Una donna in Iran 3/3

L’ultimo giorno in Iran sono di nuovo a Teheran, alcuni amici mi portano in giro per il vecchio centro città. 

In fila per visitare il coloratissimo Palazzo Golestan io e altri due ragazzi siamo gli unici stranieri. La struttura si sviluppa attorno ad un giardino centrale, i mosaici che decorano le pareti di alcuni padiglioni sono eccentrici e l’architettura vivace è usata da sfondo per le foto di gruppo.

Embargo o meno la selfie stick è arrivata anche qua, ed è gettonatissima. 

Una ragazza mi passa accanto e cattura la mia attenzione, dopo due settimane inizio a guardare l’abbigliamento femminile in maniera diversa: i suoi jeans attillati, il trucco pesante, il velo quasi trasparente che lascia scoperta gran parte della testa e quelle fintissime lenti a contatto azzurre mi fanno intuire che sia una ragazza più in linea con le mode del momento che non con le leggi del governo. 

Si scatta foto ossessivamente, braccio teso, asta posizionata, blocca il passaggio per diversi secondi – troppi – su una scala che porta al Salone degli Specchi. 

Penso che sia una ragazza vanitosa e superficiale, passo e vado oltre. 

È giovedì mattina, il primo giorno del weekend in Iran, le vie del centro sono un brulicare di gente. Di fronte al Palazzo Golestan, subito dopo una fontana e un giardino c’è la porta principale del bazar di Teheran. Prendiamo un panino e ci sediamo sull’erba con i piedi nell’acqua. 

Il caos che il gran numero di persone produce è alienante. 

Lentamente, tra la folla, si fanno spazio tre pulmini bianchi a bande verdi. Sono piccoli, da 10/15 posti al massimo, alti poco più di un furgoncino. Si fermano nel mezzo di tutta questa vita. 

«È la polizia.»

Inspiro con agitazione. 

Mentalmente controllo come sono vestita, cosa mi sono messa addosso questa mattina. 

Vestiti larghi, i jeans più stretti sono già in valigia. 

Espiro più tranquilla. 

Mi sistemo il velo, cerco di coprire anche l’attaccatura dei capelli. Non mi piace come me lo sono messo ma non mi importa: sono coperta, sono salva.

Sui furgoni c’è scritto “polizia” ma sarebbe meglio dire la “buoncostume”. Hanno il compito di osservare la folla e fermare le ragazze non vestite adeguatamente e i ragazzi che hanno un taglio di capelli troppo occidentale. 

«I tempi sono cambiati. Rouhani ha diminuito i controlli e alzato la tolleranza dei poliziotti.»

È la prima volta che li vediamo in due settimane.

In mezzo alla folla attira la mia attenzione la figura di una ragazza che non mi sembra sconosciuta. Cammina svelta, in direzione dell’ingresso della metropolitana, si tiene fermo il velo con una mano, tirando i bordi quasi non volesse vedere qualcuno, con l’altra impugna una selfie stick. 

È la ragazza che avevo visto poco prima dentro al Palazzo Golestan, ma ha il velo sistemato in maniera decisamente diversa. Incede a passo sostenuto verso la più vicina via di fuga, ci alziamo e decidiamo anche noi di andarcene.

Non riesco a non pensare a cosa le sarebbe successo se fosse stata arrestata. 

«Non è nulla di grave» ride Niloufar mentre me lo dice, «anche io stavo per essere arrestata una volta, ma c’erano già troppe ragazze sui pulmini e non sapevano dove mettermi così mi hanno fatto promettere di vestirmi meglio la prossima volta e mi hanno lasciato andare.»

E le altre ragazze? 

«Le portano in commissariato, devono rispondere ad alcune domande e firmare un foglio dove assicurano che non si vestiranno più così.»

Me ne parla con leggerezza, forse perché diverse sue amiche sono state arrestate, «io sono sempre stata abbastanza fortunata» ammette.

Prima di prendere la metro ci fermiamo ad un chiosco e prendiamo un freschissimo frullato di melone verde. 

Niloufar sa che il mese prossimo viaggerò in Egitto, mi chiede se sia obbligatorio anche lì portare il velo. 

No, alhamdulillah – grazie a Dio.

«Ma c’è qualche paese arabo in cui è obbligatorio, in Arabia Saudita mi pare…beh almeno noi possiamo ancora guidare!»

Touché.

Una donna in Iran 2/3

Bastano pochi giorni a Teheran per capire la differenza tra regola e prassi. 

La regola impone alle donne di coprirsi i capelli. La prassi è piuttosto un velo che poggi sulla nuca, lasciando scoperta parte dell’attaccatura dei capelli e spesso anche l’intera lunghezza degli stessi sotto le spalle dove finisce il pezzo di stoffa.

La regola impone vestiti sobri, colori opachi, taglie che dissimulino le forme, fianchi e braccia ben coperti e anche le gambe, fino alla caviglia. La prassi presenta un arcobaleno di colori e il diktat coprire le proprie forme viene declinato in maniere molto diverse. 

Siamo sedute su una panchina in cima alla Burg-e Milad e Shirin mi indica una ragazza.

«Quella è la moda di questa estate in Iran.» 

Vedo una ragazza vestita con pantaloni e maglietta neri, non larghi, ma nemmeno aderenti, sopra un cardigan a maniche lunghe, leggero, che le arrivava a metà coscia, aperto sul davanti, non ha bottoni. 

Non capisco.

«Solo le più coraggiose si vestono così, il cardigan è aperto sul davanti e la maglia corta lascia vedere le cosce.»

Vedere le cosce assume un significato completamente diverso. Osservo l’insieme: le donne che passeggiano a 300 metri d’altezza guardando il panorama, le ragazze venute con le amiche con i loro manteau colorati che coprono i fianchi, le donne con i chador neri dai quali spuntano solo l’orlo dei pantaloni e il colore del velo che indossano sotto. Vedo la differenza. Vedo il coraggio di portare un capo che lasci, almeno da davanti, intravedere le tue forme. 

Ma non è sempre stato così. 

«Da quando è stato eletto Rouhani la polizia è meno fiscale e le donne hanno cominciato a prendersi più libertà. Con Ahmadinejad i manteau dovevano arrivare almeno alle ginocchia, sopra a pantaloni larghi. Oggi si vedono in giro anche donne in leggings, per non parlare dei tacchi…»

Teheran è una metropoli moderna, la disposizione dei suoi quartieri, la viabilità stradale e i servizi pubblici non hanno nulla da invidiare a diverse capitali europee, inquinamento compreso.

Scendo in una stazione della metropolitana e se non fosse per la divisione delle carrozze secondo il sesso penserei di trovarmi a Londra. 

Anche le pubblicità appese ai muri sono simili: tariffe telefoniche, cellulari di ultima generazione, conti bancari, vacanze. 

Un cartello attira maggiormente la mia attenzione, l’unico che riporta lo slogan in farsi e in inglese: “nel mondo ogni secondo vengono venduti 22 rossetti.” 

Sopra alla scritta ci sono 22 rossetti disposti radialmente intorno al disegno di un paio di stivali con il tacco, formano un cerchio, il corpo di una bomba a mano. 

Teheran è contraddizione. Tante ragazze vestite alla moda camminano di fretta e passano davanti anche a questo cartello senza degnarlo di uno sguardo.

La separazione dei sessi non è presente solo nella metropolitana ma su tutti i mezzi pubblici e negli alberghi. Se non si è sposati si deve dormire in camere separate. 

Su un pullman per Kashan sono seduta di fianco a Shirin, lei avrebbe preferito sedersi nelle ultime file ma io voglio vedere i preludi del deserto che la statale che porta a Kashan costeggia, insisto per stare davanti. 

Poco prima di Qom l’autobus viene fermato da una pattuglia ad un posto di blocco. Io sento quella comune irrequietezza nel vedersi avvicinare l’autorità costituita. 

Alla partenza, subito dopo di me, era salita una ragazza vestita alla più recente moda teherani. Tanti capelli scoperti e pantaloni attillati, tanto era bastato a me per sentirmi sicura nei miei vesti larghi e poco elegantemente coordinati. Ma lei era seduta nelle ultime file.

Il poliziotto infatti appena sale mi osserva. 

«Non lo sai che bisogna coprirsi i capelli in questo paese?»

E poi, rivolgendosi a Shirin: 

«Insegna alla tua amica come coprirsi nei prossimi giorni.»

È un controllo di facciata, non ha intenzione di percorrere tutto l’autobus. È salito giusto sui primi gradini ed è sceso subito, ma io non ho più voluto sedermi davanti in altri viaggi.

Uscita dalla moschea di Jameh a Isfahan in un giorno festivo mi fermo divertita davanti ad un negozio di abbigliamento per donne. 

Fuori dalla bottega sono esposti otto manichini dal volto femminile ricoperti con otto chador neri. Una vetrina monotona.

Dietro al bancone il proprietario del negozio è seduto davanti a diverse matasse di stoffe tutte di colore nero, alcune con riflessi cangianti, alcune opache. Ma tutte nere. 

“L’Occidente ha più paura del nero dei vostri chador che del rosso del nostro sangue” era scritto su manifesto visto pochi giorni prima a Tehran. 

Otto manichini completamente uguali ma ognuno recante un cartello con una scritta diversa: chador per studente, chador tradizionale, chador arabo e altre parole che non comprendo. 

Rido. I modelli sono tutti completamente uguali.

Mentre continuo a divertirmi da sola il negoziante mi dice che, non si vede, ma c’è un camerino per provarli. Un camerino per provare dei chador, come se servisse svestirsi per provare un chador. 

Continuo a ridere. 

«Qual è la differenza tra il chador da studente e il chador tradizionale?»

E lui serio:

«Il chador da studente ha le maniche corte per permettere migliori movimenti.»

Se lo voglio provare c’è il camerino, insiste. 

Mi avvicino a vedere le maniche “corte” e mi accorgo di stare indossando io in quel momento una blusa dalle maniche molto più corte, appena sotto al gomito. Rifiuto cordialmente, lo ringrazio.

Khoda hafez – arrivederci.

 

Continua lunedì 16 Aprile.

Una donna in Iran 1/3

Sono le 2 del mattino e il mio volo della Turkish Airlines Istanbul – Teheran sta cominciando le manovre di discesa. 

Dall’oblò del finestrino vedo un paesaggio irreale: una distesa infinita nera divisa solo da una linea di luci serpeggianti. Risalendola con lo sguardo la vedo, Teheran, una città immensa ma in mezzo al nulla.

La donna iraniana seduta accanto a me si alza, estrae la sua borsa dalla cappelliera e ne tira fuori uno scialle di Louis Vuitton. Lo piega facilmente facendogli assumere una pratica forma a triangolo, si sistema la frangia bionda, adagia lo scialle sulla nuca e con un delizioso nodo sotto al mento lo fissa stabilmente e alla moda al suo capo. Gli estremi rimangono a penzolare sui bottoni del cardigan blu, ton sur ton con i colori dello scialle.

Mi viene in mente mia nonna, in un ricordo di lei quando ero bambina. Si annodava sempre uno scialle in testa alla stessa maniera quando usciva di casa. 

La maggior parte delle ragazze sul mio volo, però, non indosserà lo shal fino ad atterraggio completato. Sto molto attenta a come si comportano le altre donne, è la prima volta che il mio abbigliamento deve rispettare delle leggi precise. Ho costantemente il timore che i vestiti che indosso non siano adeguati, che la lunghezza dei miei pantaloni lasci scoperta troppa caviglia o che la maglia che indosso non copra abbastanza i miei fianchi.

Nel 1979 l’Iran fu scosso da una rivoluzione che vide la mobilitazione di tutto il popolo per la detronizzazione della monarchia dello scià e per mettere fine alla dipendenza del Paese dalle potenze occidentali. In seguito, questa rivoluzione venne rinominata “rivoluzione islamica” perché, nonostante il fronte delle proteste fosse composto da diverse forze unite momentaneamente dal fine comune, la fazione che portava avanti ideali islamici prevalse.

L’anno seguente la rivoluzione il velo e la separazione dei sessi diventarono legge, nelle strade alcune donne manifestavano contro il velo mentre altre donne manifestavano a favore.

La vita esteriore delle iraniane dovette cambiare rapidamente: in pochi mesi le donne che prima erano abituate a portare minigonne e camicette a maniche corte, seguendo le più recenti mode occidentali, dovettero per legge indossare mantelli lunghi e larghi per dissimulare le forme del loro corpo e coprire i capelli.

Gli unici abbigliamenti femminili tutt’oggi consentiti – e le direttive valgono per tutte le donne, comprese le straniere – sono tre.

Il chador è un mantello nero che viene fissato intorno al capo tramite un elastico, i cui lembi lunghi coprono la figura come una grossa tenda fino ai piedi e vengono tenuti chiusi sul davanti con le mani, indossato solitamente sopra pantaloni, velo e maglie larghe. Può anche avere le maniche.

Il manteau che è qualsiasi indumento – un cappotto, un soprabito, un cardigan largo o anche un normalissimo vestito che arrivi alle cosce – abbastanza ampio da non essere considerato attillato che copra le braccia almeno fino a qualche centimetro sotto il gomito e in lunghezza arrivi sotto i fianchi. È di solito portato con i pantaloni e con il rusari, detto anche shal: uno scialle, una sciarpa o un foulard che copra i capelli e il collo. 

Le bambine devono cominciare ad indossare il velo quando raggiungono la pubertà. A scuola tengono una vera e propria festa quale rito di passaggio all’età della modestia. Ma spesso si vedono anche bambine piccole che vestono un rusari o un chador, soprattutto nei luoghi di culto.

Cade spesso lo shal dai capelli a Marjane mentre passeggiamo per il Giardino dell’Acqua e del Fuoco a Teheran. Di un colore azzurro ceruleo, è un leggerissimo foulard in cotone che tiene appoggiato in bilico sopra il capo lasciando scoperta buona parte dei capelli. Cerca di fissarlo facendolo passare dietro alle orecchie. 

Non c’è da stupirsi che sia più giù che su.

È il mio secondo giorno in Iran, non riesco a stare attenta a quello che mi dice. Mi sta parlando del test d’ingresso per le università iraniane, un concorso apparentemente molto selettivo, ma io continuo a guardare il suo velo che scivola. Lei deve aver percepito la mia preoccupazione perché si ferma e sorridendo cerca di sistemare il mio in modo che sembri un po’ più carino. 

Inutile dire che mentre preparavo le valigie ero ben più preoccupata dal creare degli abbigliamenti consoni che non all’effetto finale che i vari accoppiamenti di tessuti e colori avrebbero creato su di me. Per quanto riguarda agli scialle ho scelto i più leggeri che ho trovato in un negozio di sciarpe, in saldo. 

Vedo Marjane che accuratamente piega il mio shal hai lati del viso, lascia un’estremità davanti e una libera dietro, sulla schiena. Non è troppo soddisfatta, mi dice che il tessuto non è dei migliori perché troppo liscio 

«Non l’hai provato prima di comprarlo?»

Mi sento come un tedesco con sandali e calze bianche in Italia. 

Certo che l’ho provato il velo, ho guardato anche dei tutorial su youtube. Ho diverse amiche musulmane e spesso ho visto loro risistemarselo: imitando i loro movimenti la resa finale non era ovviamente la stessa, ma a me importava poco. 

La preoccupazione dell’abbigliamento giusto, del lasciare scoperto troppo polso, caviglia, volto, del vestire non attillato e coprendo le forme ma anche in maniera fresca perché è Agosto e le temperature sono intorno ai 40° aveva fatto passare in secondo piano tutto il resto. 

A Marjane cade di nuovo il velo, questa volta per colpa mia, mi spavento un po’, inarco le sopracciglia e cerco di rimetterglielo in testa velocemente. Lei ride.

«Non c’è problema Francesca!»

E facendo un movimento che mi sarebbe diventato molto famigliare nei giorni seguenti, si risistema lo shal caduto come si sistema un cappuccio di una felpa.

 

Continua lunedì 9 Aprile.

Cuba, intime rivoluzioni: Santiago

Una signora con importanti extensions bionde si sta animando, ha trovato una complice su questo autobus, cercano di convincere tutti i passeggeri a boicottare l’autista. Una delle due si aggrappa alle sue valigie e scende violentemente dal mezzo, corre incespicando verso il lato opposto del piazzale e sale su un altro autobus.

Siamo seduti su sedili scomodissimi, con forme e rivestimenti differenti, ammassati a distanze irregolari che non tengono conto delle ginocchia. Non siamo ancora partiti e ho già le caviglie gonfie, e i maroni girati.

Quando il nostro AirBnB a L’Avana ci aveva proposto un camión come mezzo di trasporto per attraversare Cuba in tutta la sua lunghezza aveva trovato i nostri sguardi entusiasti.

«Tutti i cubani si muovono così!»

Questa informazione ci aveva fatto rapidamente riconsiderare gli spostamenti sull’isola. La ben più nota Viazul, l’unica compagnia di autobus sponsorizzata e venduta ai turisti, aveva prezzi abbastanza cari e un sistema di prenotazione biglietti che non avevamo del tutto chiaro, era in fin dei conti solo il nostro quarto giorno a L’Avana.

José ci aveva proposto di parlare con alcuni suoi amici alla stazione e di assicurarci un passaggio.

Il giorno che lasciamo L’Avana, José ci accompagna in taxi al terminal: uno spiazzo di asfalto bollente sotto il sole delle quattro. In un angolo una grande struttura in lamiera blu e grigia fa ombra ad un salone di attesa, bagni e a quelle che sembrano biglietterie.

Capiamo solo qui cosa sia un camión. È un autobus solo se consideriamo la sua funzione: trasportare persone. Ma è a tutti gli effetti un camion, e nel cassone, al posto della merce, beh, ci sono le persone. Sedili dalle forme ambigue sono saldati nel vano di carico, non comunicante con l’abitacolo. Due sponde alte ai lati e un telone cerato a copertura.

In realtà non sono tutti così, questi camion, ma quello scelto da José è di gran lunga il più spartano.

Il nostro padrone di casa sale su un camion rosso e sveglia un uomo che stava dormendo per terra, nella sottile strisce metallica che divide un sedile e l’altro, sopra una coperta di gommapiuma. Viaggiamo con lui.

«Non vi preoccupate, sono pagati meglio degli autisti degli autobus governativi.» José sembra aver letto il disappunto sulle nostre facce. «Dovrebbe partire tra qualche ora, ma voi aspettate qua.»

Dopo due lunghe e calde ore il camión comincia a riempirsi di passeggeri. Il loro biglietto per Santiago de Cuba è di 20 CUC, il nostro è di 26.

Arrivano delle voci, c’è anche un altro autobus diretto a Santiago e l’autista fa pagare il biglietto solo 16 CUC.

La signora con le extensions ad un certo punto grida esasperata «sono un’insegnate e guadagno 15CUC al mese, se questo autista non abbassa il prezzo vado a chiamare Raul (Castro n.d.r.) e facciamo un’altra rivoluzione!»

Applausi e esclamazioni di consenso. Tutti i passeggeri tentano a questo punto di cambiare autobus, anche noi, ma dopo alcuni tentativi viaggeremo lo stesso sul camión rosso.

Sembra che nessuno voglia avere turisti sul proprio mezzo: non ci sono divieti ma una comune riluttanza all’accettare stranieri.

Intanto il prezzo per Santiago si è abbassato a 16 CUC per tutti, ma non per noi.

Partiamo carichi di persone, valigie e qualche animale verso le sette di sera. Tempo qualche minuto e il camión già aveva raggiunto l’autostrada che percorre tutta l’isola nel suo entroterra. E comincia a piovere. Non ci sono vetri, l’apertura tra la sponda di metallo e il telo cerato sopra – che mi era sembrata tanto una buona idea per l’afa insopportabile – diventa una doccia aperta. Anche il telo cerato si scopre essere traforato, l’aria e l’acqua mi sferzano la faccia. Tutti sono molto calmi, ma io comincio a rimpiangere la compagnia di trasporti governativa.

Dopo due soste nel mezzo della notte, in villaggi senza asfalto e con qualche chiosco aperto apposta per noi viaggiatori, arriviamo a Santiago di prima mattina. Tredici ore di viaggio scomodi e in pratica all’aperto, siamo distrutti.

Santiago è un tripudio di colori. Il centro storico ha case basse e strade perpendicolari, ci sono alcuni supermercati che vendono pasta, bottiglie di rum e molti gelati. Non ci sono cubani nei supermercati, sembrano essere beni di prima necessità per noi turisti.

Entro nell’ennesima farmacia sperando di trovare qualcosa per una brutta scottatura solare che mi porto dietro ormai da qualche giorno. Gli scaffali chiari dietro al bancone spesso che divide me dal farmacista sono vuoti, poche scatole di pochissimi prodotti disposti qua e là. Sulla destra dell’ingresso, quasi in vetrina, un uomo con una borsa del Barcellona sta fumando un sigaro, l’aria è pesante.

A me servirebbe una qualsiasi pomata per le scottature.

«Certamente! Un attimo.»

Il farmacista mi lascia da sola al bancone e cammina velocemente verso l’uomo che sta fumando il sigaro.

Borbottano.

L’uomo tira fuori alcuni tubetti dalla borsa del Barcellona e li offre al farmacista.

Questi corre facendo svolazzare il camice bianco consunto e mi si ripresenta davanti.

«Eccolo qua, te ne servono due o basta uno?»

Squadro il tubetto, ha istruzioni e componenti scritte in francese, mi sembra che sia all’incirca quello che stavo cercando. Mi domando da quale paese siano arrivate di contrabbando, magari nella stessa sacca del Barcellona. La Guyana? Haiti?

Ne prendo due, ringrazio, pago e faccio per andarmene quando ad un cenno dell’uomo con il sigaro il farmacista blocca per un braccio il mio compagno e se lo tira vicino, la sua bocca contro il suo orecchio.

«Avrei anche del Viagra, posso fare un prezzo vantaggioso!»

Ci sono tanti turisti, siamo a fine Luglio e il carnevale accende la città di notte e la lascia dormire di giorno. Ma non è l’unica ricorrenza importante: il 26 Luglio si celebra l’attacco alla caserma della Moncada, uno dei primissimi capitoli della storia rivoluzionaria cubana.

Stiamo comprando una pizzetta in uno dei tanti chioschi in calle Francisco Vincente Aguilera, la fila è un po’ sparsa e capitiamo di fianco a Sergio, un argentino sulla cinquantina. È venuto fino a Santiago per visitare il Cuartel Moncada e il museo della battaglia di Fidel ma è molto deluso.

«Non c’è più niente di comunista a Cuba: anche gli stessi contadini possono possedere la terra che coltivano, tutti possono comprare qualsiasi cosa. E il Che? Dov’è finito il Che?»

Guevara è una delle pochissime figure coinvolte nella rivoluzione a non essere cubano, ed è sicuramente la più conosciuta. Guevara era argentino e tutti lo chiamavano Che. In realtà era lui a chiamare gli altri “Che!” e anche Sergio lo fa con noi. Dire “Che!” a qualcuno in Argentina è po’ come “Ehi!”

Ernesto Guevara, detto il Che, è una figura molto cara a Sergio.

«Il Che lo trovi a Plaza de la Revolución a L’Avana e sulle t-shirt di qualche turista. Ne ho visto uno ieri con la faccia del Che su una bandiera americana! Non ci potevo credere. Sono tutti capitalisti, vogliono tutti arricchirsi, dai tassisti a questa nuova borghesia di proprietari di ristoranti e affittacamere. Se gli chiedi cosa vogliono fare ti dicono che stanno risparmiando per comprare una tv più grossa. Non ci sono tutti i beni di consumo che puoi trovare da noi ma quei pochi elettrodomestici che sono disponibili li vogliono tutti.»

Ha un’espressione affranta.

«Io ho militato nella sinistra in Argentina, ho anche vissuto qualche anno in esilio per il mio credo politico. Noi guardavamo a Cuba come un esempio, ho sognato questo viaggio per così tanto tempo e adesso è tutto così lontano…non mi sembra di riconoscere più niente: Cuba è capitalista.»

 

Questo è il quarto capitolo della storia.

Puoi trovare il primo capitolo qui, il secondo quo e il terzo qua.

Cuba, intime rivoluzioni: Trinidad

Non ci sono supermercati a Cuba. Niente di più scioccante per l’occidentale medio, abituato a scegliere con cura cosa mangiare e quando mangiarlo. Dove comprano il cibo i cubani?

Camminando nelle viuzze attorno al Capitolio a L’Avana mi imbatto in Leo, che si definisce manager di questa polverosa bodega. Guadagna 10 CUC al mese «ho frequentato una scuola di specializzazione per stare qui dietro al bancone» mi dice, fiero del suo lavoro qualificato.

A prima vista la sua bodega sembra piuttosto un garage, polveroso e scuro, alla spalle della cassa un’impalcatura sottile di legno sporco mette in mostra farina, zucchero, riso e succhi di frutta in minute bottigliette di plastica. I prezzi sono irrisori.

«C’è la libreta, una per famiglia, la gente viene qua e può comprare la ración che gli spetta.» Una razione di cosa? Le bodegas vendono solo pochissimi beni di prima necessità: riso, fagioli, zucchero scuro o raffinato, uova e latte. La merce è descritta in una sbiadita lavagna nera.

La libreta è effettivamente un libretto di carta, piccolissimo, può stare in un palmo di mano. Ad ogni famiglia viene assegnata una quantità di cibo che può comprare a prezzi calmierati. Le quantità variano a seconda del numero dei membri del nucleo famigliare e della loro età. La cosa importante è che non si può comprare di più di quello che la tua libreta riporta. Ci sono acquisti che possono essere fatti quotidianamente, come il latte per i bambini, alcuni ogni due settimane, come la carne, e altri una volta al mese, come il riso o lo zucchero.

E se io volessi mangiare altro? Leo non mi risponde.

Ad ogni modo per i turisti come me ci sono solo costosi ristoranti. I pochi posti dove si può acquistare un pasto per strada a prezzi cubani hanno menù molto ripetitivi: sandwich jamon, queso, jamon y queso. O pizza caliente.

Come per tante cose a Cuba, ci sono le vie ufficiali, e poi c’è por la izquierda. Un mercato parallelo florido dove i manager delle bodegas spesso e volentieri rivendono ciò che ricavano facendo la cresta ai prodotti governativi che vendono. Ma in realtà si può trovare di tutto, esubero della coltivazione per l’autoconsumo.

Alcuni giorni dopo, lontano da L’Avana, nella turistica Trinidad, Rafael e sua moglie Maria ci ospitano come fossimo loro figli. Hanno un enorme giardino e molti alberi di mango, facciamo colazione con uova e frutta strana. E questa cos’è?

«Non l’hai mai vista? È molto popolare a Cuba, si chiama fruta bomba. Alcuni poi la chiamano anche pa…payana? Non ricordo…»

«Papaya!»

«Si, ecco! Papaya!»

Maria coltiva i suoi alberi di mango e fruta bomba con amore e ci racconta di quando lei e suo marito risparmiavano il più possibile per costruire questa bellissima e coloratissima casa che vediamo ora.

«Rafael andava a pescare e vendevamo il pesce in città, ai vicini, lo davamo agli amici e ce lo mangiavamo pure noi. Ora ci sono questi ristoranti che ti pagano una cassa di pesce 15 CUC e noi non mangiamo più pesce, nessuno lo mangia più, è molto meglio venderlo.»

Ma come si fa a vivere con 10 CUC al mese con questi pochissimi prodotti dai prezzi calmierati?

«Non è sempre stato così – risponde amareggiato Rafael – all’inizio le bodegas ti davano di tutto con la libreta, di tutto. Quando si andavano a ritirare le raciones dovevamo andarci con la carriola perché era un problema tornare a casa e trasportare tutto quel cibo.»

«Poi c’è da dire che c’è stata anche molta inflazione e i salari non sono mai cambiati, tutto era sufficiente e dignitoso. Ma vivevamo di uno scambio ineguale, davamo alla Russia una tonnellata di zucchero per 7 tonnellate di petrolio. E tutto quello che arrivava a Cuba era il frutto di questa economia gonfiata.»

«Tutto cominciò a cambiare intorno al ’92, me lo ricordo bene perché ero incinta quell’anno – riprende Maria – hanno cominciato a tagliare tutto, dal cibo, ai vestiti, ogni cosa. Tornò la fame, e c’era gente che fuggiva da Cuba per fame: tutti quei balseros che cercavano di raggiungere la costa della Florida, tanti sono morti nuotando o per gli squali. Sono stati anni molto duri, le raciones non sono mai tornate quelle di prima, si è sempre cercato di togliere qualcosa da allora. Un poco alla volta.»

«Ognuno si arrangiava come poteva, battezzavamo di tutto: si accumulava un po’ di balsamo, shampoo, ma anche birra, si aggiungeva acqua. Invece di usarlo noi, lo si rivendeva. A poco, ma quel poco aiutava. Ora a noi danno questo riso sudamericano, non so che qualità sia, ma a me non piace. Ad un nostro amico di famiglia, la sua bodega di quartiere da un altro tipo di riso, a me piace di più il suo e a lui il nostro, così lo scambiamo.»

«E noi siamo sopravvissuti così, non con il comunismo ma con il sociolismo: se ho qualcosa in più lo condivido, lo scambio, le relazioni sono la cosa più importante. Ognuno ha un amico al quale si può chiedere questa o quella cosa, e andiamo avanti così.»

 

Questo è il terzo capitolo della storia.

Puoi trovare il primo capitolo qui,  il secondo quo e il quarto qua.

Cuba, intime rivoluzioni: L’Avana 2/2

Passano i giorni a L’Avana, voglio rimanere più tempo, ma sono costretta a cambiare alloggio. La nuova dueña di casa si chiama Isabelita: una signora minuta, sulla settantina, tutta nervi e con due occhi molti vivaci.

Si può dire che Isabelita è nel mercato delle casas particulares da sempre «lavoravo in tribunale nel 1997, mi ricordo quando uscì la legge, poteva essere un’opportunità interessante, pensai…ed eccomi qua!» Un business che ci tiene a mantenere attivo. «Mia figlia prenderà in mano questa casa fra poco, lei è un medico ma, oramai, si guadagna di più così.»

Avviamo subito una conversazione molto cordiale, ci tiene ad esprimere il suo punto di vista su Cuba. «Adesso le persone possono possedere cose, terreni, attività, anche avere altri lavoratori. È tutto molto diverso dai primi giorni, il comunismo se n’è andato da molto tempo, ma rimangono gli aspetti socialisti: la sanità e l’educazione sono completamente gratuite, il governo tiene molto anche alla cura degli anziani.»

Eppure c’è l’embargo, non posso comprare quello che voglio, quando voglio, la mia libertà di scelta è limitata, con l’inflazione di questi anni il governo non ha mai aggiornato i salari, né il razionamento del cibo.

Non c’è storia, questa tenace signora illumina sempre il lato migliore della medaglia. «Nonostante l’embargo siamo felici! Abbiamo cibo e guardati attorno, le case sono tutte colorate bene, si sta bene, non ci manca nulla…»

Cuba ha uno dei migliori rapporti medici per pazienti. Un sistema di prezzi calmierati permette a tutte le famiglie l’accesso ai generi di prima necessità. Particolare cura, medica e alimentare, è riservata ai bambini e agli anziani. L’educazione è completamente gratuita, completamente. Gli studenti vengono mantenuti dallo stato nei residence dei campus universitari con vitto, alloggio e libri.

Isabelita ha vissuto la revolución e, per tutte queste e molte altre ragioni, ne è la sua più agguerrita difenditrice. «Ero qua durante la rivoluzione e sostenevo Fidel! E ora sostengo Raul perché ha imparato durante tutti questi anni come governare bene da suo fratello. Dopo Raul ci saranno le elezioni, io credo, ma tra di loro, tra gli alti esponenti del partito. Loro sanno cos’è giusto per Cuba, sono ben preparati, non sono come noi, come la gente comune.»

Davanti al Museo de la Revolución si trova un pezzo delle vecchie mura de L’Avana e un carro armato. Gli interni di questo antico palazzo presidenziale sono sfarzosi, il percorso museale e la narrazione degli eventi che portò alla fuga di Batista sono però disorganizzati e a volte comici. Subito all’ingresso, vicino alle scale che portano ai piani superiori, si trova “l’angolo degli stupidi” dove si possono vedere le caricature di Batista, Reagan, Bush padre e figlio.

Articoli di giornale, foto e divise sono state riunite in teche impolverate per raccontare la storia della lotta indipendentista. I toni sono altisonanti, il Ché e Cienfuegos sono onnipresenti, sembra a tratti un altro memoriale. Anche la CIA e l’embargo sono presenti, vengono additati come le cause di tutte le disgrazie capitate a Cuba dal 1959 ad oggi.

Camillo Cienfuegos è una figura poco nota della rivoluzione cubana. Poco nota a chi, come me, ha sentito parlare di Cuba per la prima volta da lontano, un oceano e molti anni di mezzo. È popolarissimo tra i cubani, invece. Ogni anno la gente, ma soprattutto i bambini con le scuole, gettano mazzi di fiori in mare il 28 Ottobre, il giorno della sua scomparsa.

La versione ufficiale è che stesse volando tra Camagüey e L’Avana quando il suo areo svanì. Si pensa sia precipitato in quella zona di mare che separa la isla dalla Florida, ma non è mai stato trovato, nonostante le innumerevoli ricerche.

Cienfuegos non è solamente la figura della rivoluzione più osannata dopo il Ché ma anche l’unica della quale si tacciono particolari importanti.

Cienfuegos infatti non era comunista. A dire il vero nemmeno Fidel era comunista al principio della Revolución ma sembra che molti se ne siano dimenticati.

Gli anni che portarono alla rivoluzione furono, come si suol dire, caotici. Tutto cominciò con un malcontento sempre più acuto nei confronti del regime di Fulgencio Batista. Il generale insediatosi con un colpo di stato militare e aiutato dagli Stati Uniti, stava piegando l’economia cubana alla compagnie americane, trascurando gli interessi di Cuba e dei cubani. Siamo agli inizi degli anni cinquanta, si svegliano malumori e attivismi.

Lo stesso Fidel, giovane avvocato, crea una petizione per spodestare Batista, accusandolo di corruzione e tirannia. Ma non riuscendo per le vie legali, passa alla lotta armata.

È il 26 Luglio 1953, Fidel e un altro centinaio di fedelissimi assaltano la caserma Moncada a Santiago, nell’estremità sud dell’isola. Un attacco a sorpresa che prevedeva lo scontro con militari alticci, o quantomeno stanchi: Santiago festeggia a Luglio un famoso carnevale, di giorno si dorme e si esce la notte. Volevano approfittare delle celebrazioni, ma non andò così.

L’attacco comincia dall’ala della caserma dove i rivoluzionari credevano di trovare le armi della guarnigione. Armi che erano state spostate poco tempo prima. L’attacco si trasforma in una debacle. Tra le file dei compagni di Fidel molti sono i morti, e moltissimi torturati. Fidel e Raul si salvano.

Quando visiterò la caserma Moncada a Santiago la guida ci spiegherà di come quel giorno i due fratelli ebbero la fortuna di essere portati in una prigione gestita dalla polizia, e non in un carcere militare, fu per questo che non vennero torturati e seguirono un regolare processo.

Seguono brevi anni di carcere, un’amnistia e l’esilio in Messico assieme a molti altri dissidenti politici.

Sarà proprio dal Messico a partire la seconda fase della storia della rivoluzione cubana.

Il Museo de la Revolución esalta questi anni. La personalità di Fidel e le sue battaglie a Cuba, gli si radunano attorno un manipolo di uomini fortemente motivato a spodestare Batista. Emergono più vive le personalità di Cienfuegos e del Ché dalle bacheche delle numerose sale: si racconta dello sbarco a Cuba del 1956, su un barchino minuscolo, di un attacco dell’esercito di Batista, di una fuga nei monti della Sierra, nella regione Orientale, di mesi passati aiutando i contadini locali e portando avanti contemporaneamente una lotta di guerriglia che si dimostrerà vincente, nonostante la netta inferiorità dei mezzi.

Le foto del Ché, medico, che offre i suoi servizi gratuiti alle popolazioni non raggiunte dallo stato sono uno dei molteplici esempi di retorica comunista in questa esposizione. Per culminare con il tripudio e il trionfo nelle foto e nella descrizione della stagione tra il 1958 e il 1959. La vittoria, giusta, degna e meritata.

Il racconto, fin dal principio, chiama tutti i partecipanti compagni e gli Stati Uniti un demone capitalista.

Ma la rivoluzione cubana non era comunista.

Fidel non era comunista.

Come in moltissime rivoluzioni, più frange furono tenute assieme dallo scopo finale: Batista. Si voleva ripristinare ordine e giustizia sociale. Sul come avviare questo processo, ognuno aveva le sue idee.

Cienfuegos non era comunista.

Morirà durante il primo anno della rivoluzione a cui aveva partecipato fin dall’inizio. Ci sono diverse ombre sulla sua morte, e non sono segreti. Chi ha abbastanza anni per aver vissuto quei giorni ne parla apertamente.

Come Jorge, un altro tassista-ingegnere con la passione per i vecchi telefoni. «Cienfuegos era un problema, un personaggio importante e famoso, che non si sarebbe mai schierato ideologicamente.»

Continua la mia ricerca sopra i sedili posteriori di veicoli attempati.

«Fidel cercava l’appoggio americano, andò subito in visita negli USA per togliere l’embargo, subito! Doveva parlare alle Nazioni Unite e cercava un alloggio a Manhattan, ma nessun albergo li voleva, così la delegazione cubana se ne andò a Brooklyn a dormire” se la ride Jorge mentre mi racconta questi aneddoti. “Fidel se la prese molto sul personale, possiamo dire che cominciò ad odiare gli Stati Uniti per una prenotazione rifiutata!»

Episodio realmente accaduto e documentato, come scoprirò poi in seguito. Nel suo primo viaggio all’estero, avvenuto pochissimi mesi dopo la fuga del generale, Fidel visita gli States e durante un’intervista dirà «so cosa il mondo pensa di noi, che siamo comunisti, anche se l’ho già detto chiaramente che noi non siamo comunisti, molto chiaramente!»

Ma le paure americane per le inclinazioni politiche di alcuni rivoluzionari non vengono certo sopite da queste parole. L’embargo persiste. Cuba nazionalizza terre e aziende, in gran parte sono possedimenti di ricchi americani. Siamo in Guerra Fredda e l’Unione Sovietica si presenta così come principale alleato. Il Movimento del 26 Luglio – il nome che i rivoluzionari si erano dati – si trasforma negli anni prima in Partito Socialista del Popolo, e infine in Partito Comunista di Cuba.

Cienfuegos non era comunista.

Morirà durante il primo anno della rivoluzione a cui aveva partecipato fin dall’inizio. Alla luce di questa storia, della storia che tutti i cubani conoscono, il suo ritratto nella Plaza de la Revolución assume tutte le connotazioni di una strumentalizzazione. Vas bien, Fidel! Ci hanno scritto accanto. Stai andando bene, Fidel! E io non posso fare a meno di leggero con un tono sarcastico.

 

Questo è il secondo capitolo della storia.

Puoi trovare il primo capitolo qui,  il terzo quo e il quarto qua.

Cuba, intime rivoluzioni: L’Avana 1/2

Non so chi mi abbia convinto a non curarmi delle condizioni meteorologiche, ma ho preso un volo per L’Avana ad Agosto. L’afa che Cuba sprigiona d’estate è asfissiante. Arriviamo a L’Havana di notte ma mi sento assalita dallo spessore dell’aria che mi entra nei polmoni e mi pesa sulla pelle lasciandomi sudaticcia e con la pressione basissima. È una sensazione che mi rimarrà addosso durante tutto il viaggio.

Il jet lag mi tiene sveglia e di prima mattina decidiamo di raggiungere Plaza de la Revolución, partendo da L’Avana vieja si passa attraverso un interessante quartiere cinese. Poi i viali diventano più ampi e gli spazi verdi più organizzati. Plaza de la Revolución è una spianata di asfalto abbastanza desolante. Nel centro si erge imponente un memorial a José Martí, di cemento, e una sua stato in marmo. Dietro al memorial c’è la sede del Partito Comunista. Davanti al memorial, quasi a guardarsi vicendevolmente, due parallelepipedi grigi con grigie finestre: il Ministero degli Interni sulla sinistra e il Ministero delle Comunicazioni sulla destra. Il ritmo cadenzato delle finestre viene interrotto due colate di cemento verticali abbastanza ampie che vengono usate come tela.

«Ecco il Ché sul Ministero degli Interni e Cienfuegos su quello delle Telecomunicazioni…» mi descrive il tassista con poco entusiasmo.

«E chi è Cienfuegos?!»

«Quello con il cappello!»

Ovvio. Arrivando a Cuba con superficiali conoscenze della rivoluzione cubana, i miei nomi noti si limitavano al Ché e i fratelli Castro. Ebbene, in questa piazza dove si celebravano morti da ricordare mi riscoprivo molto più occidentale ignorante di quanto pensassi prima della mia partenza.

Il sole batte e torniamo verso L’Avana vieja con un altro tassista, molto più loquace del primo.

«In realtà sono un ingegnere elettronico» ci dice mentre guida con disinvoltura, sempre guardando nello specchietto retrovisore. Si parla del più e del meno.

«Ah, sei argentino – dice al mio compagno di viaggio – come il Ché! Mi manca il Ché. Ora sono tutti maricones, ma non si può dire niente. Non c’è opposizione perché è tutta in galera. O morta.»

Neanche dodici ore a Cuba e già partono i discorsi politici.

«Ma la vita è una sola e bisogna goderne!»

Per pochi chilometri in centro città il tassista-ingegnere si fa pagare 5 CUC, non senza contrattare. 5 CUC sono 5 dollari. Contando che lo stipendio medio di un cubano è attorno ai 20$ al mese, capisco come lui si stia godendo la vita.

Cuba ha uno strano sistema a due valute ufficiali: una per i cubani e una per i turisti. Il CUC, o come raramente si sente chiamare peso cubano convertible, e il Peso Cubano, anche detto Moneda Nacional. Il CUC ha un cambio fisso: un dollaro e otto centesimi fanno un CUC. In CUC sono gli alberghi, i ristoranti, gli oggetti nei negozi per turisti e i bar. In Moneda Nacional si possono comprare poche cose da turista, durante il mio soggiorno i commercianti che esponevano prezzi in MN hanno sempre cercato di farmi pagare in CUC. Bibite, pizzette o panini nei chioschi che si trovano per strada, lontani dalle vie più turistiche, mantenevano invece i prezzi cubani. Così capitava che dando 1 CUC si potessero mangiare alcuni toast jamon y queso e ricevere il resto in MN.

A L’Avana è abbastanza chiaro di come molto giri attorno al turismo. José, il nostro AirBnB, non lavora. «Non tornerò mai più a lavorare, gli affari mi vanno molto bene.» Nel suo appartamento senza pretese, affitta una camera con bagno e aria condizionata per 25$ a notte, colazione inclusa. La famiglia di José guadagna in un giorno più di quello che molti cubani guadagnano in un mese.

«Prima ero una tecnica di radiologia – mi spiega Maria Carmen, sua moglie – guadagnavo circa 20 CUC al mese, non mi ricordo neanche come riuscivo a sopravvivere.» Dicendolo saluta Tania, la loro figlia più grande, sta andando a lezioni d’inglese, una volta a settimana, 10 CUC al mese. Sto parlando con la nuova piccola borghesia.

La rivoluzione di AirBnB a Cuba non è una novità. Il business delle casas particulares, cioè degli affittacamere, cominciò più di vent’anni fa, quando il regime di Fidel aprì le porte all’esercizio privato all’interno di un numero chiuso di categorie. Il numero dei proprietari di casa che mettevano a disposizione una o più camere è cresciuto lentamente, fino a diventare uno dei settori più grandi e di maggior successo: oggi ci sono più di 20.000 casas particulares, e il numero è in continuo aumento.

José è fortunato perché riesce a gestire la sua pagina AirBnB da solo. In un Paese che ha visto i primi router wi-fi nel 2015, e solo in 35 piazze in tutta Cuba, il nostro padrone di casa appartiene a quella élite che si può permettere una connessione in casa. “Lo accendo due volte al giorno per controllare le prenotazioni, se ne avete bisogno ditemelo, perché se no lo tengo spento.” E capiamo subito il perché: non è raro tornare a casa e trovare i suoi vicini seduti sul suo divano ad usufruire della linea. La navigazione è abbastanza lenta, ci si connette con una targhetta con username e password. 1.5 CUC per un’ora di navigazione. Un prezzo enormemente caro considerando il costo della vita qui.

«Io sono abbastanza contento con Raul, grazie a lui questo – indicando la nostra camera – è stato possibile…i tempi sono cambiati”, dice con un grande sorriso “prima la polizia era molto repressiva, qualsiasi cosa si dicesse contro Fidel si andava in galera, ma ora è diverso. Dico per il meglio, si sta bene!»

Per avere la licenza da affittacamere, José paga 35 CUC al mese «che tu abbia clienti o meno è una spesa che devi versare, tolta questa somma dalle prenotazioni tutto quello che rimane è per la mia famiglia.» Siamo ad Agosto e ha tutto prenotato per i prossimi tre mesi circa. José ha un fratello all’estero, è lui ad aver ha aperto un conto corrente da poter utilizzare con AirBnB e gli manda le rimesse. Altri affittacamere si affidano ad agenzie terze che gestiscono le prenotazioni di diversi appartamenti su internet e ridistribuiscono gli introiti con i rispettivi proprietari.
Con 2 milioni di visitatori ogni anno – e i numeri sono in crescita – il turismo è il settore dove sempre più cubani stanno convergendo.

In giro per le strade de L’Avana vieja si trovano solo ristoranti per turisti, spettacoli di salsa e gruppi di musicisti che tra una canzone e l’altra suonano i Buena Vista Social Club. C’è una biblioteca anche, la sera si possono vedere tanti giovani cubani seduti sui gradini del portico per collegarsi al suo wi-fi.

In una delle tante strade che portano al Capitolio, Calle Obisvo, mi incuriosisce un negozio di elettrodomestici. È la prima attività di rivendita che vedo che non sia di souvenir. A prezzi cari si possono comprare frigoriferi, fornelli, microonde e ferri da stiro. Abbordabili sono anche i cuociriso elettrici e le piastre per i capelli. Dello stesso elettrodomestico esiste solamente un modello, e gli scaffali sono pieni di scatole della stessa marca. Solo con i frigoriferi ci si può permettere l’imbarazzo della scelta. Hanno tutti un cartellino e due prezzi: quello intero e la rata mensile. È affollato. Pochi metri più un là e sulla stessa strada incontriamo un negozio della Puma e uno dell’Adidas. In Plaza Vieja a sorpresa appare una Benetton. Chi si può permettere questi prezzi?
Secondo José sono solo vetrine per i turisti, “noi cubani possiamo comprare i vestiti nei negozi gestiti dal governo, ma sono comunque molto costosi, una t-shirt può costarti 4 o 5 CUC!” Esistono anche metodi non esattamente ortodossi.

«Ci sono persone che si dedicano a questo commercio, prendono un volo per uno dei Paesi nei quali possiamo entrare senza visto – la Guyana, l’Ecuador o anche la Russia – e tornano con le valigie pieni di vestiti. Rivendono la merce e si finanziano il prossimo viaggio, è molto conveniente per noi perché possiamo pagarli a rate, e per loro che si sono inventati un lavoro. Siamo tutti dei lottatori a Cuba.»

 

Questo è il primo capitolo della storia.

Puoi trovare il secondo capitolo qui,  il terzo quo e il quarto qua.

Reportage dal Sahara Occidentale

«Signorina, questo è il Sahara…»

Sospensione. Attesa di un aggettivo.

Con la mano aperta muove il braccio come un commediante, da vicino al corpo lo porta lontano. Quasi volesse abbracciare l’orizzonte, tutta questa terra. Una hamada di cui non si vede fine, da una parte, e l’Oceano Atlantico, dall’altra.

Solo pietre, cespugli bassi e secchi e terra brulla, una lingua di asfalto stretta e a tratti sconnessa la divide in due parti ineguali: poche decine di metri dallo strapiombo sul mare e infiniti chilometri di nulla.

Vorrei dirgli che è il Sahara vero, quello che non tutti si immaginano, niente dune dorate, oasi, cammelli, orientalistici beduini in blu. Ma è il Sahara.

Invece, il soldato – stringendo saldamente ancora il mio passaporto in mano – sta aspettando una sola risposta.

Attende, vuole che io completi la frase nel modo giusto, perché in Marocco c’è solo un Sahara e io lo devo riconoscere.

«…marocchino, questo è il Sahara marocchino.»

Annuisco convinta e gli mostro le mie migliori intenzioni con un ampio sorriso. Deve credermi, altrimenti io non arriverò mai a Dakhla: un’appendice sabbiosa di questo enorme continente, mille chilometri più a Sud di questo primo posto di blocco.

Non è del tutto convinto, ma come biasimarlo? Siamo tre italiani che parlano arabo e viaggiamo in cabina di un tir diretto a Dakar.

Perché vi interessa andare a Dakhla? Perché non avete preso un aereo?

Potrei dirgli quello che penso, e cioè che, come in molti viaggi, mi interessa il tragitto e non l’arrivo. Andare a vedere il deserto che si trasforma in spiaggia e continua in sabbia sotto alle onde dell’Atlantico è la meta, ma nel mentre voglio capire cos’è il Sahara Occidentale, questa vastissima terra brulla che sta tra me e un lontanissimo villaggio di pescatori e resort turistici.

Nella mia mente non ci sono dubbi: stiamo attraversando il Sahara Occidentale. Una regione occupata dal Marocco 40 anni fa a cui è stato promesso un referendum dall’ONU per esercitare il diritto dei popoli ad autodeterminarsi. Referendum che stanno aspettando ormai da 25 anni. Periodo in cui il Marocco ha avuto tempo di cacciare via i profughi sahrawi, spingendo loro e le loro tende poco più in là del confine – si fa per dire – con l’Algeria; attivare una vasta campagna di detassazione per i cittadini marocchini con l’intenzione di stabilirsi permanentemente in questa terra desolata; e distribuire ingenti incentivi statali per far rimanere il costo della vita nella regione significativamente più basso rispetto al resto del Paese, quindi una buona attrattiva per i coloni.

Vorrei vedere questo popolo sahrawi, o almeno quello che ne è rimasto, e vorrei capire perché questa terra brulla sia diventata il centro di tutti i problemi di politica internazionale marocchina.

Il Sahara occidentale infatti è un tabù. Il Marocco non ne riconosce nemmeno una realtà geografica, senza parlare di quella politica. Soltanto a pronunciare le parole Sahara Occidentale si rischia l’arresto. Perché non c’è nessun Sahara Occidentale, c’è solo un Sahara ed è marocchino.

Ma è un’idea difficile da esportare.

Anas progetta applicazioni per smartphone, lui e un suo socio stanno lavorando ad una nuova idea da lanciare al servizio del turismo – in costante crescita negli ultimi anni in questo Paese. Hanno bisogno di una cartina del Marocco che l’utente possa utilizzare per ricercare le informazioni nei luoghi di interesse ma sono bloccati. Sanno che la mappa dell’applicazione dovrà riportare il territorio marocchino nella sua completa e ufficiale estensione. Se dovesse segnare il confine tra Marocco e Sahara Occidentale o soltanto riportarne la dicitura – come in Google Maps – il progetto non potrebbe essere approvato.

«Stiamo cercando altre soluzioni, ma non è semplice…questo è il Sahara marocchino solo per il Marocco.»

Sì e no, questo è il Sahara marocchino anche per tutti quelli stati che sulla questione hanno deciso di adottare un profilo neutrale.

Ottobre era un mese importante per Ikea, l’inaugurazione del suo primo store in Africa avveniva proprio in Marocco. Circa a metà di quei cento chilometri che dividono le due città più ricche del Paese, Rabat e Casablanca, si era scelta la location perfetta per un mercato ancora vergine, smanioso di europeità. Alla vigilia dell’inaugurazione, però, le autorità marocchine fanno presente alla multinazionale che mancano ancora delle carte, la situazione non è in regola, e quindi non possono autorizzarne l’apertura.

Carte che si sono miracolosamente trovate cinque mesi dopo, quando la Svezia ha inaspettatamente deciso di togliere il proprio supporto alla causa del Fronte Polisario sahrawi ripiegando su una più pacata neutralità. Per la gioia della borghesia marocchina, unica fetta di società che si possa permette i prezzi europei dei mobili svedesi.

Fortunatamente i miei grossi sorrisi devono avere convinto la guardia che mi ridà tutti i passaporti e mi dice «Marhaba fil Maghrib», benvenuti in Marocco. Ringraziamo e risaliamo sul tir direzione Sud.

Zakaria – l’autista – trasporta mandarini, da Agadir a Dakar gli servono quattro giorni dormendo poco e mangiando molto bene: la strada è lunga ma conosce tutti i migliori punti di ristoro. E quando non c’è un ristorante soddisfacente per i prossimi chilometri prepara lui stesso un tajine di pesce con molta semplicità, seduto su una tanica di benzina dietro ad uno dei suoi grossi pneumatici, al riparto dal vento forte che sferza dall’Atlantico e che si sfrangia sulle pareti rocciose di questo Sahara marocchino.

Zakaria ha trentatré anni, ma ne dimostra almeno dieci di più. Parla solo darija – il dialetto locale – e continua a chiamare i suoi amici passandoceli a telefono: «senti chi ho raccolto sulla strada!»

Dopo un giorno di autostop, partiti da Casablanca, Zakaria ci ha trovati sul calar della sera, lontanissimi dalla nostra meta. Ma lui ci doveva passare proprio accanto a Dakhla e più le ore passano più capiamo di essere un ottimo diversivo alla sua solitudine durante la guida.

Due volte a settimana percorre tutto il Marocco, va e viene dal Senegal, c’è solo una strada e ormai la conosce bene.

Troviamo un soprannome per Zakaria: melik al-camionet (il re dei tir). Lo adora e ci adora.

L’anno in cui avevo cominciato ad interessarmi ai dialetti arabi mi era capitato di guardare una puntata di una serie tv siriana su un tassista di Damasco: melik al-suzukiet, il re delle Suzuki. Ad ogni amico che lo chiama ripetiamo lo stesso teatrino: «ditegli come mi chiamate…!» allungandoci uno dei due telefoni che controlla periodicamente mentre è alla guida.

«Zakariaaa, melik al-camionet!»

Grandi sorrisi, grandi risa, continuiamo sereni fino alla prossima chiamata.

 

***

Il posto di blocco che avevamo appena incontrato era poco più a Sud di Guelmim, quello che Zakaria chiamava bab as-Sahara, la porta del Sahara. È un punto strategico, anche se il Marocco riconosce l’unità del suo territorio nazionale, qui ferma tutti quelli che sono di passaggio e prende i dati dei passaporti stranieri che valicano questo non-confine. In realtà questo è solo il primo di innumerevoli posti di blocco sparsi per tutta la regione, in ingresso e in uscita dalle principali città: Laayoune, Lamsid, Boujdour.

È notte quando arriviamo a Laayoune, il cielo scurissimo e l’illuminazione stradale giallognola sono forse il principale motivo per cui le camionette bianche con la scritta UN nera brillano in tutti i quartieri. Sembra che la città sia popolata solo da queste 4×4, che in realtà sono bene integrate nella vita quotidiana di tutti, nessuno pare farci caso, fanno parte del panorama.

Il brulicare di persone dopo il tramonto è enorme, tutti i negozi sono aperti durante quelle ore del giorno in cui il sole dà un po’ di sollievo.

Io non mi riesco ancora a capacitare di questa militarizzazione internazionale. Rimango a fissare il panorama di uno degli incroci principali della città vicino alla stazione degli autobus. Un passante deve avermi notato prendere appunti: «queste auto le troverai solo qui, risiedono tutti all’hotel Nagir e parcheggiano le loro macchine vicino, c’è il solo bar dove vendono alcolici in città.»

Il Nagir è un hotel imponente che monopolizza l’incrocio, alto, giallo sabbia, con una zona di sosta sul davanti, come quei grandi hotel in centro città che hanno giusto lo spazio per fare salire e scendere i clienti.

Mi sorride e se ne va, parlandomi perfettamente in inglese, mi accorgerò solo nei giorni seguenti del perché avesse marcato quel “solo qui”.

Pensare che le Nazioni Unite abbiano la propria presenza nel Sahara Occidentale all’interno di un hotel comunica un senso di impermanenza. Nessuna base stabile, staremo per poco, devono aver pensato nel 1991 quando venne lanciato MINURSO – la missione di pace delle Nazioni Unite nel Sahara Occidentale.

Il nome è un acronimo: Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale. Il progetto prevedeva una supervisione delle istituzioni internazionali durante la risoluzione del conflitto, iniziato con il cessate il fuoco fra il Marocco e il Fronte Polisario – l’organo di autogoverno della Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi.

Sul sito internet del progetto si dice che era stato originariamente lanciato per monitorare il cessate il fuoco, verificare la riduzione delle truppe marocchine sul territorio conteso, verificare lo stazionamento delle truppe del Fronte Polisario nei territori designati, sovrintendere lo scambio dei prigionieri, identificare e registrare gli aventi diritto al voto e, per ultimo, organizzare e assicurare un referendum giusto e libero.

Il punto di arrivo della missione è proclamare i risultati del referendum di autoderminazione in cui i sahrawi del Sahara Occidentale sceglieranno fra l’integrazione col Marocco o l’indipendenza.

Per comprendere il motivo per cui questa striscia vuota di sabbia assuma tutta questa rilevanza bisogna dare conto di quello che successe durante il colonialismo, non francese, ma spagnolo, e dell’importanza della vicina Algeria nella vicenda sahrawi.

Con la parziale decolonizzazione del territorio marocchino nel 1956, la Spagna rimaneva ancora presente nelle zone Sud del Sahara e nelle due enclavi di Ceuta e Melilla. Nonostante Marocco e Algeria combatterono fianco a fianco le guerre contro le potenze coloniali, l’effettiva decolonizzazione creò non poche tensioni per la definizione del confine nella fascia desertica che divide i due Paesi. Il conflitto sfociò in una guerra aperta nel 1963, quando il Marocco rivendicò una parte del territorio del Sahara occupato dall’Algeria. Il Regno di Hassan II vinse la cosiddetta “Guerra di sabbia” ma preferì ritornare sulle sue posizioni per evitare un’escalation.

Malumori mai sopiti portarono avanti questa antipatia reciproca sotterranea, trasferendo la ragione della contesa su un altro fronte, quello del Sahara Occidentale.

Nel 1975, poiché la Spagna franchista continuava a controllare il cosiddetto Sahara Occidentale, il Re Hassan II ottenne un parere da parte della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia che sanciva i legami storici tra il Nord e il Sud del Marocco. Ancora oggi, tra i principali sostenitori del Sahara marocchino, la ragione che fa da padrone è il ricordo dell’antico califfato del Marocco che si estendeva su tutto l’attuale territorio comprendendo anche il Sahara Occidentale. Così, forte di questo pronunciamento, il 6 novembre dello stesso anno, il Re mobilitò il popolo alla riappropriazione del suo territorio, in un’azione passata alla storia con il nome di Marcia Verde: 20.000 soldati scortarono 350.000 marocchini che si radunarono nella città di Tarfaya per attraversare assieme e con dei Corani in mano il confine del Sahara Occidentale, spingendo la Spagna a mettere fine all’occupazione.

Sebbene all’inizio il Marocco non incontrò apparentemente nessuna resistenza da parte della popolazione locale, fu l’Algeria uno dei primissimi problemi politici. Questa non solo non accettò mai questo esito, ma additò la Marcia Verde come una conquista militare e passò ad incitare le popolazioni sahrawi alla rivolta.

È facile intuire come l’Algeria avrebbe facilmente accettato uno Stato amico che le consentisse di avere uno sbocco quasi diretto sull’Atlantico, per fare arrivare più facilmente sulla costa il gas e il petrolio dei suoi giacimenti nel deserto. Mentre la conquista di una porzione così rilevante di territorio da parte dell’antipatico Marocco era l’equivalente di uno schiaffo, che arrivava appena dopo la sconfitta territoriale appena subita sull’altro confine.

Il Sahara Occidentale viene quindi considerato dall’Algeria come un problema di decolonizzazione, la cui soluzione è l’autodeterminazione del popolo sahrawi. Il punto di vista dell’Algeria è dunque conforme alla legalità del diritto internazionale ed è anche legittimo, tenuto conto della sua storia coloniale.

Considerazioni, queste, che non hanno aiutato la rappacificazione dei due Paesi.

Siamo solo all’inizio di questa terra contesa, io continuo a contare le camionette bianche delle Nazioni Unite. Infinite. Nel nostro viaggio verso Dakhla dei giorni seguenti non vediamo nessuna presenza internazionale.

Invece, i posti di blocco della polizia marocchina si susseguono, e la routine del checkpoint è sempre la stessa. Perché andate a Dakhla? Widsurf. Perché non avete preso un aereo? Viaggiare così è meno caro. Perché parlate arabo? Perché viviamo a Casablanca. Cosa fate a Casablanca? Insegniamo inglese. Ah, welcome, welcome! I nostri dati vengono registrati su un librone dal rivestimento duro e spesso, dati cartacei che dubito qualcuno possa facilmente controllare.

Molti di loro conoscono Zakaria, sorridono lo lasciano passare, come se avere questa conoscenza ci rendesse automaticamente buone persone.

Il melik al-camionet ci lascia ad una quarantina di chilometri dalla nostra destinazione, su un’enorme rotonda circondata da bottiglie di plastica dal contenuto giallo scuro, liquido, navigano sulla sabbia. È l’inizio della sottile striscia di sabbia e asfalto che si prolunga nel mare, parallela alla costa. Zakaria ci saluta calorosamente e con qualche lacrima, domani arriverà a Dakar, noi – spero entro oggi – alla fine di questa penisola: Dakhla.

***

 

Un linea di terra e sabbia che si stacca dal continente africano e che curva verso Sud. Sono 40 chilometri, una sola strada asfaltata che termina in un piccolo centro in riva al mare. È una strada che passa attraverso dune e rocce, costeggiata da costosi resort che sembrano enclavi, strutture autosufficienti che non comunicano con il resto del mondo circostante. Dakhla è una meta privilegiata di turismo sportivo, con meno di dieci giorni di pioggia all’anno e venti costanti dall’Atlantico, è un paradiso per gli amanti di windsurf e kitesurf.

Al nostro arrivo in città non ci sorprendiamo di vedere le classiche strutture abitative marocchine delle campagne, nuove, edifici quasi torreggianti, uno o due piani sopra a quello che sembra un garage al piano terra, tutto in rigoroso colore ocra. Siamo lontani da Casablanca, un’automobile per ogni famiglia non è la norma. Dietro a queste grandi porte di ferro si celano in realtà spazi commerciali, è quello a cui poter ambire dopo anni di risparmi: una casa che possa avere anche la possibilità di diventare negozio. Se non per la generazione che l’ha costruita, sarà per quella seguente.

Dakhla è un villaggio tranquillo, case ordinate e strade parallele, molti quartieri nuovi. Il lungo aeroporto a lato sembra un corpo estraneo, ma c’è da molto tempo, un ricordo della Spagna franchista. Arrivano solo voli interni, arrivano solo ricchi stranieri e ricchi marocchini, vengono caricati su pullman e taxi e spariscono, si insabbiano nei resort che collegano la città al continente. In città rimane chi lavora nei resort, i pescatori e qualche commerciante.

Decidiamo di proseguire fino alla punta di questa appendice, superiamo il centro e costeggiamo il quartiere industriale: capannoni in cemento, lamiere e un forte odore di pesce. Ci sono ancora pochi chilometri, spiagge vuote, nessun bagnante. Dall’ultimo lembo di terra, Dakhla è solo un alone all’orizzonte, tremula per il caldo che sale dalla sabbia. Arriviamo ad alcune baracche, costruzioni quadrate, legno marrone e blu accatastato, teli di plastica. Sono disposte in file ordinate a pochi metri dal mare. Tra queste baracche e la battigia, molte barche, degli stessi colori delle costruzioni. Altre barche a largo. Non ci sono donne, non ci sono bambini, solo pescatori e le loro reti. È gennaio ma la giornata è calda, il cielo limpido e la brezza che arriva dal mare è piacevole.

Ad alcune centinaia di metri dalle barche si trova un modesto faro. Riceviamo molti sguardi, la calorosità tipica e scontata in altri contesti non sembra manifestarsi qui. Non saranno molti i turisti che si spingono fuori dal centro. La sabbia è fina e ci riposiamo qualche minuto, poi rientriamo in città.

Tra le tante piccole attività commerciali che troviamo nelle stradine del centro di Dakhla, i negozi che vendono melhfa sono sicuramente i più colorati. La melhfa è un pezzo di stoffa rettangolare molto grande con il quale le donne sahrawi riescono a vestirsi e coprire tutto il corpo, compresi i capelli. La negoziante ne indossa una color viola acceso, la stampa ha dei cerchi concentrici sbiaditi e irregolari che mi ricordano quando negli anni Novanta mia madre mi faceva giocare con le Fruit, lo spago e la candeggina.

Il tessuto della melhfa è cotone leggero, un’estremità si annoda sopra la spalla sinistra e i metri di stoffa rimanente si fanno passare sotto il braccio destro e sopra il capo. Ti avvolge dalle caviglie alle spalle, lasciando gli avambracci liberi, e si appoggia morbidamente sulla testa. La trama sottile lascia scorrere il vento e la sensazione è di un leggero fresco sulla pelle. Ne compro una anche se non sarò mai in grado di rimetterla tanto elegantemente.

È un pigro sabato pomeriggio, sul tardi la gente comincia ad uscire e la piazzetta arancione sul quale dà il nostro hotel si riempie di rumori. Usciamo anche noi.

«Statt accuórt guagliò

Ci giriamo di scatto ed è così che conosciamo Ahmed.

Ahmed parla solo a Davide, uomo a uomo. Non guarda né me, né Fatima. In un’interessante accostamento di italiano e di quello che io credo essere dialetto napoletano, ci spiega che è importante fare attenzione. Non so quali siano i pericolosi pericoli di un villaggio come

Dakhla, e capisco poco dell’intero discorso. Senza lasciare lo sguardo di Davide, Ahmed ci racconta dei suoi anni in Italia, di come era finito a lavorare con la camorra e la droga.

«Sono tornato perché mammà sta male…»

La sua lettera s prende sempre il suono sc davanti a consonante. È incredibile come il suo italiano sia perfetto per il contesto in cui è vissuto, ma io lo seguo difficilmente.

Ha un ottimo ricordo dell’Italia, ci aveva sentito parlare e alla fine voleva solo fare due chiacchiere. Lo salutiamo. Lui saluta solo Davide.

Quella che doveva essere una sorta di area adibita a campeggio poco fuori città, dove avevamo deciso di passare la notte, si dimostra essere uno spiazzo più o meno piano che dà su una baia molto conosciuta per il particolare vento. Impossibile restare più di pochi giorni se non si è attrezzati. E i nostri vicini danesi sono attrezzatissimi. Ci accedono i fanali del camper quando decidiamo di montare la tenda alle nove di sera e non vediamo nemmeno dove abbiamo lasciato i picchetti. Dobbiamo sembrare davvero irrecuperabili.

Durante la notte musica e voci arrivano fino alla nostra tenda. Ad una cinquantina di metri dal mare una grande haima sembra essere la location di un festino. Un tenda enorme, non da campeggio, in stoffa e con una robusta struttura, foderata di tappeti, cuscini e divani al suo interno, ci si riesce a stare in piedi, è come una stanza. Donne e uomini poco vestiti stanno ballando, la musica è molto alta. In un angolo una drag queen parla con un ragazzo molto incuriosito. Sono tutti marocchini e al nostro sbirciare siamo accolti calorosamente, obbligati ad unirci alla festa.

Si ride e si scherza, si criticano il re e le infrastrutture carenti in buona parte del Paese. Allora tiro in ballo il tema del Sahara Occidentale e si gelano gli animi. L’ultimo taboo.

Fra qualche mese a Beni Mellal arresteranno due uomini perché vivevano assieme, sospettati di essere omosessuali. In realtà li arresterà la polizia solo dopo il pubblico linciaggio di quartiere. Nello stesso mese, a Rabat, due ragazze adolescenti saranno incarcerate perché viste baciarsi sul balcone della casa di una di queste da un vicino. Il quale aveva informato i genitori, e loro stessi le avevano portate al commissariato. Tutto ciò per dire che sta sera i problemi di geopolitica del Marocco dovrebbero essere il loro ultimo problema, e invece pesano. Tanto.

Gli sguardi improvvisamente vaghi cercano di cambiare velocemente discorso.

«Andiamo tutti ad accedere un falò sulla spiaggia!»

Noi torniamo alla nostra tenda, il giorno seguente ripartiamo per Casablanca.

Troviamo un altro autista di tir sulla strada del ritorno, ma non è simpatico come Zakarya. Decidiamo di non percorrere tutto il viaggio con lui, riscendiamo a Laayoune e raggiungiamo con un autobus notturno Sidi Ifni.

Visitiamo in mattinata la spiaggia di Legzira, inconsapevoli di stare ammirando questi archi naturali per l’ultima volta. Fra tre mesi l’arco più maestoso crollerà, lasciando solo una montagna di detriti in riva al mare.

Raggiungiamo nel pomeriggio Mirleft e in serata Agadir. Troneggia su una montagna una scritta a caratteri enormi, composta da grosse pietre colorate di bianco, si vede da chilometri di distanza, risalta contro il colore marrone del terreno brullo.

Allah, al-watan, al-malik: Iddio, lo Stato, il Re. È solo una delle innumerevoli scritte che torreggiano in tutto il Paese su montagne, dighe e alture. Leggendola mi sembra un promemoria: su queste cose non si discute.

 

Reportage dal Sahara Occidentale 3/3

Un linea di terra e sabbia che si stacca dal continente africano e che curva verso Sud. Sono 40 chilometri, una sola strada asfaltata che termina in un piccolo centro in riva al mare. È una strada che passa attraverso dune e rocce, costeggiata da costosi resort che sembrano enclavi, strutture autosufficienti che non comunicano con il resto del mondo circostante. Dakhla è una meta privilegiata di turismo sportivo, con meno di dieci giorni di pioggia all’anno e venti costanti dall’Atlantico, è un paradiso per gli amanti di windsurf e kitesurf.

Al nostro arrivo in città non ci sorprendiamo di vedere le classiche strutture abitative marocchine delle campagne, nuove, edifici quasi torreggianti, uno o due piani sopra a quello che sembra un garage al piano terra, tutto in rigoroso colore ocra. Siamo lontani da Casablanca, un’automobile per ogni famiglia non è la norma. Dietro a queste grandi porte di ferro si celano in realtà spazi commerciali, è quello a cui poter ambire dopo anni di risparmi: una casa che possa avere anche la possibilità di diventare negozio. Se non per la generazione che l’ha costruita, sarà per quella seguente.

Dakhla è un villaggio tranquillo, case ordinate e strade parallele, molti quartieri nuovi. Il lungo aeroporto a lato sembra un corpo estraneo, ma c’è da molto tempo, un ricordo della Spagna franchista. Arrivano solo voli interni, arrivano solo ricchi stranieri e ricchi marocchini, vengono caricati su pullman e taxi e spariscono, si insabbiano nei resort che collegano la città al continente. In città rimane chi lavora nei resort, i pescatori e qualche commerciante.

Decidiamo di proseguire fino alla punta di questa appendice, superiamo il centro e costeggiamo il quartiere industriale: capannoni in cemento, lamiere e un forte odore di pesce. Ci sono ancora pochi chilometri, spiagge vuote, nessun bagnante. Dall’ultimo lembo di terra, Dakhla è solo un alone all’orizzonte, tremula per il caldo che sale dalla sabbia. Arriviamo ad alcune baracche, costruzioni quadrate, legno marrone e blu accatastato, teli di plastica. Sono disposte in file ordinate a pochi metri dal mare. Tra queste baracche e la battigia, molte barche, degli stessi colori delle costruzioni. Altre barche a largo. Non ci sono donne, non ci sono bambini, solo pescatori e le loro reti. È gennaio ma la giornata è calda, il cielo limpido e la brezza che arriva dal mare è piacevole.

Ad alcune centinaia di metri dalle barche si trova un modesto faro. Riceviamo molti sguardi, la calorosità tipica e scontata in altri contesti non sembra manifestarsi qui. Non saranno molti i turisti che si spingono fuori dal centro. La sabbia è fina e ci riposiamo qualche minuto, poi rientriamo in città.

Tra le tante piccole attività commerciali che troviamo nelle stradine del centro di Dakhla, i negozi che vendono melhfa sono sicuramente i più colorati. La melhfa è un pezzo di stoffa rettangolare molto grande con il quale le donne sahrawi riescono a vestirsi e coprire tutto il corpo, compresi i capelli. La negoziante ne indossa una color viola acceso, la stampa ha dei cerchi concentrici sbiaditi e irregolari che mi ricordano quando negli anni Novanta mia madre mi faceva giocare con le Fruit, lo spago e la candeggina.

Il tessuto della melhfa è cotone leggero, un’estremità si annoda sopra la spalla sinistra e i metri di stoffa rimanente si fanno passare sotto il braccio destro e sopra il capo. Ti avvolge dalle caviglie alle spalle, lasciando gli avambracci liberi, e si appoggia morbidamente sulla testa. La trama sottile lascia scorrere il vento e la sensazione è di un leggero fresco sulla pelle. Ne compro una anche se non sarò mai in grado di rimetterla tanto elegantemente.

È un pigro sabato pomeriggio, sul tardi la gente comincia ad uscire e la piazzetta arancione sul quale dà il nostro hotel si riempie di rumori. Usciamo anche noi.

«Statt accuórt guagliò

Ci giriamo di scatto ed è così che conosciamo Ahmed.

Ahmed parla solo a Davide, uomo a uomo. Non guarda né me, né Fatima. In un’interessante accostamento di italiano e di quello che io credo essere dialetto napoletano, ci spiega che è importante fare attenzione. Non so quali siano i pericolosi pericoli di un villaggio come

Dakhla, e capisco poco dell’intero discorso. Senza lasciare lo sguardo di Davide, Ahmed ci racconta dei suoi anni in Italia, di come era finito a lavorare con la camorra e la droga.

«Sono tornato perché mammà sta male…»

La sua lettera s prende sempre il suono sc davanti a consonante. È incredibile come il suo italiano sia perfetto per il contesto in cui è vissuto, ma io lo seguo difficilmente.

Ha un ottimo ricordo dell’Italia, ci aveva sentito parlare e alla fine voleva solo fare due chiacchiere. Lo salutiamo. Lui saluta solo Davide.

Quella che doveva essere una sorta di area adibita a campeggio poco fuori città, dove avevamo deciso di passare la notte, si dimostra essere uno spiazzo più o meno piano che dà su una baia molto conosciuta per il particolare vento. Impossibile restare più di pochi giorni se non si è attrezzati. E i nostri vicini danesi sono attrezzatissimi. Ci accedono i fanali del camper quando decidiamo di montare la tenda alle nove di sera e non vediamo nemmeno dove abbiamo lasciato i picchetti. Dobbiamo sembrare davvero irrecuperabili.

Durante la notte musica e voci arrivano fino alla nostra tenda. Ad una cinquantina di metri dal mare una grande haima sembra essere la location di un festino. Un tenda enorme, non da campeggio, in stoffa e con una robusta struttura, foderata di tappeti, cuscini e divani al suo interno, ci si riesce a stare in piedi, è come una stanza. Donne e uomini poco vestiti stanno ballando, la musica è molto alta. In un angolo una drag queen parla con un ragazzo molto incuriosito. Sono tutti marocchini e al nostro sbirciare siamo accolti calorosamente, obbligati ad unirci alla festa.

Si ride e si scherza, si criticano il re e le infrastrutture carenti in buona parte del Paese. Allora tiro in ballo il tema del Sahara Occidentale e si gelano gli animi. L’ultimo taboo.

Fra qualche mese a Beni Mellal arresteranno due uomini perché vivevano assieme, sospettati di essere omosessuali. In realtà li arresterà la polizia solo dopo il pubblico linciaggio di quartiere. Nello stesso mese, a Rabat, due ragazze adolescenti saranno incarcerate perché viste baciarsi sul balcone della casa di una di queste da un vicino. Il quale aveva informato i genitori, e loro stessi le avevano portate al commissariato. Tutto ciò per dire che sta sera i problemi di geopolitica del Marocco dovrebbero essere il loro ultimo problema, e invece pesano. Tanto.

Gli sguardi improvvisamente vaghi cercano di cambiare velocemente discorso.

«Andiamo tutti ad accedere un falò sulla spiaggia!»

Noi torniamo alla nostra tenda, il giorno seguente ripartiamo per Casablanca.

Troviamo un altro autista di tir sulla strada del ritorno, ma non è simpatico come Zakarya. Decidiamo di non percorrere tutto il viaggio con lui, riscendiamo a Laayoune e raggiungiamo con un autobus notturno Sidi Ifni.

Visitiamo in mattinata la spiaggia di Legzira, inconsapevoli di stare ammirando questi archi naturali per l’ultima volta. Fra tre mesi l’arco più maestoso crollerà, lasciando solo una montagna di detriti in riva al mare.

Raggiungiamo nel pomeriggio Mirleft e in serata Agadir. Troneggia su una montagna una scritta a caratteri enormi, composta da grosse pietre colorate di bianco, si vede da chilometri di distanza, risalta contro il colore marrone del terreno brullo.

Allah, al-watan, al-malik: Iddio, lo Stato, il Re. È solo una delle innumerevoli scritte che torreggiano in tutto il Paese su montagne, dighe e alture. Leggendola mi sembra un promemoria: su queste cose non si discute.

 

Questo è il terzo capitolo della storia.

Puoi trovare il primo capitolo qui, e il secondo capitolo qua.

Reportage dal Sahara Occidentale 2/3

Il posto di blocco che avevamo appena incontrato era poco più a Sud di Guelmim, quello che Zakaria chiamava bab as-Sahara, la porta del Sahara. È un punto strategico, anche se il Marocco riconosce l’unità del suo territorio nazionale, qui ferma tutti quelli che sono di passaggio e prende i dati dei passaporti stranieri che valicano questo non-confine. In realtà questo è solo il primo di innumerevoli posti di blocco sparsi per tutta la regione, in ingresso e in uscita dalle principali città: Laayoune, Lamsid, Boujdour.

È notte quando arriviamo a Laayoune, il cielo scurissimo e l’illuminazione stradale giallognola sono forse il principale motivo per cui le camionette bianche con la scritta UN nera brillano in tutti i quartieri. Sembra che la città sia popolata solo da queste 4×4, che in realtà sono bene integrate nella vita quotidiana di tutti, nessuno pare farci caso, fanno parte del panorama.

Il brulicare di persone dopo il tramonto è enorme, tutti i negozi sono aperti durante quelle ore del giorno in cui il sole dà un po’ di sollievo.

Io non mi riesco ancora a capacitare di questa militarizzazione internazionale. Rimango a fissare il panorama di uno degli incroci principali della città vicino alla stazione degli autobus. Un passante deve avermi notato prendere appunti: «queste auto le troverai solo qui, risiedono tutti all’hotel Nagir e parcheggiano le loro macchine vicino, c’è il solo bar dove vendono alcolici in città.»

Il Nagir è un hotel imponente che monopolizza l’incrocio, alto, giallo sabbia, con una zona di sosta sul davanti, come quei grandi hotel in centro città che hanno giusto lo spazio per fare salire e scendere i clienti.

Mi sorride e se ne va, parlandomi perfettamente in inglese, mi accorgerò solo nei giorni seguenti del perché avesse marcato quel “solo qui”.

Pensare che le Nazioni Unite abbiano la propria presenza nel Sahara Occidentale all’interno di un hotel comunica un senso di impermanenza. Nessuna base stabile, staremo per poco, devono aver pensato nel 1991 quando venne lanciato MINURSO – la missione di pace delle Nazioni Unite nel Sahara Occidentale.

Il nome è un acronimo: Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale. Il progetto prevedeva una supervisione delle istituzioni internazionali durante la risoluzione del conflitto, iniziato con il cessate il fuoco fra il Marocco e il Fronte Polisario – l’organo di autogoverno della Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi.

Sul sito internet del progetto si dice che era stato originariamente lanciato per monitorare il cessate il fuoco, verificare la riduzione delle truppe marocchine sul territorio conteso, verificare lo stazionamento delle truppe del Fronte Polisario nei territori designati, sovrintendere lo scambio dei prigionieri, identificare e registrare gli aventi diritto al voto e, per ultimo, organizzare e assicurare un referendum giusto e libero.

Il punto di arrivo della missione è proclamare i risultati del referendum di autoderminazione in cui i sahrawi del Sahara Occidentale sceglieranno fra l’integrazione col Marocco o l’indipendenza.

Per comprendere il motivo per cui questa striscia vuota di sabbia assuma tutta questa rilevanza bisogna dare conto di quello che successe durante il colonialismo, non francese, ma spagnolo, e dell’importanza della vicina Algeria nella vicenda sahrawi.

Con la parziale decolonizzazione del territorio marocchino nel 1956, la Spagna rimaneva ancora presente nelle zone Sud del Sahara e nelle due enclavi di Ceuta e Melilla. Nonostante Marocco e Algeria combatterono fianco a fianco le guerre contro le potenze coloniali, l’effettiva decolonizzazione creò non poche tensioni per la definizione del confine nella fascia desertica che divide i due Paesi. Il conflitto sfociò in una guerra aperta nel 1963, quando il Marocco rivendicò una parte del territorio del Sahara occupato dall’Algeria. Il Regno di Hassan II vinse la cosiddetta “Guerra di sabbia” ma preferì ritornare sulle sue posizioni per evitare un’escalation.

Malumori mai sopiti portarono avanti questa antipatia reciproca sotterranea, trasferendo la ragione della contesa su un altro fronte, quello del Sahara Occidentale.

Nel 1975, poiché la Spagna franchista continuava a controllare il cosiddetto Sahara Occidentale, il Re Hassan II ottenne un parere da parte della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia che sanciva i legami storici tra il Nord e il Sud del Marocco. Ancora oggi, tra i principali sostenitori del Sahara marocchino, la ragione che fa da padrone è il ricordo dell’antico califfato del Marocco che si estendeva su tutto l’attuale territorio comprendendo anche il Sahara Occidentale. Così, forte di questo pronunciamento, il 6 novembre dello stesso anno, il Re mobilitò il popolo alla riappropriazione del suo territorio, in un’azione passata alla storia con il nome di Marcia Verde: 20.000 soldati scortarono 350.000 marocchini che si radunarono nella città di Tarfaya per attraversare assieme e con dei Corani in mano il confine del Sahara Occidentale, spingendo la Spagna a mettere fine all’occupazione.

Sebbene all’inizio il Marocco non incontrò apparentemente nessuna resistenza da parte della popolazione locale, fu l’Algeria uno dei primissimi problemi politici. Questa non solo non accettò mai questo esito, ma additò la Marcia Verde come una conquista militare e passò ad incitare le popolazioni sahrawi alla rivolta.

È facile intuire come l’Algeria avrebbe facilmente accettato uno Stato amico che le consentisse di avere uno sbocco quasi diretto sull’Atlantico, per fare arrivare più facilmente sulla costa il gas e il petrolio dei suoi giacimenti nel deserto. Mentre la conquista di una porzione così rilevante di territorio da parte dell’antipatico Marocco era l’equivalente di uno schiaffo, che arrivava appena dopo la sconfitta territoriale appena subita sull’altro confine.

Il Sahara Occidentale viene quindi considerato dall’Algeria come un problema di decolonizzazione, la cui soluzione è l’autodeterminazione del popolo sahrawi. Il punto di vista dell’Algeria è dunque conforme alla legalità del diritto internazionale ed è anche legittimo, tenuto conto della sua storia coloniale.

Considerazioni, queste, che non hanno aiutato la rappacificazione dei due Paesi.

Siamo solo all’inizio di questa terra contesa, io continuo a contare le camionette bianche delle Nazioni Unite. Infinite. Nel nostro viaggio verso Dakhla dei giorni seguenti non vediamo nessuna presenza internazionale.

Invece, i posti di blocco della polizia marocchina si susseguono, e la routine del checkpoint è sempre la stessa. Perché andate a Dakhla? Widsurf. Perché non avete preso un aereo? Viaggiare così è meno caro. Perché parlate arabo? Perché viviamo a Casablanca. Cosa fate a Casablanca? Insegniamo inglese. Ah, welcome, welcome! I nostri dati vengono registrati su un librone dal rivestimento duro e spesso, dati cartacei che dubito qualcuno possa facilmente controllare.

Molti di loro conoscono Zakaria, sorridono lo lasciano passare, come se avere questa conoscenza ci rendesse automaticamente buone persone.

Il melik al-camionet ci lascia ad una quarantina di chilometri dalla nostra destinazione, su un’enorme rotonda circondata da bottiglie di plastica dal contenuto giallo scuro, liquido, navigano sulla sabbia. È l’inizio della sottile striscia di sabbia e asfalto che si prolunga nel mare, parallela alla costa. Zakaria ci saluta calorosamente e con qualche lacrima, domani arriverà a Dakar, noi – spero entro oggi – alla fine di questa penisola: Dakhla.

 

Questo è il secondo capitolo della storia.

Puoi trovare il primo capitolo qui, e il terzo capitolo qua.