le due città più ricche del Paese, Rabat e Casablanca, si era scelta la location perfetta per un mercato ancora vergine, smanioso di europeità. Alla vigilia dell’inaugurazione, però, le autorità marocchine fanno presente alla multinazionale che mancano ancora delle carte, la situazione non è in regola, e quindi non possono autorizzarne l’apertura.

Carte che si sono miracolosamente trovate cinque mesi dopo, quando la Svezia ha inaspettatamente deciso di togliere il proprio supporto alla causa del Fronte Polisario sahrawi ripiegando su una più pacata neutralità. Per la gioia della borghesia marocchina, unica fetta di società che si possa permette i prezzi europei dei mobili svedesi.

Fortunatamente i miei grossi sorrisi devono avere convinto la guardia che mi ridà tutti i passaporti e mi dice «Marhaba fil Maghrib», benvenuti in Marocco. Ringraziamo e risaliamo sul tir direzione Sud.

Zakaria – l’autista – trasporta mandarini, da Agadir a Dakar gli servono quattro giorni dormendo poco e mangiando molto bene: la strada è lunga ma conosce tutti i migliori punti di ristoro. E quando non c’è un ristorante soddisfacente per i prossimi chilometri prepara lui stesso un tajine di pesce con molta semplicità, seduto su una tanica di benzina dietro ad uno dei suoi grossi pneumatici, al riparto dal vento forte che sferza dall’Atlantico e che si sfrangia sulle pareti rocciose di questo Sahara marocchino.

Zakaria ha trentatré anni, ma ne dimostra almeno dieci di più. Parla solo darija – il dialetto locale – e continua a chiamare i suoi amici passandoceli a telefono: «senti chi ho raccolto sulla strada!»

Dopo un giorno di autostop, partiti da Casablanca, Zakaria ci ha trovati sul calar della sera, lontanissimi dalla nostra meta. Ma lui ci doveva passare proprio accanto a Dakhla e più le ore passano più capiamo di essere un ottimo diversivo alla sua solitudine durante la guida.

Due volte a settimana percorre tutto il Marocco, va e viene dal Senegal, c’è solo una strada e ormai la conosce bene.

Troviamo un soprannome per Zakaria: melik al-camionet (il re dei tir). Lo adora e ci adora.

L’anno in cui avevo cominciato ad interessarmi ai dialetti arabi mi era capitato di guardare una puntata di una serie tv siriana su un tassista di Damasco: melik al-suzukiet, il re delle Suzuki. Ad ogni amico che lo chiama ripetiamo lo stesso teatrino: «ditegli come mi chiamate…!» allungandoci uno dei due telefoni che controlla periodicamente mentre è alla guida.

«Zakariaaa, melik al-camionet!»

Grandi sorrisi, grandi risa, continuiamo sereni fino alla prossima chiamata.

 

***

Il posto di blocco che avevamo appena incontrato era poco più a Sud di Guelmim, quello che Zakaria chiamava bab as-Sahara, la porta del Sahara. È un punto strategico, anche se il Marocco riconosce l’unità del suo territorio nazionale, qui ferma tutti quelli che sono di passaggio e prende i dati dei passaporti stranieri che valicano questo non-confine. In realtà questo è solo il primo di innumerevoli posti di blocco sparsi per tutta la regione, in ingresso e in uscita dalle principali città: Laayoune, Lamsid, Boujdour.

È notte quando arriviamo a Laayoune, il cielo scurissimo e l’illuminazione stradale giallognola sono forse il principale motivo per cui le camionette bianche con la scritta UN nera brillano in tutti i quartieri. Sembra che la città sia popolata solo da queste 4×4, che in realtà sono bene integrate nella vita quotidiana di tutti, nessuno pare farci caso, fanno parte del panorama.

Il brulicare di persone dopo il tramonto è enorme, tutti i negozi sono aperti durante quelle ore del giorno in cui il sole dà un po’ di sollievo.

Io non mi riesco ancora a capacitare di questa militarizzazione internazionale. Rimango a fissare il panorama di uno degli incroci principali della città vicino alla stazione degli autobus. Un passante deve avermi notato prendere appunti: «queste auto le troverai solo qui, risiedono tutti all’hotel Nagir e parcheggiano le loro macchine vicino, c’è il solo bar dove vendono alcolici in città.»

Il Nagir è un hotel imponente che monopolizza l’incrocio, alto, giallo sabbia, con una zona di sosta sul davanti, come quei grandi hotel in centro città che hanno giusto lo spazio per fare salire e scendere i clienti.

Mi sorride e se ne va, parlandomi perfettamente in inglese, mi accorgerò solo nei giorni seguenti del perché avesse marcato quel “solo qui”.

Pensare che le Nazioni Unite abbiano la propria presenza nel Sahara Occidentale all’interno di un hotel comunica un senso di impermanenza. Nessuna base stabile, staremo per poco, devono aver pensato nel 1991 quando venne lanciato MINURSO – la missione di pace delle Nazioni Unite nel Sahara Occidentale.

Il nome è un acronimo: Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale. Il progetto prevedeva una supervisione delle istituzioni internazionali durante la risoluzione del conflitto, iniziato con il cessate il fuoco fra il Marocco e il Fronte Polisario – l’organo di autogoverno della Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi.

Sul sito internet del progetto si dice che era stato originariamente lanciato per monitorare il cessate il fuoco, verificare la riduzione delle truppe marocchine sul territorio conteso, verificare lo stazionamento delle truppe del Fronte Polisario nei territori designati, sovrintendere lo scambio dei prigionieri, identificare e registrare gli aventi diritto al voto e, per ultimo, organizzare e assicurare un referendum giusto e libero.

Il punto di arrivo della missione è proclamare i risultati del referendum di autoderminazione in cui i sahrawi del Sahara Occidentale sceglieranno fra l’integrazione col Marocco o l’indipendenza.

Per comprendere il motivo per cui questa striscia vuota di sabbia assuma tutta questa rilevanza bisogna dare conto di quello che successe durante il colonialismo, non francese, ma spagnolo, e dell’importanza della vicina Algeria nella vicenda sahrawi.

Con la parziale decolonizzazione del territorio marocchino nel 1956, la Spagna rimaneva ancora presente nelle zone Sud del Sahara e nelle due enclavi di Ceuta e Melilla. Nonostante Marocco e Algeria combatterono fianco a fianco le guerre contro le potenze coloniali, l’effettiva decolonizzazione creò non poche tensioni per la definizione del confine nella fascia desertica che divide i due Paesi. Il conflitto sfociò in una guerra aperta nel 1963, quando il Marocco rivendicò una parte del territorio del Sahara occupato dall’Algeria. Il Regno di Hassan II vinse la cosiddetta “Guerra di sabbia” ma preferì ritornare sulle sue posizioni per evitare un’escalation.

Malumori mai sopiti portarono avanti questa antipatia reciproca sotterranea, trasferendo la ragione della contesa su un altro fronte, quello del Sahara Occidentale.

Nel 1975, poiché la Spagna franchista continuava a controllare il cosiddetto Sahara Occidentale, il Re Hassan II ottenne un parere da parte della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia che sanciva i legami storici tra il Nord e il Sud del Marocco. Ancora oggi, tra i principali sostenitori del Sahara marocchino, la ragione che fa da padrone è il ricordo dell’antico califfato del Marocco che si estendeva su tutto l’attuale territorio comprendendo anche il Sahara Occidentale. Così, forte di questo pronunciamento, il 6 novembre dello stesso anno, il Re mobilitò il popolo alla riappropriazione del suo territorio, in un’azione passata alla storia con il nome di Marcia Verde: 20.000 soldati scortarono 350.000 marocchini che si radunarono nella città di Tarfaya per attraversare assieme e con dei Corani in mano il confine del Sahara Occidentale, spingendo la Spagna a mettere fine all’occupazione.

Sebbene all’inizio il Marocco non incontrò apparentemente nessuna resistenza da parte della popolazione locale, fu l’Algeria uno dei primissimi problemi politici. Questa non solo non accettò mai questo esito, ma additò la Marcia Verde come una conquista militare e passò ad incitare le popolazioni sahrawi alla rivolta.

È facile intuire come l’Algeria avrebbe facilmente accettato uno Stato amico che le consentisse di avere uno sbocco quasi diretto sull’Atlantico, per fare arrivare più facilmente sulla costa il gas e il petrolio dei suoi giacimenti nel deserto. Mentre la conquista di una porzione così rilevante di territorio da parte dell’antipatico Marocco era l’equivalente di uno schiaffo, che arrivava appena dopo la sconfitta territoriale appena subita sull’altro confine.

Il Sahara Occidentale viene quindi considerato dall’Algeria come un problema di decolonizzazione, la cui soluzione è l’autodeterminazione del popolo sahrawi. Il punto di vista dell’Algeria è dunque conforme alla legalità del diritto internazionale ed è anche legittimo, tenuto conto della sua storia coloniale.

Considerazioni, queste, che non hanno aiutato la rappacificazione dei due Paesi.

Siamo solo all’inizio di questa terra contesa, io continuo a contare le camionette bianche delle Nazioni Unite. Infinite. Nel nostro viaggio verso Dakhla dei giorni seguenti non vediamo nessuna presenza internazionale.

Invece, i posti di blocco della polizia marocchina si susseguono, e la routine del checkpoint è sempre la stessa. Perché andate a Dakhla? Widsurf. Perché non avete preso un aereo? Viaggiare così è meno caro. Perché parlate arabo? Perché viviamo a Casablanca. Cosa fate a Casablanca? Insegniamo inglese. Ah, welcome, welcome! I nostri dati vengono registrati su un librone dal rivestimento duro e spesso, dati cartacei che dubito qualcuno possa facilmente controllare.

Molti di loro conoscono Zakaria, sorridono lo lasciano passare, come se avere questa conoscenza ci rendesse automaticamente buone persone.

Il melik al-camionet ci lascia ad una quarantina di chilometri dalla nostra destinazione, su un’enorme rotonda circondata da bottiglie di plastica dal contenuto giallo scuro, liquido, navigano sulla sabbia. È l’inizio della sottile striscia di sabbia e asfalto che si prolunga nel mare, parallela alla costa. Zakaria ci saluta calorosamente e con qualche lacrima, domani arriverà a Dakar, noi – spero entro oggi – alla fine di questa penisola: Dakhla.

***

 

Un linea di terra e sabbia che si stacca dal continente africano e che curva verso Sud. Sono 40 chilometri, una sola strada asfaltata che termina in un piccolo centro in riva al mare. È una strada che passa attraverso dune e rocce, costeggiata da costosi resort che sembrano enclavi, strutture autosufficienti che non comunicano con il resto del mondo circostante. Dakhla è una meta privilegiata di turismo sportivo, con meno di dieci giorni di pioggia all’anno e venti costanti dall’Atlantico, è un paradiso per gli amanti di windsurf e kitesurf.

Al nostro arrivo in città non ci sorprendiamo di vedere le classiche strutture abitative marocchine delle campagne, nuove, edifici quasi torreggianti, uno o due piani sopra a quello che sembra un garage al piano terra, tutto in rigoroso colore ocra. Siamo lontani da Casablanca, un’automobile per ogni famiglia non è la norma. Dietro a queste grandi porte di ferro si celano in realtà spazi commerciali, è quello a cui poter ambire dopo anni di risparmi: una casa che possa avere anche la possibilità di diventare negozio. Se non per la generazione che l’ha costruita, sarà per quella seguente.

Dakhla è un villaggio tranquillo, case ordinate e strade parallele, molti quartieri nuovi. Il lungo aeroporto a lato sembra un corpo estraneo, ma c’è da molto tempo, un ricordo della Spagna franchista. Arrivano solo voli interni, arrivano solo ricchi stranieri e ricchi marocchini, vengono caricati su pullman e taxi e spariscono, si insabbiano nei resort che collegano la città al continente. In città rimane chi lavora nei resort, i pescatori e qualche commerciante.

Decidiamo di proseguire fino alla punta di questa appendice, superiamo il centro e costeggiamo il quartiere industriale: capannoni in cemento, lamiere e un forte odore di pesce. Ci sono ancora pochi chilometri, spiagge vuote, nessun bagnante. Dall’ultimo lembo di terra, Dakhla è solo un alone all’orizzonte, tremula per il caldo che sale dalla sabbia. Arriviamo ad alcune baracche, costruzioni quadrate, legno marrone e blu accatastato, teli di plastica. Sono disposte in file ordinate a pochi metri dal mare. Tra queste baracche e la battigia, molte barche, degli stessi colori delle costruzioni. Altre barche a largo. Non ci sono donne, non ci sono bambini, solo pescatori e le loro reti. È gennaio ma la giornata è calda, il cielo limpido e la brezza che arriva dal mare è piacevole.

Ad alcune centinaia di metri dalle barche si trova un modesto faro. Riceviamo molti sguardi, la calorosità tipica e scontata in altri contesti non sembra manifestarsi qui. Non saranno molti i turisti che si spingono fuori dal centro. La sabbia è fina e ci riposiamo qualche minuto, poi rientriamo in città.

Tra le tante piccole attività commerciali che troviamo nelle stradine del centro di Dakhla, i negozi che vendono melhfa sono sicuramente i più colorati. La melhfa è un pezzo di stoffa rettangolare molto grande con il quale le donne sahrawi riescono a vestirsi e coprire tutto il corpo, compresi i capelli. La negoziante ne indossa una color viola acceso, la stampa ha dei cerchi concentrici sbiaditi e irregolari che mi ricordano quando negli anni Novanta mia madre mi faceva giocare con le Fruit, lo spago e la candeggina.

Il tessuto della melhfa è cotone leggero, un’estremità si annoda sopra la spalla sinistra e i metri di stoffa rimanente si fanno passare sotto il braccio destro e sopra il capo. Ti avvolge dalle caviglie alle spalle, lasciando gli avambracci liberi, e si appoggia morbidamente sulla testa. La trama sottile lascia scorrere il vento e la sensazione è di un leggero fresco sulla pelle. Ne compro una anche se non sarò mai in grado di rimetterla tanto elegantemente.

È un pigro sabato pomeriggio, sul tardi la gente comincia ad uscire e la piazzetta arancione sul quale dà il nostro hotel si riempie di rumori. Usciamo anche noi.

«Statt accuórt guagliò

Ci giriamo di scatto ed è così che conosciamo Ahmed.

Ahmed parla solo a Davide, uomo a uomo. Non guarda né me, né Fatima. In un’interessante accostamento di italiano e di quello che io credo essere dialetto napoletano, ci spiega che è importante fare attenzione. Non so quali siano i pericolosi pericoli di un villaggio come

Dakhla, e capisco poco dell’intero discorso. Senza lasciare lo sguardo di Davide, Ahmed ci racconta dei suoi anni in Italia, di come era finito a lavorare con la camorra e la droga.

«Sono tornato perché mammà sta male…»

La sua lettera s prende sempre il suono sc davanti a consonante. È incredibile come il suo italiano sia perfetto per il contesto in cui è vissuto, ma io lo seguo difficilmente.

Ha un ottimo ricordo dell’Italia, ci aveva sentito parlare e alla fine voleva solo fare due chiacchiere. Lo salutiamo. Lui saluta solo Davide.

Quella che doveva essere una sorta di area adibita a campeggio poco fuori città, dove avevamo deciso di passare la notte, si dimostra essere uno spiazzo più o meno piano che dà su una baia molto conosciuta per il particolare vento. Impossibile restare più di pochi giorni se non si è attrezzati. E i nostri vicini danesi sono attrezzatissimi. Ci accedono i fanali del camper quando decidiamo di montare la tenda alle nove di sera e non vediamo nemmeno dove abbiamo lasciato i picchetti. Dobbiamo sembrare davvero irrecuperabili.

Durante la notte musica e voci arrivano fino alla nostra tenda. Ad una cinquantina di metri dal mare una grande haima sembra essere la location di un festino. Un tenda enorme, non da campeggio, in stoffa e con una robusta struttura, foderata di tappeti, cuscini e divani al suo interno, ci si riesce a stare in piedi, è come una stanza. Donne e uomini poco vestiti stanno ballando, la musica è molto alta. In un angolo una drag queen parla con un ragazzo molto incuriosito. Sono tutti marocchini e al nostro sbirciare siamo accolti calorosamente, obbligati ad unirci alla festa.

Si ride e si scherza, si criticano il re e le infrastrutture carenti in buona parte del Paese. Allora tiro in ballo il tema del Sahara Occidentale e si gelano gli animi. L’ultimo taboo.

Fra qualche mese a Beni Mellal arresteranno due uomini perché vivevano assieme, sospettati di essere omosessuali. In realtà li arresterà la polizia solo dopo il pubblico linciaggio di quartiere. Nello stesso mese, a Rabat, due ragazze adolescenti saranno incarcerate perché viste baciarsi sul balcone della casa di una di queste da un vicino. Il quale aveva informato i genitori, e loro stessi le avevano portate al commissariato. Tutto ciò per dire che sta sera i problemi di geopolitica del Marocco dovrebbero essere il loro ultimo problema, e invece pesano. Tanto.

Gli sguardi improvvisamente vaghi cercano di cambiare velocemente discorso.

«Andiamo tutti ad accedere un falò sulla spiaggia!»

Noi torniamo alla nostra tenda, il giorno seguente ripartiamo per Casablanca.

Troviamo un altro autista di tir sulla strada del ritorno, ma non è simpatico come Zakarya. Decidiamo di non percorrere tutto il viaggio con lui, riscendiamo a Laayoune e raggiungiamo con un autobus notturno Sidi Ifni.

Visitiamo in mattinata la spiaggia di Legzira, inconsapevoli di stare ammirando questi archi naturali per l’ultima volta. Fra tre mesi l’arco più maestoso crollerà, lasciando solo una montagna di detriti in riva al mare.

Raggiungiamo nel pomeriggio Mirleft e in serata Agadir. Troneggia su una montagna una scritta a caratteri enormi, composta da grosse pietre colorate di bianco, si vede da chilometri di distanza, risalta contro il colore marrone del terreno brullo.

Allah, al-watan, al-malik: Iddio, lo Stato, il Re. È solo una delle innumerevoli scritte che torreggiano in tutto il Paese su montagne, dighe e alture. Leggendola mi sembra un promemoria: su queste cose non si discute.

 

Reportage dal Sahara Occidentale 3/3

Un linea di terra e sabbia che si stacca dal continente africano e che curva verso Sud. Sono 40 chilometri, una sola strada asfaltata che termina in un piccolo centro in riva al mare. È una strada che passa attraverso dune e rocce, costeggiata da costosi resort che sembrano enclavi, strutture autosufficienti che non comunicano con il resto del mondo circostante. Dakhla è una meta privilegiata di turismo sportivo, con meno di dieci giorni di pioggia all’anno e venti costanti dall’Atlantico, è un paradiso per gli amanti di windsurf e kitesurf.

Al nostro arrivo in città non ci sorprendiamo di vedere le classiche strutture abitative marocchine delle campagne, nuove, edifici quasi torreggianti, uno o due piani sopra a quello che sembra un garage al piano terra, tutto in rigoroso colore ocra. Siamo lontani da Casablanca, un’automobile per ogni famiglia non è la norma. Dietro a queste grandi porte di ferro si celano in realtà spazi commerciali, è quello a cui poter ambire dopo anni di risparmi: una casa che possa avere anche la possibilità di diventare negozio. Se non per la generazione che l’ha costruita, sarà per quella seguente.

Dakhla è un villaggio tranquillo, case ordinate e strade parallele, molti quartieri nuovi. Il lungo aeroporto a lato sembra un corpo estraneo, ma c’è da molto tempo, un ricordo della Spagna franchista. Arrivano solo voli interni, arrivano solo ricchi stranieri e ricchi marocchini, vengono caricati su pullman e taxi e spariscono, si insabbiano nei resort che collegano la città al continente. In città rimane chi lavora nei resort, i pescatori e qualche commerciante.

Decidiamo di proseguire fino alla punta di questa appendice, superiamo il centro e costeggiamo il quartiere industriale: capannoni in cemento, lamiere e un forte odore di pesce. Ci sono ancora pochi chilometri, spiagge vuote, nessun bagnante. Dall’ultimo lembo di terra, Dakhla è solo un alone all’orizzonte, tremula per il caldo che sale dalla sabbia. Arriviamo ad alcune baracche, costruzioni quadrate, legno marrone e blu accatastato, teli di plastica. Sono disposte in file ordinate a pochi metri dal mare. Tra queste baracche e la battigia, molte barche, degli stessi colori delle costruzioni. Altre barche a largo. Non ci sono donne, non ci sono bambini, solo pescatori e le loro reti. È gennaio ma la giornata è calda, il cielo limpido e la brezza che arriva dal mare è piacevole.

Ad alcune centinaia di metri dalle barche si trova un modesto faro. Riceviamo molti sguardi, la calorosità tipica e scontata in altri contesti non sembra manifestarsi qui. Non saranno molti i turisti che si spingono fuori dal centro. La sabbia è fina e ci riposiamo qualche minuto, poi rientriamo in città.

Tra le tante piccole attività commerciali che troviamo nelle stradine del centro di Dakhla, i negozi che vendono melhfa sono sicuramente i più colorati. La melhfa è un pezzo di stoffa rettangolare molto grande con il quale le donne sahrawi riescono a vestirsi e coprire tutto il corpo, compresi i capelli. La negoziante ne indossa una color viola acceso, la stampa ha dei cerchi concentrici sbiaditi e irregolari che mi ricordano quando negli anni Novanta mia madre mi faceva giocare con le Fruit, lo spago e la candeggina.

Il tessuto della melhfa è cotone leggero, un’estremità si annoda sopra la spalla sinistra e i metri di stoffa rimanente si fanno passare sotto il braccio destro e sopra il capo. Ti avvolge dalle caviglie alle spalle, lasciando gli avambracci liberi, e si appoggia morbidamente sulla testa. La trama sottile lascia scorrere il vento e la sensazione è di un leggero fresco sulla pelle. Ne compro una anche se non sarò mai in grado di rimetterla tanto elegantemente.

È un pigro sabato pomeriggio, sul tardi la gente comincia ad uscire e la piazzetta arancione sul quale dà il nostro hotel si riempie di rumori. Usciamo anche noi.

«Statt accuórt guagliò

Ci giriamo di scatto ed è così che conosciamo Ahmed.

Ahmed parla solo a Davide, uomo a uomo. Non guarda né me, né Fatima. In un’interessante accostamento di italiano e di quello che io credo essere dialetto napoletano, ci spiega che è importante fare attenzione. Non so quali siano i pericolosi pericoli di un villaggio come

Dakhla, e capisco poco dell’intero discorso. Senza lasciare lo sguardo di Davide, Ahmed ci racconta dei suoi anni in Italia, di come era finito a lavorare con la camorra e la droga.

«Sono tornato perché mammà sta male…»

La sua lettera s prende sempre il suono sc davanti a consonante. È incredibile come il suo italiano sia perfetto per il contesto in cui è vissuto, ma io lo seguo difficilmente.

Ha un ottimo ricordo dell’Italia, ci aveva sentito parlare e alla fine voleva solo fare due chiacchiere. Lo salutiamo. Lui saluta solo Davide.

Quella che doveva essere una sorta di area adibita a campeggio poco fuori città, dove avevamo deciso di passare la notte, si dimostra essere uno spiazzo più o meno piano che dà su una baia molto conosciuta per il particolare vento. Impossibile restare più di pochi giorni se non si è attrezzati. E i nostri vicini danesi sono attrezzatissimi. Ci accedono i fanali del camper quando decidiamo di montare la tenda alle nove di sera e non vediamo nemmeno dove abbiamo lasciato i picchetti. Dobbiamo sembrare davvero irrecuperabili.

Durante la notte musica e voci arrivano fino alla nostra tenda. Ad una cinquantina di metri dal mare una grande haima sembra essere la location di un festino. Un tenda enorme, non da campeggio, in stoffa e con una robusta struttura, foderata di tappeti, cuscini e divani al suo interno, ci si riesce a stare in piedi, è come una stanza. Donne e uomini poco vestiti stanno ballando, la musica è molto alta. In un angolo una drag queen parla con un ragazzo molto incuriosito. Sono tutti marocchini e al nostro sbirciare siamo accolti calorosamente, obbligati ad unirci alla festa.

Si ride e si scherza, si criticano il re e le infrastrutture carenti in buona parte del Paese. Allora tiro in ballo il tema del Sahara Occidentale e si gelano gli animi. L’ultimo taboo.

Fra qualche mese a Beni Mellal arresteranno due uomini perché vivevano assieme, sospettati di essere omosessuali. In realtà li arresterà la polizia solo dopo il pubblico linciaggio di quartiere. Nello stesso mese, a Rabat, due ragazze adolescenti saranno incarcerate perché viste baciarsi sul balcone della casa di una di queste da un vicino. Il quale aveva informato i genitori, e loro stessi le avevano portate al commissariato. Tutto ciò per dire che sta sera i problemi di geopolitica del Marocco dovrebbero essere il loro ultimo problema, e invece pesano. Tanto.

Gli sguardi improvvisamente vaghi cercano di cambiare velocemente discorso.

«Andiamo tutti ad accedere un falò sulla spiaggia!»

Noi torniamo alla nostra tenda, il giorno seguente ripartiamo per Casablanca.

Troviamo un altro autista di tir sulla strada del ritorno, ma non è simpatico come Zakarya. Decidiamo di non percorrere tutto il viaggio con lui, riscendiamo a Laayoune e raggiungiamo con un autobus notturno Sidi Ifni.

Visitiamo in mattinata la spiaggia di Legzira, inconsapevoli di stare ammirando questi archi naturali per l’ultima volta. Fra tre mesi l’arco più maestoso crollerà, lasciando solo una montagna di detriti in riva al mare.

Raggiungiamo nel pomeriggio Mirleft e in serata Agadir. Troneggia su una montagna una scritta a caratteri enormi, composta da grosse pietre colorate di bianco, si vede da chilometri di distanza, risalta contro il colore marrone del terreno brullo.

Allah, al-watan, al-malik: Iddio, lo Stato, il Re. È solo una delle innumerevoli scritte che torreggiano in tutto il Paese su montagne, dighe e alture. Leggendola mi sembra un promemoria: su queste cose non si discute.

 

Questo è il terzo capitolo della storia.

Puoi trovare il primo capitolo qui, e il secondo capitolo qua.

Reportage dal Sahara Occidentale 2/3

Il posto di blocco che avevamo appena incontrato era poco più a Sud di Guelmim, quello che Zakaria chiamava bab as-Sahara, la porta del Sahara. È un punto strategico, anche se il Marocco riconosce l’unità del suo territorio nazionale, qui ferma tutti quelli che sono di passaggio e prende i dati dei passaporti stranieri che valicano questo non-confine. In realtà questo è solo il primo di innumerevoli posti di blocco sparsi per tutta la regione, in ingresso e in uscita dalle principali città: Laayoune, Lamsid, Boujdour.

È notte quando arriviamo a Laayoune, il cielo scurissimo e l’illuminazione stradale giallognola sono forse il principale motivo per cui le camionette bianche con la scritta UN nera brillano in tutti i quartieri. Sembra che la città sia popolata solo da queste 4×4, che in realtà sono bene integrate nella vita quotidiana di tutti, nessuno pare farci caso, fanno parte del panorama.

Il brulicare di persone dopo il tramonto è enorme, tutti i negozi sono aperti durante quelle ore del giorno in cui il sole dà un po’ di sollievo.

Io non mi riesco ancora a capacitare di questa militarizzazione internazionale. Rimango a fissare il panorama di uno degli incroci principali della città vicino alla stazione degli autobus. Un passante deve avermi notato prendere appunti: «queste auto le troverai solo qui, risiedono tutti all’hotel Nagir e parcheggiano le loro macchine vicino, c’è il solo bar dove vendono alcolici in città.»

Il Nagir è un hotel imponente che monopolizza l’incrocio, alto, giallo sabbia, con una zona di sosta sul davanti, come quei grandi hotel in centro città che hanno giusto lo spazio per fare salire e scendere i clienti.

Mi sorride e se ne va, parlandomi perfettamente in inglese, mi accorgerò solo nei giorni seguenti del perché avesse marcato quel “solo qui”.

Pensare che le Nazioni Unite abbiano la propria presenza nel Sahara Occidentale all’interno di un hotel comunica un senso di impermanenza. Nessuna base stabile, staremo per poco, devono aver pensato nel 1991 quando venne lanciato MINURSO – la missione di pace delle Nazioni Unite nel Sahara Occidentale.

Il nome è un acronimo: Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale. Il progetto prevedeva una supervisione delle istituzioni internazionali durante la risoluzione del conflitto, iniziato con il cessate il fuoco fra il Marocco e il Fronte Polisario – l’organo di autogoverno della Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi.

Sul sito internet del progetto si dice che era stato originariamente lanciato per monitorare il cessate il fuoco, verificare la riduzione delle truppe marocchine sul territorio conteso, verificare lo stazionamento delle truppe del Fronte Polisario nei territori designati, sovrintendere lo scambio dei prigionieri, identificare e registrare gli aventi diritto al voto e, per ultimo, organizzare e assicurare un referendum giusto e libero.

Il punto di arrivo della missione è proclamare i risultati del referendum di autoderminazione in cui i sahrawi del Sahara Occidentale sceglieranno fra l’integrazione col Marocco o l’indipendenza.

Per comprendere il motivo per cui questa striscia vuota di sabbia assuma tutta questa rilevanza bisogna dare conto di quello che successe durante il colonialismo, non francese, ma spagnolo, e dell’importanza della vicina Algeria nella vicenda sahrawi.

Con la parziale decolonizzazione del territorio marocchino nel 1956, la Spagna rimaneva ancora presente nelle zone Sud del Sahara e nelle due enclavi di Ceuta e Melilla. Nonostante Marocco e Algeria combatterono fianco a fianco le guerre contro le potenze coloniali, l’effettiva decolonizzazione creò non poche tensioni per la definizione del confine nella fascia desertica che divide i due Paesi. Il conflitto sfociò in una guerra aperta nel 1963, quando il Marocco rivendicò una parte del territorio del Sahara occupato dall’Algeria. Il Regno di Hassan II vinse la cosiddetta “Guerra di sabbia” ma preferì ritornare sulle sue posizioni per evitare un’escalation.

Malumori mai sopiti portarono avanti questa antipatia reciproca sotterranea, trasferendo la ragione della contesa su un altro fronte, quello del Sahara Occidentale.

Nel 1975, poiché la Spagna franchista continuava a controllare il cosiddetto Sahara Occidentale, il Re Hassan II ottenne un parere da parte della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia che sanciva i legami storici tra il Nord e il Sud del Marocco. Ancora oggi, tra i principali sostenitori del Sahara marocchino, la ragione che fa da padrone è il ricordo dell’antico califfato del Marocco che si estendeva su tutto l’attuale territorio comprendendo anche il Sahara Occidentale. Così, forte di questo pronunciamento, il 6 novembre dello stesso anno, il Re mobilitò il popolo alla riappropriazione del suo territorio, in un’azione passata alla storia con il nome di Marcia Verde: 20.000 soldati scortarono 350.000 marocchini che si radunarono nella città di Tarfaya per attraversare assieme e con dei Corani in mano il confine del Sahara Occidentale, spingendo la Spagna a mettere fine all’occupazione.

Sebbene all’inizio il Marocco non incontrò apparentemente nessuna resistenza da parte della popolazione locale, fu l’Algeria uno dei primissimi problemi politici. Questa non solo non accettò mai questo esito, ma additò la Marcia Verde come una conquista militare e passò ad incitare le popolazioni sahrawi alla rivolta.

È facile intuire come l’Algeria avrebbe facilmente accettato uno Stato amico che le consentisse di avere uno sbocco quasi diretto sull’Atlantico, per fare arrivare più facilmente sulla costa il gas e il petrolio dei suoi giacimenti nel deserto. Mentre la conquista di una porzione così rilevante di territorio da parte dell’antipatico Marocco era l’equivalente di uno schiaffo, che arrivava appena dopo la sconfitta territoriale appena subita sull’altro confine.

Il Sahara Occidentale viene quindi considerato dall’Algeria come un problema di decolonizzazione, la cui soluzione è l’autodeterminazione del popolo sahrawi. Il punto di vista dell’Algeria è dunque conforme alla legalità del diritto internazionale ed è anche legittimo, tenuto conto della sua storia coloniale.

Considerazioni, queste, che non hanno aiutato la rappacificazione dei due Paesi.

Siamo solo all’inizio di questa terra contesa, io continuo a contare le camionette bianche delle Nazioni Unite. Infinite. Nel nostro viaggio verso Dakhla dei giorni seguenti non vediamo nessuna presenza internazionale.

Invece, i posti di blocco della polizia marocchina si susseguono, e la routine del checkpoint è sempre la stessa. Perché andate a Dakhla? Widsurf. Perché non avete preso un aereo? Viaggiare così è meno caro. Perché parlate arabo? Perché viviamo a Casablanca. Cosa fate a Casablanca? Insegniamo inglese. Ah, welcome, welcome! I nostri dati vengono registrati su un librone dal rivestimento duro e spesso, dati cartacei che dubito qualcuno possa facilmente controllare.

Molti di loro conoscono Zakaria, sorridono lo lasciano passare, come se avere questa conoscenza ci rendesse automaticamente buone persone.

Il melik al-camionet ci lascia ad una quarantina di chilometri dalla nostra destinazione, su un’enorme rotonda circondata da bottiglie di plastica dal contenuto giallo scuro, liquido, navigano sulla sabbia. È l’inizio della sottile striscia di sabbia e asfalto che si prolunga nel mare, parallela alla costa. Zakaria ci saluta calorosamente e con qualche lacrima, domani arriverà a Dakar, noi – spero entro oggi – alla fine di questa penisola: Dakhla.

 

Questo è il secondo capitolo della storia.

Puoi trovare il primo capitolo qui, e il terzo capitolo qua.

Reportage dal Sahara Occidentale 1/3

«Signorina, questo è il Sahara…»

Sospensione. Attesa di un aggettivo.

Con la mano aperta muove il braccio come un commediante, da vicino al corpo lo porta lontano. Quasi volesse abbracciare l’orizzonte, tutta questa terra. Una hamada di cui non si vede fine, da una parte, e l’Oceano Atlantico, dall’altra.

Solo pietre, cespugli bassi e secchi e terra brulla, una lingua di asfalto stretta e a tratti sconnessa la divide in due parti ineguali: poche decine di metri dallo strapiombo sul mare e infiniti chilometri di nulla.

Vorrei dirgli che è il Sahara vero, quello che non tutti si immaginano, niente dune dorate, oasi, cammelli, orientalistici beduini in blu. Ma è il Sahara.

Invece, il soldato – stringendo saldamente ancora il mio passaporto in mano – sta aspettando una sola risposta.

Attende, vuole che io completi la frase nel modo giusto, perché in Marocco c’è solo un Sahara e io lo devo riconoscere.

«…marocchino, questo è il Sahara marocchino.»

Annuisco convinta e gli mostro le mie migliori intenzioni con un ampio sorriso. Deve credermi, altrimenti io non arriverò mai a Dakhla: un’appendice sabbiosa di questo enorme continente, mille chilometri più a Sud di questo primo posto di blocco.

Non è del tutto convinto, ma come biasimarlo? Siamo tre italiani che parlano arabo e viaggiamo in cabina di un tir diretto a Dakar.

Perché vi interessa andare a Dakhla? Perché non avete preso un aereo?

Potrei dirgli quello che penso, e cioè che, come in molti viaggi, mi interessa il tragitto e non l’arrivo. Andare a vedere il deserto che si trasforma in spiaggia e continua in sabbia sotto alle onde dell’Atlantico è la meta, ma nel mentre voglio capire cos’è il Sahara Occidentale, questa vastissima terra brulla che sta tra me e un lontanissimo villaggio di pescatori e resort turistici.

Nella mia mente non ci sono dubbi: stiamo attraversando il Sahara Occidentale. Una regione occupata dal Marocco 40 anni fa a cui è stato promesso un referendum dall’ONU per esercitare il diritto dei popoli ad autodeterminarsi. Referendum che stanno aspettando ormai da 25 anni. Periodo in cui il Marocco ha avuto tempo di cacciare via i profughi sahrawi, spingendo loro e le loro tende poco più in là del confine – si fa per dire – con l’Algeria; attivare una vasta campagna di detassazione per i cittadini marocchini con l’intenzione di stabilirsi permanentemente in questa terra desolata; e distribuire ingenti incentivi statali per far rimanere il costo della vita nella regione significativamente più basso rispetto al resto del Paese, quindi una buona attrattiva per i coloni.

Vorrei vedere questo popolo sahrawi, o almeno quello che ne è rimasto, e vorrei capire perché questa terra brulla sia diventata il centro di tutti i problemi di politica internazionale marocchina.

Il Sahara occidentale infatti è un tabù. Il Marocco non ne riconosce nemmeno una realtà geografica, senza parlare di quella politica. Soltanto a pronunciare le parole Sahara Occidentale si rischia l’arresto. Perché non c’è nessun Sahara Occidentale, c’è solo un Sahara ed è marocchino.

Ma è un’idea difficile da esportare.

Anas progetta applicazioni per smartphone, lui e un suo socio stanno lavorando ad una nuova idea da lanciare al servizio del turismo – in costante crescita negli ultimi anni in questo Paese. Hanno bisogno di una cartina del Marocco che l’utente possa utilizzare per ricercare le informazioni nei luoghi di interesse ma sono bloccati. Sanno che la mappa dell’applicazione dovrà riportare il territorio marocchino nella sua completa e ufficiale estensione. Se dovesse segnare il confine tra Marocco e Sahara Occidentale o soltanto riportarne la dicitura – come in Google Maps – il progetto non potrebbe essere approvato.

«Stiamo cercando altre soluzioni, ma non è semplice…questo è il Sahara marocchino solo per il Marocco.»

Sì e no, questo è il Sahara marocchino anche per tutti quelli stati che sulla questione hanno deciso di adottare un profilo neutrale.

Ottobre era un mese importante per Ikea, l’inaugurazione del suo primo store in Africa avveniva proprio in Marocco. Circa a metà di quei cento chilometri che dividono le due città più ricche del Paese, Rabat e Casablanca, si era scelta la location perfetta per un mercato ancora vergine, smanioso di europeità. Alla vigilia dell’inaugurazione, però, le autorità marocchine fanno presente alla multinazionale che mancano ancora delle carte, la situazione non è in regola, e quindi non possono autorizzarne l’apertura.

Carte che si sono miracolosamente trovate cinque mesi dopo, quando la Svezia ha inaspettatamente deciso di togliere il proprio supporto alla causa del Fronte Polisario sahrawi ripiegando su una più pacata neutralità. Per la gioia della borghesia marocchina, unica fetta di società che si possa permette i prezzi europei dei mobili svedesi.

Fortunatamente i miei grossi sorrisi devono avere convinto la guardia che mi ridà tutti i passaporti e mi dice «Marhaba fil Maghrib», benvenuti in Marocco. Ringraziamo e risaliamo sul tir direzione Sud.

Zakaria – l’autista – trasporta mandarini, da Agadir a Dakar gli servono quattro giorni dormendo poco e mangiando molto bene: la strada è lunga ma conosce tutti i migliori punti di ristoro. E quando non c’è un ristorante soddisfacente per i prossimi chilometri prepara lui stesso un tajine di pesce con molta semplicità, seduto su una tanica di benzina dietro ad uno dei suoi grossi pneumatici, al riparto dal vento forte che sferza dall’Atlantico e che si sfrangia sulle pareti rocciose di questo Sahara marocchino.

Zakaria ha trentatré anni, ma ne dimostra almeno dieci di più. Parla solo darija – il dialetto locale – e continua a chiamare i suoi amici passandoceli a telefono: «senti chi ho raccolto sulla strada!»

Dopo un giorno di autostop, partiti da Casablanca, Zakaria ci ha trovati sul calar della sera, lontanissimi dalla nostra meta. Ma lui ci doveva passare proprio accanto a Dakhla e più le ore passano più capiamo di essere un ottimo diversivo alla sua solitudine durante la guida.

Due volte a settimana percorre tutto il Marocco, va e viene dal Senegal, c’è solo una strada e ormai la conosce bene.

Troviamo un soprannome per Zakaria: melik al-camionet (il re dei tir). Lo adora e ci adora.

L’anno in cui avevo cominciato ad interessarmi ai dialetti arabi mi era capitato di guardare una puntata di una serie tv siriana su un tassista di Damasco: melik al-suzukiet, il re delle Suzuki. Ad ogni amico che lo chiama ripetiamo lo stesso teatrino: «ditegli come mi chiamate…!» allungandoci uno dei due telefoni che controlla periodicamente mentre è alla guida.

«Zakariaaa, melik al-camionet!»

Grandi sorrisi, grandi risa, continuiamo sereni fino alla prossima chiamata.

Questo è il primo capitolo della storia.

Puoi trovare il secondo capitolo qui, e il terzo capitolo qua.