Bidawin, Gente di Casablanca: Sarah e Ahmed

Casablanca abbraccia stili architettonici differenti, camminare per il centralissimo Boulevard Mohammed V ricorda gli Champs Elysées di una Parigi sporca e secca, dove tutti i palazzi bianchi si sono ingrigiti con gli anni, abbandonati all’incuria e a loro stessi. Arrivati alla fine dello stesso viale si incrocia Place des Nations Unies e le spesse mura ocra di Bab Marrakech, l’ingresso della medina. Finisce la ville nouvelle e comincia la città vecchia. 

Lo stacco tra la topografia francese e araba sulla mappa segna i confini di una rivoluzione architettonica lanciata nel primo Novecento. Durante il protettorato del generale Lyautey si decide di dare una nuova facciata a Casablanca, più francese, più moderna. Secondo questi, la città e la sua suddivisione dovevano rispecchiare l’ordine sociale della società che l’abitava. Si dovevano così scindere nettamente quartieri arabi da quartieri francesi. Quasi due città nella città, medina e ville nouvelle, strutture separate e volontariamente non integrate. Gli stili e gli architetti si sono sostituiti nel tempo, ma con un intento comune: contrastare l’antico.

Entrando nella medina, i viali dritti e gli spazi sporchi, ma ordinati, dell’adiacente ville nouvelle lasciano posto a un agglomerato sovrappopolato di costruzioni organizzate senza un’apparente logica. Le case si sviluppano su piani di diverse altezze e dai colori vari, imponendo curve e angoli agli stretti vicoli nei quali il macellaio, il fruttivendolo e il venditore ambulante di tazze di terracotta condividono uno spazio risicato. 

Poche finestre e infinite possibilità di perdersi. Se si riesce a tagliare la medina i polmoni si aprono su Boulevard des Almohades, un viale ampio che costeggia la marina e il porto. Una fila di palme altissime divide i due sensi di marcia. Addossati al muro della città antica, si trovano qui un rinomato e costoso ristorante marocchino, La Sqala, e il Rick’s café, falsa copia dello stesso café che fa da sfondo alle scene centrali del film Casablanca. Il film che rese famosa questa città non fu mai girato qua in verità. Ma per gli illusi, o i nostalgici, si è provveduto a ricrearne l’atmosfera.

Il centro città non è l’unico posto che si cerca di rendere più europeo. Si chiamano architetti francesi per fondere questo stile con elementi marocchini, o per non fonderlo proprio. La grande opera di riqualificazione di un’altra baraccopoli, Hay Mohammadi, ne è un esempio.

Hay Mohammadi deve il suo nome al re Mohammed V, il nonno dell’attuale re. Nel 1956 Mohammed V, conosciuto dalla gente come Sidi Mohammed – Signor Mohammed, ritorna dall’esilio imposto dal protettorato francese, e visita come primo luogo a Casablanca questo quartiere degradato dove inaugura una moschea. L’allegria per il processo verso l’indipendenza appena cominciato dal re stesso trasforma questa occasione in un bagno di folla. Il quartiere, da prima conosciuto come Carrières Centrales, per la ferrovia che lo tagliava a metà, diviene Hay Mohammadi: il quartiere di Mohammed.

Una bidonville più che un quartiere, che si cerca di bonificare con alcuni interventi di prestigiosi architetti francesi. Si vuole coniugare le recentissime innovazioni architettoniche europee costruendo case popolari luminose e asimmetriche. Di questa grande rivoluzione urbanistica rimangono solo pochi edifici oggi.

«Hay Mohammadi è stata una grande sperimentazione in un’epoca in cui si credeva di poter facilmente cambiare il rapporto dei cittadini con le proprie città progettando quartieri omogenei e autosufficienti. Ma questo non è un quartiere della periferia francese, siamo schiacciati tra la ferrovia e la zona industriale. Siamo i figli e nipoti di tutti quei lavorati emigrati dalle campagne. Non abbiamo scelto di vivere in questo posto, non c’era un altro posto.»

Sarah è una guida di Les Journées du Patrimoine, un’iniziativa di Casamemoire, un’associazione culturale che organizza una volta all’anno visite guidate gratuite in alcuni quartieri  della città. Lo scopo che si prefigge è sensibilizzare la popolazione sulla storia locale più recente.

Durante lo sviluppo economico del Paese migliaia di marocchini cominciarono a migrare dalle campagne verso le grandi città, in particolare modo verso Casablanca. I francesi avevano diviso il Maroc util dal Maroc inutil, investendo e sviluppando infrastrutture solo nel primo. Le ferrovie e i porti aiutavano la grande industria dei fosfati, le stesse zone sono ancora oggi il motore economico del Paese. Nel mentre il Maroc inutil è rimasto isolato e dimenticato dalle amministrazioni, dai trasporti, dall’industrie e dal turismo.

Sarah ci porta davanti a un parallelepipedo bianco dove enormi mattoni grigi, chiaramente aggiunti più tardi, colorano la facciata con grosse macchie e formano un’imponente scacchiera verticale. Coprono gli spazi lasciati aperti per quelli che originariamente erano balconi incassati, uno per ogni appartamento. Simmetrici e cadenzati sono stati tutti murati dalle famiglie inquiline, uno schiaffo all’architetto e una piccola ribellione agli spazi europei. Sempre meglio una stanza in più, sembrano dire. Il balcone è un elemento raro nelle case marocchine tradizionali, molto più comuni sono i cortili interni, che caratterizzano i riad, o le terrazze sui tetti, luogo di riposo per le famiglie, il bucato e le parabole.

Il giro del quartiere continua fin dentro la zona industriale. Uno zuccherificio spicca su tutte le altre fabbriche per la sua imponenza. Dalla struttura si ergono enormi torri di raffinazione di metallo blu scuro che, durante il pomeriggio, fanno ombra al quartiere abitativo sottostante. Il quartiere è cinto da alte mura marroni e l’ingresso è sempre vigilato da alcune guardie. Davanti a questa porta, sulla stessa strada chiusa, ma sul lato opposto, si trovano le scuole, appositamente costruite per i figli delle famiglie operaie. 

Ahmed è un abitate/lavoratore della stessa fabbrica:

«I cancelli si aprono la mattina alle sei e si chiudono la sera alle ventuno, per la sicurezza degli abitanti. Possono passare sono gli operai che hanno un permesso per il turno di notte.»

I non residenti non sono ammessi all’interno delle mura, ma per oggi faranno un’eccezione. Dietro a queste porte si apre un microcosmo: una stradina coperta conduce a una piazza di un centinaio di metri quadrati con i lati porticati. Sulla piazza ci sono quattro alberi, uno a ogni angolo, l’ingresso di una piccola moschea, gli hammam e alcuni empori di alimenti. Inoltrandosi nel quartiere si trovano solamente case basse, monopiano e monofamigliari, una attaccata all’altra, qualche gatto e molti bambini. Ogni minimo movimento del collo sopra la linea dell’orizzonte fa incrociare lo sguardo con l’enorme zuccherificio blu sovrastante. Ma sembra essere una grande fortuna lavorare per questa compagnia:

«L’idea della costruzione di un quartiere dormitorio a ridosso della fabbrica fu opera dello zuccherificio stesso. Un’idea molto generosa. Mio padre si trasferì a lavorare a Casablanca poco prima di sposarsi e io sono cresciuto tra queste mura. Abbiamo tutto. Sono andato a scuola qui davanti, dove ora vanno anche i miei figli. È una scuola statale ma un po’ più professionalizzante, diciamo. Mi hanno insegnato un lavoro, e grazie a questa scuola ho anch’io un posto nello zuccherificio adesso.»

 

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