Bidawin, Gente di Casablanca: Karim

Casablanca a Settembre è calda e afosa. Ho due valigie e sono in fila alla dogana. Devo giustificare un’attenta selezione di libri, le lenzuola di casa, qualche vestito, molte foto delle persone lontane, un paio di ciabatte e due di scarpe. Una coppia dietro di me:

«Guarda amore che foto enorme! Chi sarà?»
«Il direttore dell’aeroporto, forse…»

Al controllo passaporti troneggia una gigantografia di Mohammed VI, l’attuale re del Marocco. È una foto datata in realtà, ora è più grasso e più vecchio, ma tutti i quadretti che si vedono nei negozi hanno questo suo mezzo busto. I più entusiasti espongono a lato anche la foto di suo padre, Hassan II. Nessuno invece si ricorda più di Mohammed V, se solo non fosse per il nome dell’aeroporto.

È la prima volta che atterro a Casablanca. Agli Arrivi del Terminal 1 ci sono delle barriere di metallo alle quali onde di parenti si appoggiano inquiete, sporgendosi nel cercare di individuare il proprio caro oltre la porta scorrevole. Famiglie espansive si abbracciano per diversi minuti con chi è appena arrivato, i bagagli di tutti bloccano lo scorrere dei passeggeri in uscita. Qualcuno insulta, qualcuno sorride, qualcuno mi colpisce con la sua valigia. Due militari tagliano la folla con i loro sguardi. Rigidi e seri, tengono entrambe le mani sull’artiglieria.

Mi stringe la mano Karim, Bienvenue au Maroc! Ma il suo francese non dura molto, capisce che sono italiana. Di dove?

«Si, u sacc dove sta Bologna, è una città bella assai!»

Karim parla un’interlingua tra italiano e dialetto napoletano e non è il solo che mi capiterà di incontrare nei mesi seguenti. Zoppica, ha una protesi alla gamba ma vuole lo stesso portarmi le valige. Alza il ginocchio sinistro per mettere il piede sulla frizione, inserisce la marcia e torna a spostare la gamba con le mani. Partiamo.

Karim è un’autista di Uber, una novità in Marocco. Per non avere problemi con i tassisti locali è venuto a prendermi in aeroporto attaccando un lampeggiante al tettuccio.

«Il mese scorso hanno preso a pugni pure una donna che era in servizio, si credono una casta, e se decidono di picchiare me non posso correre molto lontano.» Mi sorride e indica la gamba. Pronuncia sempre la s davanti a consonante con il suono sc.

Il mese sc-corso.

«Ho travagliato sempre a Napoli, con la Camorra, per tanti anni, ma cominciarono a non pagarmi più tanto bene. Nuove persone, meno rispetto, ho deciso di collaborare con la polizia e loro mi hanno fatto questo.» Si guarda sempre la gamba. «È un miracolo che sia sopravvissuto, mi hanno investito, mesi in ospedale in Italia. Quando sono uscito sentivo che Napoli non era più casa mia, non sapevo cosa fare e sono tornato qua.»

Passiamo vicino al nuovo campus dell’Università Hassan II e percorriamo veloci il Boulevard che porta lo stesso nome, poi giriamo a sinistra, verso il mare.

La moschea di Casablanca è costruita per metà sul mare, come il trono di Allah – dicono, il quale avrà probabilmente ingaggiato migliori architetti. Questa invece è in continua manutenzione, i pali delle fondamenta cedono allo sferzare dell’Atlantico, onda dopo onda. L’architetto francese ha cercato di far convivere le decorazioni in zellij con la struttura e le dimensioni tipiche di una cattedrale. Difficilmente nella storia dell’arte islamica si trovano moschee sviluppate in altezza. La maestosità degli interni non era ricercata con cupole e arcate, ma con i finissimi mosaici geometrici che si possono trovare ancora oggi in tutti gli edifici storici del Paese. L’arte dello zellij segue regole geometriche e cromatiche precise, che qua sono state stravolte, e l’effetto è di un modernismo psichedelico. Il sale dell’acqua e l’eccessiva umidità assalgono perennemente lo stucco che tiene congiunti i tasselli. Il risultato è una struttura superba, ma solo se guardata da lontano.

«È il regalo che Hassan deux si è fatto per i suoi sessant’anni. O meglio, che gli abbiamo fatto noi per i suoi sessant’anni, lui non ci ha messo nemmeno un dirham. La usano solo i turisti, e noi durante Ramadan, ma lì nello spiazzo c’era prima un quartiere popolare. Completamente demolito. E là, vedi là dove cominciano quegli edifici alti di vetro? Là, dietro a quel muro che hanno costruito, c’è una bidonville. Ora siamo tutti contenti perché anche Casablanca ha un monumento, nuovo, ma la povertà è una cosa vecchia, e c’è ancora.»

 

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