L’appartamento spagnolo: Capitolo quarto

Un’avvocatessa, una cassiera, una marketing executive e un’insegnate d’inglese cercavano di allacciare la rete WiFi. La planimetria e i cavi di fibra ottica posizionavano il baricentro dell’appartamento nel punto più stretto del corridoio. Il router in quella posizione permetteva di avere internet in tutte le stanze. 

«Credo che dovremmo inserire questo cavo giallo lì…»

«No, no, io l’ho già fatto diversi mesi fa e mi sembra di non averlo nemmeno attaccato questo cavo!»

«L’altro router era diverso, non aveva la fibra.»

«Fibra o non fibra dobbiamo aprire questo coso nel muro, qualcuna ha un cacciavite?»

«Possibile che si debba aprire questo? L’altro router funzionava in maniera diversa, se avessimo dovuto aprire questa scatola nel muro ce lo avrebbero detto in negozio!»

«Ma il negozio non sa che tipo di allacciamento abbiamo a casa…»

«Chiamo il proprietario di casa!»

«Sono le dieci e mezza, non mi sembra appropriato…»

«Allora chiamo il centralino della Vodafone!»

«E cosa gli diciamo?»

«Gli spieghiamo che vogliamo il WiFi in casa e che abbiamo appena comprato un loro affare, ci devono aiutare!»

«Continuo ad insistere che le dieci e mezza non sono un orario per attaccarsi al telefono…»

«Io ci provo!»

«Io cerco un tutorial su youtube…»

«Ma non ci sono delle istruzioni scritte, che ne so, un libretto, nella scatola del router?»

Un’inglese e una italiana finiscono per leggere le istruzioni in spagnolo per azionare il nuovo router. L’avvocatessa apre Instagram e si mette svogliata ad ascoltare le nuove stories. La cassiera cerca inutilmente di contattare il servizio clienti.

Il vecchio router ha smesso di funzionare due settimane fa. La vecchia coinquilina francese aveva disdetto il contratto senza nemmeno prendere in considerazione un cambio di nome, di proprietario. È da 14 giorni che non utilizziamo i nostri account Netflix. Spotify mi manda delle mail ricordandomi che non ho ancora ascoltato i nuovi singoli scelti apposta per me. La lista ‘aggiornamenti’ del cellulare ha notifiche rosse e un numero sempre crescente di cose da scaricare. Uno scenario apocalittico. Ma noi non demordiamo.

Prove, riprove, allaccia questo cavo, togli questa vite, aspetta mi ricordo che era messo diversamente, si accende nulla? Ha fatto bip! Mia cugina dice di provare ad accendere e spegnere…Ma non siamo ancora riuscite ad accenderlo! Ah, ma la presa non è inserita. Chi l’ha staccata? 

Dopo due ore ci ritroviamo con un router festante, tante luci di colori differenti si animano in una danza isterica, ma niente. Non funziona, siamo ancora scollegate.

«C’è ancora un po’ di quel tuo limoncello italiano?»

Sarà il limoncello o il fatto che è da due ore che stiamo sedute per terra, scomode, nella parte della casa più stretta, scambiandoci idee e lavorando verso un fine in comune, ma ci sentiamo in vena di confidenze. Jess è la nostra new entry, alta, bionda, bionica e inglese. Dove vivevi prima?

«È da quattro anni che sono a Madrid, ma gli ultimi mesi gli ho passati cercando casa e su divani di amici, convivevo con la mia ragazza ma è tutto finito molto male…»

Siamo al terzo bicchiere di limoncello, non sarà di certo questo a spegnere l’energia alla serata.

«Io mi sono lasciata con il mio ragazzo a fine estate.»

È la prima volta che riesco a passare più di cinque minuti con Rocio da quando sono entrata in questo appartamento e non mi ero resa conto di niente.

«Vale ragazzo, un uomo ormai…viveva a Malaga, andavo là tutti i fine settimana. Siamo anche andati in Grecia assieme quest’estate, con lui e i miei amici. E poi siamo tornati e mi ha detto che non vedeva un futuro e che cercava altro.»

Verso rapidamente il quarto giro di limoncello a tutte quante. Male non ci farà.

«Il ragazzo che piace a me, invece, mi ha appena presentato la sua nuova compagna. Lavoriamo assieme da anni, mi è sempre piaciuto e…beh insomma, è successo qualcosa. Una volta. Un paio. Ma lui continua a trovarsi altre ragazze.»

Gema è seduta a gambe accavallate sullo sgabello più piccolo della cucina. Al raccontare queste cose stringe il bicchiere che ha in mano e abbassa lo sguardo e la voce, come se stesse parlando con il limoncello.

I minuti passano, la bottiglia finisce e con lei qualsiasi imbarazzo. Ne apriamo un altra. Si ride a voce alta. Gema si dimentica della timidezza.

«Credo di essermi un po’ innamorata di lui. Per il mio 32esimo compleanno avevo fatto una festa hawaiana, ma nessuno era venuto vestito da hawaiano. Una delusione…ero tristissima. Ma Quique, verso fine serata, cominciò ad accompagnare tutti alla porta. Fino a che rimase solo con me e mi disse ‘adesso ti do io il mio regalo’ un romanticone, capite?»

È strano spiegare come ci siano linee importanti che demarcano le cose di cui si può parlare e le cose di cui non si può parlare. Sono confini invisibili che riconosciamo e rispettiamo. Poi si apre una bottiglia di limoncello e comincia l’invasione.

«E il suo regalo per il mio compleanno è stato quella cosa lì! Cioè, si è abbassato lì, capite? Con la testa. Mi ha detto che non potevo aspettare un altro anno senza averlo provato. Che nel mio paesino queste cose non si fanno! Ne ho sentito parlare solo quando sono arrivata a Madrid. È che sono molto riservata!»

Sarà colpa della lingua, ma io e Jess ci guardiamo perplesse. Di cosa non stiamo parlando? Rocio finisce di sistemare tutti i pistacchi dentro una bustina. I bicchieri in fila sul tavolo. I tovaglioli di carta piegati in una pila. Non sa più da che parte guardare per fare finta di niente, di non capire. Alla fine esplode con un «bell’amico!»

Finisce tutto, ricomincia tutto.

L’appartamento spagnolo: Capitolo terzo

Il primo mese di convivenza con persone che non si conoscono è simile ad un viaggio. Sei in modalità avventura, scoperta, accetti tutto e cerchi di integrarti in una nuova routine trovando i tuoi spazi e cercando di capire quelli della gente che ti circonda. Hai un grande entusiasmo perché, in fin dei conti, è un nuovo inizio e si è sempre pervasi da grande entusiasmo all’inizio. Cerchi di vedere tutto dall’angolazione migliore. Anche per questo non mi stupì più di tanto quando Audrey mi presentò un’altra coinquilina.

«Non c’è solo Audrey. O meglio, non sono solo Audrey. Mi chiamo Audrey, ma quando bevo divento Claudie.»

Non troppo velatamente il mio sguardo cade sul bicchiere di rosso che tiene in mano. Era ancora Settembre e l’aria calda della sera a Madrid ci faceva mangiare in terrazza.

«Però devo bere molto per diventare Claudie,» sono dettagli importanti. «Non mi ricordo cosa faccio, cosa dico, ma se mi chiami Audrey non mi volto, non ci sono storie.»

Io devo avere spalancato ancora di più i miei occhi perché spiegazioni non richieste cominciano a scivolare fuori dalla sua bocca.

«C’è stato un periodo in cui Claudie era una mezza matta, l’anima della festa. Ma credo che qualcosa sia cambiato, ora vuole un figlio, vuole sistemarsi, sposarsi. È matta! Sono un po’ preoccupata…»

È matta.

Siamo interrotte dallo sbattere della porta d’ingresso che ci comunica il rientro a casa di Rocio. Rocio è un girasole, la puoi sentire in casa la mattina presto quando esce inchiodando i tacchi nel parquet dalla sua camera fino all’uscita, e alla sera, quando torna e chiude la porta con la leggiadria di chi è rientrato da una giornata troppo lunga per badare alle accortezze. Finché c’è luce non la trovi in casa. Per più di un mese di Rocio vedrò solo l’ombra nel corridoio.

Continuando a sorseggiare il suo rosso, Audrey è in vena di confidenze: «ho deciso che andrò a vivere alle Canarie con Fran, non ne posso più di Madrid!»

Avevo tre coinquiline e la sera che mi presentano la quarta ne perdo due in un colpo. È incredibile di come tutto si muova velocemente nelle grandi città.

«L’ho conosciuto quest’estate, a La Palma, quando ero in vacanza. Arriva domani e starà qua una settimana con me, poi, se tutto va bene, a fine mese me ne vado per sempre.»

Fran è un allegro signore sulla cinquantina, canario, con forte accento canario, che significa parlare spagnolo come se si avesse vissuto vent’anni a Cuba. Dirige un ostello in un piccolo villaggio dell’entroterra de La Palma, una piccola isola dell’arcipelago delle Canarie. Passa una settimana a Madrid esercitandosi con la chitarra sulla nostra terrazza ad ogni ora del giorno. Si ferma per brevi pause solamente per cucinare e rollare canne. Ha una calma e una tranquillità contagiose. Possiede la capacità di portare a termine qualsiasi azione nella maniera più serena che si possa immaginare. Questo genera nelle persone circostanti due effetti opposti: una calma di riflesso o un’impazienza di reazione. 

Vederlo ciondolare per casa mi riportava alle lunghe estati scolastiche, quando per tre mesi si dovevano soltanto fare compiti e trovare un modo per passare il tempo con gli amici. Gema, invece, era presa da attacchi di laboriosità nervosa. Lo seguiva e ripuliva quello che Fran si lasciava dietro: il tabacco appena rollato, le briciole del pane che finiva di tagliare, un calzino caduto da chissà dove. Il tutto avveniva senza astio. I sorrisi rilassati di Fran si incontravano e salutavano con quelli nervosi di Gema, gli uni non meno sinceri degli altri.

Alla ripartenza di Fran, Audrey entrò in modalità trasloco. Riconquistò la chitarra, con la quale passò ad esercitarsi durante tutto il suo tempo libero, ovvero sempre. Non perdeva occasione per ricordare a voce alta «devo cominciare a inscatolare quello che voglio tenere e a vendere il resto.» 

Due settimane più tardi, alla vigilia della sua partenza per La Palma, aveva venduto solo il letto ad uno dei suoi ex rimasti in città e mi aveva regalato alcuni libri, tra i quali, un kamasutra in francese. Incapace di riorganizzare una vita di 11 anni nella capitale, a otto ore dal volo spostava tutti i suoi averi nel nostro salotto – come se liberare la camera potesse essere di aiuto nel sistemare quello che non era riuscito a piazzare su Wallapop.

Inutile dire che partì velocemente, lasciando un armadio esploso in soggiorno. È strano come ci attacchiamo alle cose, alle nostre cose. Audrey era convintissima fino al momento prima di salire sul taxi per l’aeroporto che, costi quel che costi, doveva viaggiare verso la sua nuova vita con un tostapane regalatogli da suo padre anni prima. C’era anche una pentola a pressione dal particolare valore affettivo e una borsa donatagli da sua madre e mai utilizzata. Queste e tante altre cose, eredità di un decennio spagnolo, ingombravano ogni angolo e centimetro dell’unica sala comune. La pesantezza di quegli oggetti che abbiamo dovuto trasportare noi – quelle rimaste – in cantina mi riportava al mio trasloco. Le scatole leggere che riempivamo agilmente io e le mie nuove coinquiline pesavano come cemento su Audrey. 

Le ultime scatole del mio trasloco le aveva chiuse Arianna, e io chiudevo quelle di Audrey. Mi piaceva pensare che avessi restituito il favore. Perché gli oggetti, e i ricordi, pesano come macigni.

«Sì, è vero che all’inizio non ero estasiata di avere un’italiana per casa. Voi e gli argentini siete sulla mia lista nera. Ma te lo dico con il cuore, se tu fossi arrivata anche solo un mese prima, io sarei probabilmente rimasta a Madrid, ma cherie

L’aiutai a salire sull’Uber mentre mi faceva promettere di non dare mai più fiducia agli argentini. E poi partì.

 «So che è un errore, spero solo sia il mio ultimo.»

 

L’appartamento spagnolo: Capitolo secondo

Un forte odore acre di ascella e di alcol. Sono le sei del pomeriggio e sto visitando quella che sarà la mia nuova casa per la primissima volta. Questo è quello che ricordo di Audrey, ancora prima del suo viso. Vino e odori forti, c’è qualcosa di più francese?

Fortunatamente la casa ha due frigoriferi, il ricco bottino che ha riportato dopo diciotto lunghe ore di pullman dalla Francia finisce nell’altro frigo, non nel mio. Ciononostante, per diverse settimane, all’apertura dello sportello la cucina rimaneva vittima di appestamenti molesti provenienti da formaggi dai dubbi colori.

«Vorrei poterti dire che preferisco le coinquiline simpatiche a quelle pulite. Ma non è così. Puoi essere simpatica quanto ti pare, ma se non pulisci non voglio vivere con te. La pulizia è importante. Una minima pulizia tutti i giorni è un piacere di cui non riesco a fare a meno. Audrey mi dice sempre di non spazzare e lavare i pavimenti tutti i giorni, ma è più forte di me, già lo faccio per camera mia, e quando arrivo alla porta penso: già che ci sono faccio anche il salone. E una volta finito il salone, già che ci sono faccio anche la cucina. Poi devo buttare via l’aqua, devo raggiungere il bagno, già che ci sono pulisco tutto il corridoio fino al bagno. Tanto io di mattina non lavoro, non mi toglie tempo.»

Gema riesce a fare discorsi lunghissimi senza prendere fiato. Deve avere affinato la tecnica come quelle balene che affiorano per pochissimo tempo in superficie e poi si inabissano verso fondali remoti, dove nessuno riesce a seguirle. Io infatti già mi perdo dopo la seconda frase. Quando dalla routine di pulizia si passa a parlare di prodotti. Quelli che sì, quelli che no, non so a quale reagente chimico è allergica lei, poi ce n’è un altro che non piace a Audrey. Gema mi stordisce con i suoi discorsi, anella una parola dietro all’altra, una frase dietro all’altra, non si ferma, non prende fiato, non ti coinvolge nemmeno nella discussione. 

«È importante che ogni cosa abbia il suo posto. Tipo questo frullatore l’ho messo sulla tavola per delle ovvie ragioni di spazio, e poi sta così bene qua, non trovi anche tu? Ora qualcuno lo ha usato ed è fuori posto. Basta così poco per tenere in ordine la casa.»

Sposta il frullatore di due centimetri più a destra. 

Il tavolo è grande, sarà un metro e mezzo, completamente vuoto. Ma il frullatore deve stare al suo posto. Due centimetri più a destra.

Come gesto liberatorio, in inverno o in estate, da sempre, la mia prima reazione al varcare la soglia di casa è il lancio della scarpa. Ho un modo particolare di rimuovere la calzatura con il solo aiuto dei piedi che ha creato, con il passare del tempo, uno staccamento fra suola e tessuto nei modelli che indosso più spesso. Liberato il piede, la caviglia frusta, la scarpa – o il sandalo – vola e POF! cade per terra, in un luogo tutte le volte diverso. La giornata è finita, sono tornata a casa. Come faremo io e te a convivere, Gema?

Ha un sorriso avvolgente e delle allegre rughette che si irradiano verso le tempie quando strizza gli occhi. Mi sento avvolta dai suoi discorsi, quasi intrappolata, passano i minuti senza che io riesca a trovare il minimo appiglio per riuscire ad uscirne. Una valanga di parole intervallata da sorrisi piacioni e io, che non riesco mai a dire di no, mi lascio trascinare nel tour del terrazzo, nella storia di ogni singola pianta – più di venti, nella particolare disposizione del salone e dell’importanza di tenere i mobili così. Terminiamo in camera sua dove mi mostra il suo passatempo preferito: colorare magliette. 

Sembrerebbe una cosa così semplice per chi ha il dono della sintesi. Coloro. Magliette. Cosa aggiungere di più? Evidentemente moltissimo. Il mondo della decorazione su tessuti: materiali, tecniche e ispirazione. Volume 1. 

È già un’ora e mezza che parliamo ed io ero passata in cucina solo per prendere un bicchiere d’acqua, voglio una doccia e un caffè ma ho paura di aspettare la moka. Come impiegherà lei questo tempo? Volume 2?

All’improvviso il rumore di una porta, quella dell’ingresso che si apre. Hola! Gema sgrana gli occhi.

«Deve essere Rocio.»

Scatta verso camera sua. Sparita.

Rocio entra nella cucina, saluta cordialmente e se ne esce un’altra volta. Gema uscirà di camera sua solo diversi minuti dopo. Di soppiatto, sincerandosi del fatto che Rocio non sia in casa.

Questo sipario teatrale di entrate ed uscite inaspettate si ripete nei giorni seguenti. Come un attore che ha dimenticato il copione, Gema si eclissa fuggendo dietro le sue quinte. Rocio e Gema non si salutano, non si parlano, non si incrociano, non si cercano. Quando cerchi tu di intavolare un discorso più ampio sulla casa con una qualsiasi delle due, sviano gli argomenti senza troppo dare a vedere il contrario. Se il nome di una o dell’altra sale, aprono una nuova discussione o cadono in silenzi enigmatici. Quelli dove tu ti espetti che l’altro continui la conversazione perché è la scelta più logica tra le regole comuni non scritte degli scambi verbali. E invece no, si zittiscono. 

Non le vedrò mai insieme.

Il mistero si infittisce.

L’appartamento spagnolo: Capitolo primo

Camera molto luminosa. Completamente arredata. Un mese di caparra. Atocha. 430€

«Quindi non ha una finestra?»

«Ecco, veramente no, però guardi, se tiene aperta la porta, guardi quanta luce arriva dal corridoio!»

Nella voce nemmeno un pizzico di vergogna, per un attimo lo invidio. Doti teatrali notevoli. E invece no, Luis fa un lavoro normale lavora alle poste, non come Fausto, un altro proprietario di casa, che incontro qualche giorno dopo. Fausto è drammaturgo. Quando scopre che parlo inglese mi espone il suo progetto più recente: un’opera teatrale sulle mogli di Enrico VIII.

Camera allegra, arredata, wifi, netflix, appartamento amichevole. Delicias. 400€

«Il concept è che queste signore si ritrovino tutte ad un talk show e comincino a parlare di uomini, sai, avendo in comune un marito…you know un’opera femminista insomma, che vorrei rivendere in Inghilterra before the Brexit

Estasiata riguardo la cucina di quest’altro appartamento abbastanza hipster. Perché quando hai una cucina aperta, che dà contemporaneamente sull’unico bagno, sull’ingresso e che ha una finestra che si apre dentro una camera devi caratterizzarlo in qualche modo per affittarlo. Fausto ha dipinto le pareti con colori sgargianti e appeso quadri improbabili, anche in the toilet – come dice lui. Che è solo una maniera simpatica per dire “avevamo un bagno completo ma ci abbiamo costruito un muro in mezzo così se qualcuno deve pisciare mentre qualcun altro sta facendo la doccia non ci sono problemi.”

«E questa è la camera. Sarò sincero, c’è solo un problema – immagino si riferisca al “muro” di vetro che la separa dal salotto-stanza di transito – la porta non si chiude bene…»

In realtà la porta non si chiude proprio, è scorrevole, o almeno lo era, e arriva fino a metà via.

«Il lato positivo è che questa è l’unica camera con i doppi vetri, in inverno non avrai freddo.»

Perché, il riscaldamento…?

«Ah no, non abbiamo il riscaldamento perché è una casa antica, ma guarda lo spessore dei muri, sono fatti come quelli di una volta. Io non ho mai avuto freddo qui, le ragazze ogni tanto si lamentano, ma sai, dipende dagli inverni.»

Questa bellezza è al prezzo eccezionale di 400€ mensili, spese a parte. Ha anche un’altra camera, letto singolo, due metri di larghezza per tre di lunghezza. Ma ha una finestra. 380€, più spese, ovviamente. Che non saranno tante perché, nonostante gli inverni rigidissimi di Madrid, non c’è il riscaldamento. Un pensiero in meno.

Luis mi dice che la sua camera ha un prezzo speciale perché si rende conto che la mancanza di una finestra può essere un inconveniente. 430€ escluse le spese. 

Siamo nel centro di Madrid, a pochissimi minuti dal Prado, e queste cifre potrebbero sembrare anche normali per una capitale. Ma in Spagna lo stipendio minimo è 850€. Lo stipendio medio colloca la Spagna al tredicesimo posto in Europa, il che significa che riesce a fare meglio solo dei Paesi dell’Europa dell’Est, della Grecia e del Portogallo. Mentre è il terzo Paese in Europa per il costo degli affitti. Perdona? Qualcosa non torna.

«Ma non riesci a contrattare un po’?»

Come moltissime altre città europee Madrid ha raggiunto la saturazione del mercato immobiliare. La domanda di camere è nettamente superiore all’offerta, i prezzi sono cresciuti esponenzialmente negli ultimi tre anni e ogni stagione è peggio. Sono sempre di più gli inquilini che non si vedono rinnovare il contratto perché il padrone di casa decide di ristrutturare l’appartamento per affittarlo ad un prezzo maggiore o, più spesso, per affittarlo su AirBnB. 

Il mio potere di contrattazione è pari a zero. L’offerta tiranneggia: cercasi ragazzo gay/ragazza che stia poco in casa/ragazzo o ragazza meglio se latini.

Come accaparrarsi una stanza, quindi?

Se è il padrone di casa a farla vedere, vince il dito più veloce. Questo vuol dire svegliarsi la mattina e passare a tappeto tutti i siti di ricerca casa scrutando gli annunci usciti nelle ultime 48 ore. 

«Puoi venire oggi alle 13:15, però ti avverto che la sto facendo vedere a più persone, se qualcuno prima di te la blocca ti fai un viaggio a vuoto perché non ti faccio nemmeno salire…»

Bene. Ma c’è anche di peggio. Se sono gli inquilini a scegliere il loro futuro compi de piso la gara è ancora più dura.

Stanza con letto matrimoniale, armadio e scrivania. Lavapies. 390€

Ho un appuntamento alle 17:20. Pedro accoglie me e altre 3 persone. Siamo lo slot 17:20-17:40. Ha poche ore e quaranta persone da esaminare. Il giro di routine delle camere, bagno, cucina, diviene una pura formalità. Non è importante che ti piaccia la casa, è importante che tu piaccia ai futuri coinquilini. Ci sediamo ad un tavolo molto in fretta e comincia un interrogatorio.

«Vi piace cucinare?» 

Si! Faccio delle lasagne spaziali. Poi ovviamente lavo i piatti e pulisco tutto come se fosse la cucina di un catalogo. Ah, sei intollerante al lattosio? Va bene, faccio la besciamella con le mia mani, userò il latte senza lattosio. Le faccio per te, per la tua ragazza, per la tua famiglia se torni al pueblo questo fine settimana, o il prossimo. Insomma, come al ristorante.

«Quanto tempo passate a casa?» 

Lavoro nel pomeriggio, torno la sera tardi, quindi tendenzialmente le mattine. Anche se mi piace tenermi occupata e fuori di casa nel mio tempo libero. Quasi non mi vedrai, dico. Se serve dormo fuori, basta dirlo.

«Ho un cane, vi piacciono gli animali?»

A-d-o-r-o gli animali, dico, mentre già cerco di fare breccia nel cuore di questo troppo grande Labrador, considerate le dimensioni dell’appartamento. Viva i peli che mi sta lasciando addosso. Qualsiasi cosa per convincerlo, siamo già coinquilini. Posso portarlo a fare un giro. Che bello cercare zone verdi nascoste nel centro di Madrid. Vieni qua perrita, impeluccami tutta. Sì, sì, sì, scegli me, ti prego.

Sarò anche piaciuta al cane, ma Pedro non mi richiamò mai.

Appartamento ristrutturato, stanza con letto una piazza e mezzo, giovane coppia. Embajadores. 450€

«Raccontaci un po’ di te.»

Stiamo chattando su Badi, una app che si può descrivere brevemente come “il Tinder delle case”. Fai un tuo profilo descrivendo la persona che sei, metti una foto e cerchi di matchare qualche appartamento. Se vi piacete vi potete parlare. 

Raccontare di me ad un colloquio di lavoro mi riesce ormai molto bene. Ma cosa si dice in una chat per una stanza? Soprattutto, questo scambio totalmente unilaterale è un po’ frustrante. E tu? E voi? Che coppia siete? Cosa fate nel tempo libero? Perché l’appartamento sembra stupendo e voi avete ancora fuori l’annuncio da un mese? Cosa nascondete? Fate sparire i corpi o siete semplicemente insopportabili? Della serie baci appassionati sul divano e sesso rumoroso la domenica mattina?

«Quando saresti pronta a trasferirti e quanto tempo vorresti rimanere?»

Sto cercando chiaramente per inizio mese. Dal primo di Settembre a boh. Dieci mesi sarebbe perfetto ma possiamo parlarne.

«Questo è impossibile. Noi partiamo per le vacanze il primo e torniamo il 10 Settembre, quindi sarebbe per entrare dall’11 in avanti. Chiaramente, se blocchi la stanza, ti impegni a pagare il mese completo. E vogliamo gente che resti almeno dodici mesi…»

Ho capito: insopportabili.

Amplia camera in appartamento condiviso. Spese incluse. Usera. 300€

«Ci sono 3 camere e, al momento, solo questa è libera.»

Almudena, una donna sulla quarantina con tre denti – proprio tre, è un po’ in imbarazzo a mostrarmela perché c’è un forte odore di fumo.

«Ma sai, l’ex-inquilino aveva lasciato un casino che non ti dico, sto cercando un po’ di pulire, però immaginatela vuota, senza questi sacchi di spazzatura. È molto grande!»

Sorriso a tre denti.

«Nelle altre due camere ci siamo io e mio marito, in una, e nell’altra uno studente. Vieni che ti faccio vedere il resto della casa. Ecco questo è l’unico bagno che abbiamo – senza finestra – e per di qua c’è la cucina, con la lavatrice, il forno, c’è tutto.»

Quindi saremo in quattro con un bagno. E il salotto?

«In salotto ci abita una famiglia di cubani, gente bravissima, non si fanno mai sentire! Ecco, sì, magari non facciamo molta vita in comune perché, sai, mancano gli spazi, pero è un appartamento molto piacevole!»

Quindi saremo in otto con un bagno. E nemmeno un tavolo per mangiare.

Sono in uno dei quartieri più periferici di Madrid: Usera. Oltre ad essere conosciuto come il barrio chino, si tiene la fama che si guadagnò ormai una ventina di anni fa. Un quartiere di degrado, di spaccio e di gitani. E, a questo punto, pure in sovraffollamento.

Dopo tre settimane dedicate completamente alla ricerca di una stanza ho visto 38 case. 

I primi giorni dialoghi con google maps seguendo ciecamente le sue indicazioni per arrivare alla prossima meta. La tua batteria si potrebbe spegnere fra la terza e la quarta visita, ma il livello di ansia è impercettibile. Sei allegra nello scoprire nuovi quartieri. L’Indiana Jones della città e delle fermate metropolitane sconosciute.

Dopo una settimana cominci a trovare strade alternative, arrivi al quartiere della casa da visitare e solo allora ti rifai alla mappa. Sei positiva, ti senti che sarà la settimana giusta.

Ma poi arriva la terza settimana. Hai perso alcune occasioni perché hai chiamato un’ora più tardi del dovuto o perché sei arrivata cinque minuti in ritardo all’appuntamento. Alzi il budget e vedi che la scelta non migliora. Abbassi la soglia di quello che reputi imprescindibile nella tua camera – datemi quattro mura che poi i mobili me li compro a rate, nonmiinteressa! Ansia, preoccupazione e tristezza sono serviti sempre per colazione e prima di andare a dormire. A volte, anche fra un appartamento e l’altro.

Alla fine della mia terza settimana mi aggiudicai una seconda posizione nella classifica “future coinquiline rapidamente giudicate mentre si aggirano per casa chiedendo a quanto ammontano le bollette mensili”. Seconda non era ancora sufficiente, non sarei mai entrata in questo appartamento bello, ma niente di che. La prima, però, ha un ritardo nel versamento della caparra. Vengo ricontatta per una corsa contro il tempo verso il lato opposto della città rispetto a dove mi trovo. Dovevo portare anche soldi e documenti, chiaramente. Chi l’avrebbe mai detto che avrei battuto qualcuno in velocità? Eppure sì, ho trovato una stanza. Per la classica, democratica – e oltremodo fondamentale nella vita – botta di culo.

Trasloco e vado in vacanza.

Mia nonna, una storia della bassa

Aprivi un’atlante vecchissimo, prendevi la pagina del continente Europa. Un ammasso verde di paesi nella parte destra della cartina formava un compattissimo blocco: U.R.S.S. 

«Me lo aveva regalato il benzinaio, con i punti!»

Hai sempre guidato il Ciao della Piaggio, bianco. Mi ricordo del terremoto del XXXX, non perché fosse grave – per carità abbiamo visto di peggio – ma perché all’asilo ci avevano detto che si andava a casa prima. Avevano chiamato i nostri genitori, ma i miei lavoravano, lo sapevo, non potevano venirmi a prendere. Quando si è piccoli il mondo dei grandi obbedisce a regole rigide.

Rimarrò qui con le maestre, pensai. 

Mannò, verrà a prenderti un nonno, mi dissero sbrigative loro.

Ma mia nonna guida un Ciao. Non hai mai guidato nient’altro. Ero terrorizzata dall’idea di salire sul Ciao con te e cominciai a piangere.

«Fammi un po’ vedere dove sei andata questa estate…»

Partiamo con l’indice teso dall’Italia, perché è color giallo chiaro e risalta al centro di questo Mar Mediterraneo azzurognolo. Proseguiamo verso oriente, passiamo la Giordania.

«Teheran?»

Sono appena tornata dall’Iran una macchia viola vicino al bordo di questa cornice, dopo di che la fine della mappa.

«E adesso dove hai detto che vai?»

Ripassiamo il dito sul Mediterraneo, in senso opposto, costeggiamo l’Africa e ci fermiamo prima di raggiungere l’Atlantico.

«Rabat»

Leggi le capitali che sono solo piccoli quadratini neri spessi su una distesa di colori.

«Francesca, ma viaggi più del Papa!»

Ridiamo e tu ti fermi a guardare ancora l’atlante, a calcolare le distanze da casa.

«Non sarai poi tanto distante, è appena qua sotto la Spagna, è un centimetro!»

Poi mi guardi negli occhi e sorridi.

«Mo ‘tsi bela – come sei bella!»

A te questo ultimo Papa piace, e non solo per il nome.

«Ha la faccia simpatica, buona. Mica come l’altro là…»

L’altro là non ti è mai piaciuto. Dicevi che non aveva una bella cera, e poi aveva abolito il limbo. Così, da un giorno all’altro. Puf. Il limbo non c’è più.

«E dove sono finiti i miei bambini?»

Avevi un’espressione desolata quel giorno. Ma cosa ne posso sapere io di quando si moriva ancora di parto? Di una vita passata nella bassa, di duro lavoro, di aborti spontanei e feti nati morti. Normalità.

«Io non so se il prete ha fatto in tempo a battezzarlo, spero di sì, ma non lo so…perché adesso dove va se non c’è il limbo? Dov’è?»

Sono passati sessant’anni e non ti dai pace. Le poche volte che ti accompagniamo al cimitero vuoi passare per prima cosa davanti alla sua tomba. Ci dici sempre che vuoi essere sepolta lì, accanto a lui. È un cimitero piccolo con alti alberi al suo interno. A meno di cento metri si trova la casa dove sei nata.

Mentre il nonno è in un altro cimitero. Non so quasi nulla di lui, di voi. Sono nata io e poco dopo se n’è andato lui. 

Nessuno ha parlato mai del nonno. 

Da piccola avevo sentito le parole ‘separati in casa’, ma non ero riuscita a sciogliere l’ossimoro. Tu porti adesso anche la sua fede al dito, due anelli prima di una nocca nodosa che ogni tanto ti tocchi.

Dita che guardi sempre anche a me, ad ogni nuovo anello mi chiedi: 

«È quello che penso io?»

E io ti dico di no, che non lo è. Che sono giovane.

«Brava, non ti sposare presto! Ma non fare nemmeno come lo zio Giuseppe…» che si è sposato a cinquant’anni. E ridi.

Sto tornando per il tuo funerale oggi. 

Sono di nuovo via, lontano, dentro a quella cartina colorata che abbiamo aperto assieme qualche anno fa. Attraverso aeroporti anonimi e luoghi grigi in questo pellegrinaggio verso la bassa. Penso al caseificio, al cane Lea, agli anni in cui stavo con te dopo la scuola, alle case che hai abitato, all’orto dove mi raccontavi che seppellivi i gatti morti sotto le zucchine, e alle verdure che non ho mai voluto mangiare. Quelle che sbucciavi sotto al portico in grandi cesti.

«Guarda tuo cugino Michel com’è bravo! Lui mangia sempre tutti i fagiolini» e io no. Mai. 

Mi ricordo il camion dei surgelati che passava in campagna a vendere porta a porta. L’argine altissimo vicino casa. Gli anni del divorzio dei miei genitori e tutti gli anni dopo, che non sono più stati gli stessi.

E se mi trovo a scrivere queste righe in aeroporto è per te. Se ho viaggiato e viaggio è anche grazie a te. A te che hai fatto la tua luna di miele a Roma. A te che non sei mai andata a Lourdes perché «vorrei tanto ma è troppo lontano.» 

Perché in questo momento vedo meglio quello che è stato fatto per permettermi di essere quella che sono: qua, oggi, a scriverti, a ricordarti e a piangerti dal Portogallo.

Siamo nani sulle spalle di giganti.

Bidawin, Gente di Casablanca: Zeinab e Laila

Ho conosciuto Zeinab per caso aggirandomi per il campus dell’università di Casablanca. Lei era molto espansiva e io in cerca di un tandem linguistico. Era stata la più entusiasta alla scoperta che parlavo arabo. Ma non il volgare dialetto marocchino:

«Che brava! Parli proprio l’arabo del Corano, pochi lo sanno fare al giorno d’oggi.»

L’arabo standard è la lingua ufficiale della Lega Araba e lingua nazionale di 28 paesi in Africa e Medio Oriente. Eppure, non ha madrelingua. L’arabo non è parlato spontaneamente in nessuna situazione quotidiana, non è nemmeno la lingua di prima alfabetizzazione di nessuno bambino. È invece l’unica lingua riconosciuta, insegnata e studiata a scuola. Una lingua scomoda per chiunque non abbia speso qualche anno in studi approfonditi specifici. Quando gli arabi cercano di parlarla sono impacciati, la mischiano con i propri dialetti, l’allungano e l’accorciano con vocalizzazioni fantasiose. 

«Si, qui utilizziamo di più il francese se vogliamo essere formali, ma in Arabia Saudita sono sicura che la parlano nella quotidianità. Mi piacerebbe visitare l’Arabia Saudita! Inshallah un giorno – se Dio lo vorrà.»

Provo a spiegarle che anche in Arabia Saudita hanno il loro dialetto, e non solo uno. Come in Marocco, dove c’è il darija. Ma non c’è niente da fare:

«Se non in Arabia Saudita allora si parlerà sicuramente in Siria, nello Shaam – oriente. Il problema siamo noi, il nostro dialetto è volgare e se non sappiamo come esprimere qualcosa rubiamo una parola al francese.»

Le lingue sono come qualsiasi altra cosa, più le usi e più si modificano. Se cambiano vuol dire che sono vive. L’arabo non è cambiato dai tempi della scrittura del Corano. Certo, si è arricchito di molte parole, ma la base grammaticale è rimasta identica. Questo gli dona una discreta imponenza quando viene parlato, come se tutti i tuoi muscoli facciali e cerebrali cercassero di coordinarsi per formare una melodia. La gente che passa si ferma e ti ascolta. A volte ridono:

«Parli come Al-Jazeera – mi dice Dunya, dove hai imparo?»

Alla nostra prima lezione, Zeinab si presenta con tre sue amiche. La cura nei dettagli dell’abbigliamento è enorme. I vestiti hanno sempre colori intonati al velo e alle borse dove portano libri e appunti.

«Spero che questa sessione d’esami finisca presto, non voglio vederne un’altra.»

«Siamo soltanto al primo anno!»

«Non so te, ma io sono qua per trovare marito. Appena ricevo una proposta decente, università bslama – addio!»

Non è la unica. Scarseggiano i luoghi per una socializzazione tra i sessi e l’università, gratuita, è una buona possibilità anche per questo. Se si arriva alla laurea senza essersi ancora sposate, si ricorre alla famiglia, come Laila.

«È mia zia che si sta occupando di trovare qualcuno da presentarmi.»

Laila è architetto, ha studiato in Spagna per la maggior parte della sua vita, parla quattro lingue fluentemente. Ha i capelli ricci e voluminosi e veste sempre molto elegante.

«L’ultimo ragazzo con cui sono uscita non mi piaceva, ma era di buona famiglia. Se il cognome inizia con Ben vuole dire che è bien, ma non sentivo nulla per lui.»

La pressione è altissima. Laila ammette che non può aspettare più di tanto:

«Mia zia ci è un po’ rimasta male, dice che l’amore è qualcosa che matura con il tempo, mentre un matrimonio è innanzitutto un contratto, bisogna tenere in considerazione tante cose. Io non la pensavo come lei ma mi sto convincendo sempre di più del contrario.»

Zeinab ha qualche anno in meno di Laila. Non si sono mai incontrate e hanno vite opposte. Una abita a Casablanca e una abita a Rabat. Una indossa il velo. Una beve alcool. Una guida. Una no. Una ama le borse. Una ama cucinare. Una è superficiale. Una è pettegola. Una ascolta musica classica. Una è appassionata di raï . Ma non so dire chi sia l’una o chi sia l’altra.

Alla fine del nostro primo incontro linguistico propongo di uscire durante il fine settimana, c’è un documentario interessante al cinema ABC in centro.

«Non possiamo, è troppo tardi, dobbiamo essere a casa prima delle 21:00.»

Non uscimmo mai dalla cornice tè e chiacchiere pomeridiane. Anche i nostri discorsi erano abbastanza ripetitivi.

«Come dovrebbe essere il tuo sposo ideale? Descrivicelo!»

Mi annoiavo. Non trovavo interessi da condividere e il mio vocabolario relativo al matrimonio era limitato. Cominciai a non rispondere alle chiamate. Sparii inghiottita da altre persone e altre routine. 

Mesi più tardi, gironzolando tra gli stand del Salone Internazionale del Libro di Casablanca:

«Ciao Francesca! Come stai? Dove sei finita?»

Era Zeinab, vestita con una jallaba rosa confetto e un cartellino blu al collo. Mi faceva domande in arabo, come durante i nostri pomeriggi al bar dell’università. Mi sembrava ormai tutto così artificioso, ora sapevo e potevo risponderle in dialetto. Ma Zeinab era ostinata a elevare il livello della nostra conversazione e chiudeva gli occhi a due fessure piccolissime quando, in mezzo alle frasi, utilizzavo parole in darija. Ogni secondo che passava era più infastidita. 

«Wakha – bene, ora devo andare, è stato bello rivederti. Sentiamoci!»

Pensai alla più classica delle scuse. Mi saluta e si dirige verso un piccolo gruppo di fotografi davanti a uno stand di Corani.

«Come la conosci?» 

Laila mi aveva accompagnato e mi osservava allibita. 

«È una star in Marocco, ha vinto la competizione internazionale di recitazione coranica, pur essendo giovanissima. La sua foto è in tutti i telegiornali!»

Bidawin, Gente di Casablanca: al-Haaj

C’è un solo giardino pubblico in tutta Casablanca, ed è tagliato a metà da una strada trafficata che unisce il centro ai quartieri ricchi degli expat e alta borghesia marocchina. Tutti lo chiamano Parc Yasmina perché al suo interno c’era un piccolo spazio per un parco giochi per bambini. Chiuso da tempo. Le vecchie attrazioni arrugginite e vuote erano diventate un set fotografico hipster per i turisti di passaggio, di giorno. Di notte, i travestiti che popolano Boulevard Moulay Youssef ci portavano i loro clienti a finire la serata.

Vicino a Parc Yasmina c’è la Cigale. Un’istituzione. Un pub buio, con le vetrate oscurate. L’alcool è legale, ma non si deve vedere. Quando si entra nella prima stanza di questo locale un odore intenso di fumo di sigarette ti brucia le narici. I ragazzi dietro al bancone di legno ti squadrano per capire chi sei. Alla seconda volta che torni si sbracciano in lunghi saluti.

Dietro a un séparé, nell’angolo in fondo alla prima sala, si apre un corridoio basso e piccolissimo, che separa i bagni dalle cucine e in fondo si trova la vera Cigale. Uno stanzone scarsamente illuminato con luci rosse e gialle. Decorazioni strane. Un jukebox. Un palco in legno e una parete piena di foto: la famiglia del Haaj.

El-Haaj significa il pellegrino. Nel mondo arabo vengono chiamati così tutti quelli che hanno compiuto il pellegrinaggio a Mecca. Ma non solo, anche i signori anziani ricevono questo titolo in segno di rispetto, per la loro età e per il loro vissuto. Ed è così che nessuno conosce il nome del Haaj della Cigale, ma tutti lo cercano quando si entra.

«C’è el-Haaj oggi?»
«Dov’è el-Haaj?»

Di giorno lo si può vedere seduto sulle poche sedie che stanno fuori dal locale e danno sulla strada. Guarda la gente passare e saluta tutti.

Veste sempre di marrone, tranne il venerdì. Il venerdì ha una gandora ocra, una tunica semplice, dalle maniche lunghe, ha un buco per la testa e scende giù dritta fino ai piedi. È molto comune vedere gli uomini con quest’abito il venerdì, giorno di due cose importantissime: la grande preghiera in moschea e il couscous. Verso mezzogiorno le persone e le macchine cominciano a diradarsi. Le strade si bloccano in una quiete modesta, interrotta solo da qualche stacanovista. Parte l’adhan negli altoparlanti e i minareti di tutte le mosche cantano all’unisono. Muezzin veri o registrati chiamano i fedeli alla preghiera.

Oggi è venerdì, el-Haaj offre il couscous a tutti quelli che passano alla Cigale.

«Si dice che abbia vissuto per moltissimi anni in Francia, facendo una vita dissoluta, e ora offre couscous il venerdì per redimersi dai suoi peccati.»

Fatima conosce el-Haaj da molto tempo, è lei che mi ha mostrato la Cigale per la prima volta. Non avendo nessuna famiglia marocchina, veniamo qua tutti i venerdì per salutare lui e per parlare un po’ con Aisha, la cuoca.

«Altri dicono che sia perché è berbero e vuole rimediare a una vita di avarizia.»

El-Haaj è entusiasta di conoscermi, la mia nazionalità risveglia i suoi ricordi.

«Tutto questo ha quasi cent’anni – mostrandomi con un giro del braccio il suo regno, ed è stato un italiano a fondarla! Poi l’ha comprata un francese – numera usando le dita della mano sinistra, uno spagnolo e infine io. È da quarant’anni che dirigo questo bar.»

Difficile trovare una parola per pub in dialetto marocchino, tutti sono bar, a ben vedere, anche alla Cigale si può chiedere un caffè.

«Ma prima mi sono divertito, ho lavorato in Francia e per qualche anno in Spagna. Ho girato molto anche in Italia, tu di dove sei?»

Mi bacia sulla fronte e mi invita a tornare presto.

La Cigale non è solo un pub. È stato il luogo di ritrovo per i preludi del Movimento 20 Febbraio, ciò che l’ondata delle Primavere Arabe aveva prodotto in Marocco. Un progetto che non ha avuto lo stesso successo degli altri paesi.

Parte importante del Movimento 20 Febbraio erano le rivendicazioni del gruppo amazigh, berberi, che dopo anni di lotte hanno potuto finalmente vedere la loro lingua riconosciuta ufficialmente tra le lingue nazionali. Ma l’amazigh è solo una delle tre principali lingue berbere parlate in Marocco. Istruzione di qualità e sanità gratuita, anch’esse nel programma del Movimento, non hanno ricevuto altrettanto successo. Alla Cigale si trovano ormai solo qualche giornalista e gli habitués, tutto si è spostato a Rabat, anche le proteste.

Un altro venerdì, un altro couscous. El-Haaj ha ormai deciso di salutarmi sempre elencando tutti i nomi delle città italiane che si riesce a ricordare.

«Francesca! Roma, Napoli, Milano, Bologna, Genova, capezzolo…!»

Mi bacia sempre sulla fronte e mi porta un piatto ancora fumante di couscous con pollo e verdure. Mi domando ancora con quale città si possa essere confuso.

A volte torno anche la sera, quando lavorano i suoi figli. Camminando per tornare a casa costeggio Parc Yasmina. Alcuni ragazzi fischiano. Uno decide di raggiungermi e fermarmisi davanti.

«Le ragazze per bene non vanno in giro sole di sera.»

Le molestie verbali sono all’ordine del giorno. Si impara a camminare con gli auricolari, guardando il marciapiede per non essere importunate. Non bisogna rispondere. Poco importa quello che dici, aver risposto li invita a continuare. A fermare la macchina sulla quale erano e ad approcciarti. A parartisi davanti e ai lati per costruire gabbie di parole e di sguardi.

Raccolgo una pietra da terra e la lancio in direzione della loro macchina assieme ai tre insulti che ho imparato in darija. Scappano. Raccolgo un’altra pietra nel caso tornassero prima che io raggiunga casa.

Dalle siepi del parco giochi una signora di mezza età, con un vestito attillato, sposta alcune frasche ed esce sulla strada principale. Ha tacchi alti e scintillanti paillettes.

«Tutto bene ma cherie? Brava, prendine anche un’altra, dobbiamo armarci per essere ascoltate. Gliele tiro dietro sempre anch’io.»

Bidawin, Gente di Casablanca: Sarah e Ahmed

Casablanca abbraccia stili architettonici differenti, camminare per il centralissimo Boulevard Mohammed V ricorda gli Champs Elysées di una Parigi sporca e secca, dove tutti i palazzi bianchi si sono ingrigiti con gli anni, abbandonati all’incuria e a loro stessi. Arrivati alla fine dello stesso viale si incrocia Place des Nations Unies e le spesse mura ocra di Bab Marrakech, l’ingresso della medina. Finisce la ville nouvelle e comincia la città vecchia. 

Lo stacco tra la topografia francese e araba sulla mappa segna i confini di una rivoluzione architettonica lanciata nel primo Novecento. Durante il protettorato del generale Lyautey si decide di dare una nuova facciata a Casablanca, più francese, più moderna. Secondo questi, la città e la sua suddivisione dovevano rispecchiare l’ordine sociale della società che l’abitava. Si dovevano così scindere nettamente quartieri arabi da quartieri francesi. Quasi due città nella città, medina e ville nouvelle, strutture separate e volontariamente non integrate. Gli stili e gli architetti si sono sostituiti nel tempo, ma con un intento comune: contrastare l’antico.

Entrando nella medina, i viali dritti e gli spazi sporchi, ma ordinati, dell’adiacente ville nouvelle lasciano posto a un agglomerato sovrappopolato di costruzioni organizzate senza un’apparente logica. Le case si sviluppano su piani di diverse altezze e dai colori vari, imponendo curve e angoli agli stretti vicoli nei quali il macellaio, il fruttivendolo e il venditore ambulante di tazze di terracotta condividono uno spazio risicato. 

Poche finestre e infinite possibilità di perdersi. Se si riesce a tagliare la medina i polmoni si aprono su Boulevard des Almohades, un viale ampio che costeggia la marina e il porto. Una fila di palme altissime divide i due sensi di marcia. Addossati al muro della città antica, si trovano qui un rinomato e costoso ristorante marocchino, La Sqala, e il Rick’s café, falsa copia dello stesso café che fa da sfondo alle scene centrali del film Casablanca. Il film che rese famosa questa città non fu mai girato qua in verità. Ma per gli illusi, o i nostalgici, si è provveduto a ricrearne l’atmosfera.

Il centro città non è l’unico posto che si cerca di rendere più europeo. Si chiamano architetti francesi per fondere questo stile con elementi marocchini, o per non fonderlo proprio. La grande opera di riqualificazione di un’altra baraccopoli, Hay Mohammadi, ne è un esempio.

Hay Mohammadi deve il suo nome al re Mohammed V, il nonno dell’attuale re. Nel 1956 Mohammed V, conosciuto dalla gente come Sidi Mohammed – Signor Mohammed, ritorna dall’esilio imposto dal protettorato francese, e visita come primo luogo a Casablanca questo quartiere degradato dove inaugura una moschea. L’allegria per il processo verso l’indipendenza appena cominciato dal re stesso trasforma questa occasione in un bagno di folla. Il quartiere, da prima conosciuto come Carrières Centrales, per la ferrovia che lo tagliava a metà, diviene Hay Mohammadi: il quartiere di Mohammed.

Una bidonville più che un quartiere, che si cerca di bonificare con alcuni interventi di prestigiosi architetti francesi. Si vuole coniugare le recentissime innovazioni architettoniche europee costruendo case popolari luminose e asimmetriche. Di questa grande rivoluzione urbanistica rimangono solo pochi edifici oggi.

«Hay Mohammadi è stata una grande sperimentazione in un’epoca in cui si credeva di poter facilmente cambiare il rapporto dei cittadini con le proprie città progettando quartieri omogenei e autosufficienti. Ma questo non è un quartiere della periferia francese, siamo schiacciati tra la ferrovia e la zona industriale. Siamo i figli e nipoti di tutti quei lavorati emigrati dalle campagne. Non abbiamo scelto di vivere in questo posto, non c’era un altro posto.»

Sarah è una guida di Les Journées du Patrimoine, un’iniziativa di Casamemoire, un’associazione culturale che organizza una volta all’anno visite guidate gratuite in alcuni quartieri  della città. Lo scopo che si prefigge è sensibilizzare la popolazione sulla storia locale più recente.

Durante lo sviluppo economico del Paese migliaia di marocchini cominciarono a migrare dalle campagne verso le grandi città, in particolare modo verso Casablanca. I francesi avevano diviso il Maroc util dal Maroc inutil, investendo e sviluppando infrastrutture solo nel primo. Le ferrovie e i porti aiutavano la grande industria dei fosfati, le stesse zone sono ancora oggi il motore economico del Paese. Nel mentre il Maroc inutil è rimasto isolato e dimenticato dalle amministrazioni, dai trasporti, dall’industrie e dal turismo.

Sarah ci porta davanti a un parallelepipedo bianco dove enormi mattoni grigi, chiaramente aggiunti più tardi, colorano la facciata con grosse macchie e formano un’imponente scacchiera verticale. Coprono gli spazi lasciati aperti per quelli che originariamente erano balconi incassati, uno per ogni appartamento. Simmetrici e cadenzati sono stati tutti murati dalle famiglie inquiline, uno schiaffo all’architetto e una piccola ribellione agli spazi europei. Sempre meglio una stanza in più, sembrano dire. Il balcone è un elemento raro nelle case marocchine tradizionali, molto più comuni sono i cortili interni, che caratterizzano i riad, o le terrazze sui tetti, luogo di riposo per le famiglie, il bucato e le parabole.

Il giro del quartiere continua fin dentro la zona industriale. Uno zuccherificio spicca su tutte le altre fabbriche per la sua imponenza. Dalla struttura si ergono enormi torri di raffinazione di metallo blu scuro che, durante il pomeriggio, fanno ombra al quartiere abitativo sottostante. Il quartiere è cinto da alte mura marroni e l’ingresso è sempre vigilato da alcune guardie. Davanti a questa porta, sulla stessa strada chiusa, ma sul lato opposto, si trovano le scuole, appositamente costruite per i figli delle famiglie operaie. 

Ahmed è un abitate/lavoratore della stessa fabbrica:

«I cancelli si aprono la mattina alle sei e si chiudono la sera alle ventuno, per la sicurezza degli abitanti. Possono passare sono gli operai che hanno un permesso per il turno di notte.»

I non residenti non sono ammessi all’interno delle mura, ma per oggi faranno un’eccezione. Dietro a queste porte si apre un microcosmo: una stradina coperta conduce a una piazza di un centinaio di metri quadrati con i lati porticati. Sulla piazza ci sono quattro alberi, uno a ogni angolo, l’ingresso di una piccola moschea, gli hammam e alcuni empori di alimenti. Inoltrandosi nel quartiere si trovano solamente case basse, monopiano e monofamigliari, una attaccata all’altra, qualche gatto e molti bambini. Ogni minimo movimento del collo sopra la linea dell’orizzonte fa incrociare lo sguardo con l’enorme zuccherificio blu sovrastante. Ma sembra essere una grande fortuna lavorare per questa compagnia:

«L’idea della costruzione di un quartiere dormitorio a ridosso della fabbrica fu opera dello zuccherificio stesso. Un’idea molto generosa. Mio padre si trasferì a lavorare a Casablanca poco prima di sposarsi e io sono cresciuto tra queste mura. Abbiamo tutto. Sono andato a scuola qui davanti, dove ora vanno anche i miei figli. È una scuola statale ma un po’ più professionalizzante, diciamo. Mi hanno insegnato un lavoro, e grazie a questa scuola ho anch’io un posto nello zuccherificio adesso.»

 

Bidawin, Gente di Casablanca: Omar

La prima volta che sento parlare di Derb Ghallef avevo appena rotto il cellulare ed ero a Casablanca da due settimane. Non sapevo dove andare.

«Vai a Derb Ghallef, si trova di tutto a Der Ghallef.»

Un mio amico mi mostrò il suo cellulare nuovo, mi disse quanto lo aveva pagato e mi spiegò all’incirca la zona di questo quartiere dove incontrare lo stesso rivenditore. 

«Se ti perdi, chiedi dei negozi di abbonamenti satellitari, lo trovi accanto.»

Se si prende il modernissimo tramway, di progettazione e realizzazione francese, si arriva alla fermata di Derb Ghallef in pochi minuti dalla centralissima Place des Nations Unies. Le rotaie del tram si fanno strada dal centro verso la spiaggia passando per il cuore economico delle città, costeggiano sedi centrali di banche e scintillanti uffici. 

In mezzo ad alti palazzi rivestiti di vetrate si passa per qualche centinaio di metri accanto a Derb Ghallef e il contrasto è evidente. Un agglomerato di baracche e costruzioni fatiscenti divise da vicoli in terra battuta, panni stesi al sole, pannelli ondulati usati da tettoie e porte. È la più importante delle ultime bidonville rimaste a Casablanca centre ville. Un’importanza data anche dal suo lato economico: è il mercato più grande della città. 

La baraccopoli è divisa in tre parti, quelle laterali sono a uso abitativo, mentre nella centrale proliferano rivenditori di ogni cosa. Lo stile di costruzione è il medesimo. Quando ci arrivo ha appena piovuto, alcuni pallet di legno vengono messi sopra i punti più critici nei passaggi da uno stand all’altro, per evitare che la gente si sporchi con il fango delle viuzze. I venditori più organizzati hanno costruito, negli anni, delle piccole canalette con i sassi, per non ritrovarsi la merce inondata a ogni acquazzone. Sono organizzatissimi. Come in un moderno store, anche in questo mercato si può trovare qualsiasi cosa: mobili, vestiti, elettronica, libri per la scuola, divani, materassi, lampade e lampadine. L’offerta è immensa e tutta Casablanca viene qua a comprare.

Nonostante le abitazioni fatiscenti ai lati del mercato abbiano più buchi che mattoni, ogni casa ha una parabola. Anche quelle costruzioni che scambieresti facilmente per modesti capanni per gli attrezzi.

«In Marocco è una questione culturale, non importa quanto sia povera una famiglia, troverai sempre una televisione. Bastano l’equivalente di 30€ per avere in casa tutti i canali satellitari, piratati. Dimenticandosi del canone mensile, ovviamente. Anche quello lo puoi trovare a Der Ghallef, se chiedi in giro ti indicheranno.»

Omar è il presidente di un’associazione per i diritti della gente che abita in queste slum. Lotta per ridurre l’abbandono scolastico dei bambini che crescono in questi contesti e conosce tutte le famiglie. Ultimamente la sua associazione si è anche posta come portavoce tra i quartieri come questo e il governo. Diverse volte la municipalità ha cercato di spostare la popolazione dalla bidonville. 

«Il piano è sempre simile – mi racconta, una volta identificata una bidonville in una posizione strategica, diciamo centrale, il governo costruisce nuovi alloggi in estrema periferia. Interi nuovi quartieri, poco collegati e integrati con il tessuto cittadino, dove si smobilitano le famiglie. Come per Lalla Meriem, un altro quartiere nella periferia, sorto da una baraccopoli distrutta qualche anno fa in una zona molto più centrale.»

Gli abitanti di Derb Ghallef non rifiutano questo piano, ma sorge spontaneo chiedersi:

«Posto che vogliamo migliorare le condizioni di vita di questi quartieri, perché non costruire queste case nella stessa area dove sorge la baraccopoli?» 

Tutte le costruzioni che la costeggiano sono modernissime, è il centro economico di Casablanca. È facile intuire il rifiuto delle autorità: questi terreni saranno più fruttuosi con altri acquirenti.

«Stiamo facendo resistenza, ma è anacronistico ascoltare le storie di come queste famiglie si sono ritrovate imbottigliate nella povertà quando attorno si costruivano grattacieli. Non si può dimenticare metà della popolazione solo perché non può pagare mazzette! In questa bidonville ci sono famiglie con documenti che attestano che la loro casa, se così la vogliamo chiamare, è stata un dono del protettorato francese. Spesso un risarcimento per l’uccisione di un parente.» 

Ogni tanto si presenta qualche ruspa a lato del mercato centrale, ma non è ancora cominciato lo sgombero. Ci sono altri progetti: i lavori per la seconda linea di tramway della città sono appena iniziati e sorgono vicinissimi.

 

Bidawin, Gente di Casablanca: Karim

Casablanca a Settembre è calda e afosa. Ho due valigie e sono in fila alla dogana. Devo giustificare un’attenta selezione di libri, le lenzuola di casa, qualche vestito, molte foto delle persone lontane, un paio di ciabatte e due di scarpe. Una coppia dietro di me:

«Guarda amore che foto enorme! Chi sarà?»
«Il direttore dell’aeroporto, forse…»

Al controllo passaporti troneggia una gigantografia di Mohammed VI, l’attuale re del Marocco. È una foto datata in realtà, ora è più grasso e più vecchio, ma tutti i quadretti che si vedono nei negozi hanno questo suo mezzo busto. I più entusiasti espongono a lato anche la foto di suo padre, Hassan II. Nessuno invece si ricorda più di Mohammed V, se solo non fosse per il nome dell’aeroporto.

È la prima volta che atterro a Casablanca. Agli Arrivi del Terminal 1 ci sono delle barriere di metallo alle quali onde di parenti si appoggiano inquiete, sporgendosi nel cercare di individuare il proprio caro oltre la porta scorrevole. Famiglie espansive si abbracciano per diversi minuti con chi è appena arrivato, i bagagli di tutti bloccano lo scorrere dei passeggeri in uscita. Qualcuno insulta, qualcuno sorride, qualcuno mi colpisce con la sua valigia. Due militari tagliano la folla con i loro sguardi. Rigidi e seri, tengono entrambe le mani sull’artiglieria.

Mi stringe la mano Karim, Bienvenue au Maroc! Ma il suo francese non dura molto, capisce che sono italiana. Di dove?

«Si, u sacc dove sta Bologna, è una città bella assai!»

Karim parla un’interlingua tra italiano e dialetto napoletano e non è il solo che mi capiterà di incontrare nei mesi seguenti. Zoppica, ha una protesi alla gamba ma vuole lo stesso portarmi le valige. Alza il ginocchio sinistro per mettere il piede sulla frizione, inserisce la marcia e torna a spostare la gamba con le mani. Partiamo.

Karim è un’autista di Uber, una novità in Marocco. Per non avere problemi con i tassisti locali è venuto a prendermi in aeroporto attaccando un lampeggiante al tettuccio.

«Il mese scorso hanno preso a pugni pure una donna che era in servizio, si credono una casta, e se decidono di picchiare me non posso correre molto lontano.» Mi sorride e indica la gamba. Pronuncia sempre la s davanti a consonante con il suono sc.

Il mese sc-corso.

«Ho travagliato sempre a Napoli, con la Camorra, per tanti anni, ma cominciarono a non pagarmi più tanto bene. Nuove persone, meno rispetto, ho deciso di collaborare con la polizia e loro mi hanno fatto questo.» Si guarda sempre la gamba. «È un miracolo che sia sopravvissuto, mi hanno investito, mesi in ospedale in Italia. Quando sono uscito sentivo che Napoli non era più casa mia, non sapevo cosa fare e sono tornato qua.»

Passiamo vicino al nuovo campus dell’Università Hassan II e percorriamo veloci il Boulevard che porta lo stesso nome, poi giriamo a sinistra, verso il mare.

La moschea di Casablanca è costruita per metà sul mare, come il trono di Allah – dicono, il quale avrà probabilmente ingaggiato migliori architetti. Questa invece è in continua manutenzione, i pali delle fondamenta cedono allo sferzare dell’Atlantico, onda dopo onda. L’architetto francese ha cercato di far convivere le decorazioni in zellij con la struttura e le dimensioni tipiche di una cattedrale. Difficilmente nella storia dell’arte islamica si trovano moschee sviluppate in altezza. La maestosità degli interni non era ricercata con cupole e arcate, ma con i finissimi mosaici geometrici che si possono trovare ancora oggi in tutti gli edifici storici del Paese. L’arte dello zellij segue regole geometriche e cromatiche precise, che qua sono state stravolte, e l’effetto è di un modernismo psichedelico. Il sale dell’acqua e l’eccessiva umidità assalgono perennemente lo stucco che tiene congiunti i tasselli. Il risultato è una struttura superba, ma solo se guardata da lontano.

«È il regalo che Hassan deux si è fatto per i suoi sessant’anni. O meglio, che gli abbiamo fatto noi per i suoi sessant’anni, lui non ci ha messo nemmeno un dirham. La usano solo i turisti, e noi durante Ramadan, ma lì nello spiazzo c’era prima un quartiere popolare. Completamente demolito. E là, vedi là dove cominciano quegli edifici alti di vetro? Là, dietro a quel muro che hanno costruito, c’è una bidonville. Ora siamo tutti contenti perché anche Casablanca ha un monumento, nuovo, ma la povertà è una cosa vecchia, e c’è ancora.»