Bidawin, Gente di Casablanca: al-Haaj

C’è un solo giardino pubblico in tutta Casablanca, ed è tagliato a metà da una strada trafficata che unisce il centro ai quartieri ricchi degli expat e alta borghesia marocchina. Tutti lo chiamano Parc Yasmina perché al suo interno c’era un piccolo spazio per un parco giochi per bambini. Chiuso da tempo. Le vecchie attrazioni arrugginite e vuote erano diventate un set fotografico hipster per i turisti di passaggio, di giorno. Di notte, i travestiti che popolano Boulevard Moulay Youssef ci portavano i loro clienti a finire la serata.

Vicino a Parc Yasmina c’è la Cigale. Un’istituzione. Un pub buio, con le vetrate oscurate. L’alcool è legale, ma non si deve vedere. Quando si entra nella prima stanza di questo locale un odore intenso di fumo di sigarette ti brucia le narici. I ragazzi dietro al bancone di legno ti squadrano per capire chi sei. Alla seconda volta che torni si sbracciano in lunghi saluti.

Dietro a un séparé, nell’angolo in fondo alla prima sala, si apre un corridoio basso e piccolissimo, che separa i bagni dalle cucine e in fondo si trova la vera Cigale. Uno stanzone scarsamente illuminato con luci rosse e gialle. Decorazioni strane. Un jukebox. Un palco in legno e una parete piena di foto: la famiglia del Haaj.

El-Haaj significa il pellegrino. Nel mondo arabo vengono chiamati così tutti quelli che hanno compiuto il pellegrinaggio a Mecca. Ma non solo, anche i signori anziani ricevono questo titolo in segno di rispetto, per la loro età e per il loro vissuto. Ed è così che nessuno conosce il nome del Haaj della Cigale, ma tutti lo cercano quando si entra.

«C’è el-Haaj oggi?»
«Dov’è el-Haaj?»

Di giorno lo si può vedere seduto sulle poche sedie che stanno fuori dal locale e danno sulla strada. Guarda la gente passare e saluta tutti.

Veste sempre di marrone, tranne il venerdì. Il venerdì ha una gandora ocra, una tunica semplice, dalle maniche lunghe, ha un buco per la testa e scende giù dritta fino ai piedi. È molto comune vedere gli uomini con quest’abito il venerdì, giorno di due cose importantissime: la grande preghiera in moschea e il couscous. Verso mezzogiorno le persone e le macchine cominciano a diradarsi. Le strade si bloccano in una quiete modesta, interrotta solo da qualche stacanovista. Parte l’adhan negli altoparlanti e i minareti di tutte le mosche cantano all’unisono. Muezzin veri o registrati chiamano i fedeli alla preghiera.

Oggi è venerdì, el-Haaj offre il couscous a tutti quelli che passano alla Cigale.

«Si dice che abbia vissuto per moltissimi anni in Francia, facendo una vita dissoluta, e ora offre couscous il venerdì per redimersi dai suoi peccati.»

Fatima conosce el-Haaj da molto tempo, è lei che mi ha mostrato la Cigale per la prima volta. Non avendo nessuna famiglia marocchina, veniamo qua tutti i venerdì per salutare lui e per parlare un po’ con Aisha, la cuoca.

«Altri dicono che sia perché è berbero e vuole rimediare a una vita di avarizia.»

El-Haaj è entusiasta di conoscermi, la mia nazionalità risveglia i suoi ricordi.

«Tutto questo ha quasi cent’anni – mostrandomi con un giro del braccio il suo regno, ed è stato un italiano a fondarla! Poi l’ha comprata un francese – numera usando le dita della mano sinistra, uno spagnolo e infine io. È da quarant’anni che dirigo questo bar.»

Difficile trovare una parola per pub in dialetto marocchino, tutti sono bar, a ben vedere, anche alla Cigale si può chiedere un caffè.

«Ma prima mi sono divertito, ho lavorato in Francia e per qualche anno in Spagna. Ho girato molto anche in Italia, tu di dove sei?»

Mi bacia sulla fronte e mi invita a tornare presto.

La Cigale non è solo un pub. È stato il luogo di ritrovo per i preludi del Movimento 20 Febbraio, ciò che l’ondata delle Primavere Arabe aveva prodotto in Marocco. Un progetto che non ha avuto lo stesso successo degli altri paesi.

Parte importante del Movimento 20 Febbraio erano le rivendicazioni del gruppo amazigh, berberi, che dopo anni di lotte hanno potuto finalmente vedere la loro lingua riconosciuta ufficialmente tra le lingue nazionali. Ma l’amazigh è solo una delle tre principali lingue berbere parlate in Marocco. Istruzione di qualità e sanità gratuita, anch’esse nel programma del Movimento, non hanno ricevuto altrettanto successo. Alla Cigale si trovano ormai solo qualche giornalista e gli habitués, tutto si è spostato a Rabat, anche le proteste.

Un altro venerdì, un altro couscous. El-Haaj ha ormai deciso di salutarmi sempre elencando tutti i nomi delle città italiane che si riesce a ricordare.

«Francesca! Roma, Napoli, Milano, Bologna, Genova, capezzolo…!»

Mi bacia sempre sulla fronte e mi porta un piatto ancora fumante di couscous con pollo e verdure. Mi domando ancora con quale città si possa essere confuso.

A volte torno anche la sera, quando lavorano i suoi figli. Camminando per tornare a casa costeggio Parc Yasmina. Alcuni ragazzi fischiano. Uno decide di raggiungermi e fermarmisi davanti.

«Le ragazze per bene non vanno in giro sole di sera.»

Le molestie verbali sono all’ordine del giorno. Si impara a camminare con gli auricolari, guardando il marciapiede per non essere importunate. Non bisogna rispondere. Poco importa quello che dici, aver risposto li invita a continuare. A fermare la macchina sulla quale erano e ad approcciarti. A parartisi davanti e ai lati per costruire gabbie di parole e di sguardi.

Raccolgo una pietra da terra e la lancio in direzione della loro macchina assieme ai tre insulti che ho imparato in darija. Scappano. Raccolgo un’altra pietra nel caso tornassero prima che io raggiunga casa.

Dalle siepi del parco giochi una signora di mezza età, con un vestito attillato, sposta alcune frasche ed esce sulla strada principale. Ha tacchi alti e scintillanti paillettes.

«Tutto bene ma cherie? Brava, prendine anche un’altra, dobbiamo armarci per essere ascoltate. Gliele tiro dietro sempre anch’io.»

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