Un anno da precaria nella scuola pubblica italiana (2)

capitolo secondo: professoressa!

Sentirsi chiamare prof o professoressa mi genera gli stessi brividi che hai quando ti siedi sulla poltrona del dentista e questo procede con un micro-trapano a toglierti la placca dai denti. Nulla di male, ma vorrei solamente che questo momento non esistesse.

– Professoressa! La stavamo aspettando, ecco gli elenchi degli alunni. Questa classe è al piano terra, mentre quest’altra al primo piano. Vicino alla scala C.

Sono le 7:15 di un martedì mattino di fine ottobre e il gruppo di bidelli all’ingresso dell’istituto mi squadra indagatore. Io sono arrivata con enorme anticipo perché non so nulla. Anzi qualcosa so, conosco l’orario e le classi che mi sono state assegnate perché è uno spezzone, una cattedra con meno di 18 ore settimanali, quindi prima di accettare mi è stato chiesto se combaciassero con i miei altri impegni lavorativi. Bene, il posto è suo, si presenti martedì un po’ prima per firmare il contratto, benvenuta a bordo! Una preside molto accogliente a telefono.

– Entri pure in classe, professoressa, il contratto lo firma a fine mattinata perché non c’è ancora nessuno in segreteria.

Le mie prime due ore di lezione sono un’infiltrata, e se scappassi adesso? Ma soprattutto, dov’è la scala C? Entro in una classe vuota e prendo confidenza con i materiali didattici. Un computer con Windows XP. Ma non l’avevano ritirato? Un proiettore. Due casse. Un lavagna nera dov’è stata incisa a lettere grandi la parola pene, mi domando da chi. Le finestre sono aperte, spalancate sul parco retrostante la struttura. Sono le norme COVID, per tutto l’anno i ragazzi faranno lezione con la giacca, almeno quando saranno in presenza. C’è una cartina dell’Europa storta sul muro alle loro spalle. Tanti bollini attaccati per terra segnano la posizione che devono mantenere i banchi, obbligatoriamente singoli. La scuola è immensa e io ho un neon lampeggiante in fronte. Dice N-U-O-V-A o forse S-P-A-E-S-A-T-A non so, io non riesco a leggerlo, ma tutti gli altri si.

Un reperto che mostra le incisioni di alcuni antichi studenti egizi su un’antica lavagna di ardesia.

– Devi essere la professoressa d’inglese, piacere! Oggi ci sono le elezioni dei rappresentanti di classe e di istituto le prime due ore, non hai letto la circolare?

Ma cara collega, quale circolare? Manco ho un contratto, solo due fogli con i nomi di 43 alunni e 3 alunne. Già mi sale il femminismo. Torno correndo dai bidelli che mi forniscono un pacco di fogli ciclostilati, ovvero che si leggono malissimo. Sono le regole dell’elezioni dei rappresentanti di classe e di istituto. Su un altro foglio si comunica che il professore delle prime due ore – io – deve spiegare alla classe l’importanza delle elezioni, esporre le opzioni e controllare i voti. Fogli da firmare, schede elettorali in miniatura. È probabilmente la prima esperienza democratica di questi quattordicenni e io sarei solo voluta essere un po’ meglio preparata per questa giornata. Invece la triste realtà è che non ne so nulla. 

Nei miei piani il primo giorno avevo puntato tutto sul fattore sorpresa. Insegnare inglese parlando solo in inglese, tutto l’anno. I ragazzi sono spaesati all’inizio, ma se sono costante si abituano e finiscono per parlare solo in inglese anche tra di loro durante le ore di lezione. È un ITI ma non importa, esporterò il metodo comunicativo anche qua! Sì, le prime settimane è una faticaccia. Evitare le domande in italiano, proprio fare finta di non sentirle. Grandi sorrisi per le domande in inglese, anche quelle che sembrano lontanamente in inglese ma alla fine non lo sono esattamente. Insomma, avevo una lezione di presentazione super strutturata e dinamica su una USB che si sgretola davanti ai miei occhi. Cosa cazzo devo fare?

Scopro che il fattore sorpresa rimane quando la prima docente di inglese te la vedi arrivare a fine Ottobre. I ragazzi non sono spaesati e la curiosità si mischia a quel sentimento tutto adolescenziale di provare dove sono i limiti: interagiscono. Improvvisare mi è sempre riuscito bene, tergiverso un’ora cercando di conoscerli, faccio leggere a loro a voce alta le regole delle elezioni – perdonami Dio dell’insegnamento ma davvero non sapevo cosa fare! – suona la campanella e lascio la patata al professore della seconda ora. Mentre mi dirigo nell’altra classe spero che il professore prima abbia avviato il processo democratico in maniera responsabile. Il sistema funziona solo se gli irresponsabili come me sono pochi. Per fortuna è così. I ragazzi sanno già cosa devono fare, diligenti votano persone a caso – con coviddì non si sono potute fare le assemblee d’istituto – ci rimangono giusto cinque minuti per salutarci. 

Francesca che spiega l’importanza del processo democratico ai ragazzi di prima e seconda superiore.

La segretaria è stupita che io abbia tutti i documenti necessari per la firma del contratto. Dice che sono la prima quest’anno. Ora sono stupita io. Venti pagine e diversi minuti dopo vuole vedermi la Preside.

– Professoressa, ho visto dal suo curriculum che è stata tre anni in Spagna, se la sentirebbe di insegnare anche spagnolo? Abbiamo uno spezzone di sei ore e non riusciamo a trovare nessuno che lo copra.

Penso istintivamente a Giorgio. Parlo spagnolo bene però non ho mai dato nessun esame, non ho i crediti necessari per insegnarlo. In realtà non ho mai frequentato nessun corso di spagnolo. Come le peggio italiane a Madrid l’ho semplicemente imparato. In strada, in birreria, con gli amici, con gli amanti. Parlo ad orecchio, secondo quella consapevolezza linguistica che Krashen chiamerebbe acquisizione, quella che ognuno di noi ha nella propria lingua madre: sappiamo usare le regole ma non le sappiamo spiegare, non ne siamo consapevoli.

– Professoressa, i crediti non sono un problema – ah ora no! – la possiamo assumere come esperta in materia, anche perché non troviamo nessun altro.

Ciao crediti, ciao esami integrativi, Giorgio spostati proprio. Sono esperta in materia.

Il personale scolastico italiano è sottodimensionato. Ci sono graduatorie differenti da cui gli istituti possono attingere per colmare le enormi lacune di insegnanti. Non è raro che questi ricevano le chiamate a contratto dopo la prima metà di settembre, o a ottobre inoltrato, come me. Continuo a ricevere chiamate di scuole disperate durante tutto l’anno scolastico. Spezzoni ovunque, ad un certo punto mi chiedono pure se voglio insegnare francese. Penso sempre a Giorgio.

Giorgio che gentilmente chiama la mia nuova preside per ricordale che senza i crediti giusti non si può insegnare un cazzo di niente.

Dopo questo inizio rocambolesco, per diverse settimane mi sento persa. La scuola è grande e io sono solo l’ennesima faccia nuova. Mi sento proprio da sola. Non conosco i colleghi, abbiamo tutti le mascherine e non riesco nemmeno a ricordarmi bene le facce di quelli che vedo sempre in sala insegnanti. La sala insegnanti è in realtà un grande atrio con delle sedie e dei tavoli, la pandemia ci impone di sedere da soli, il risultato è che gli spazi per la socializzazione non esistono. Presto arrivano i primi consigli di classe e le riunioni di materia, insegniamo ancora in presenza ma le attività di coordinamento sono tutte online. 

La scuola italiana usa la piattaforma Google Meet che ha la stessa risoluzione delle immagini di un snake su un Nokia 3310. Le persone si frizzano, ogni tanto spariscono. Entrano ed escono dalle chiamate secondo logiche che anche i professori di tecnologia non sanno spiegare. Ma è gratuita, quindi la usiamo. Mi fanno ridere quei colleghi che hanno il computer in cucina. Altri hanno comprato una videocamera durante il primo lockdown, evidentemente non è integrata allo schermo del computer, e una volta collegata se ne sono dimenticati: si grattano la pancia, si depilano le sopracciglia, sbadigliano e si stiracchiano, bevono birra – colpevole, vengono assaliti da gatti e bambini, litigano con i microfoni, si sgranchiscono rumorosamente. Lavoriamo online da diversi mesi ma molti non si sono ancora abituati. 

Quick remainder per me: nel galateo delle riunioni online bere della birra da una tazza da té precedentemente messa a rinfrescare nel congelatore è socialmente più accettato.

È autunno e i contagi salgono. A scuola i miei alunni portano sempre le mascherine, le finestre  sono aperte, i ragazzi si igienizzano le mani spesso, mangiano la merenda al banco o in cortile quando possono. Sembra non essere sufficiente. Nuovo DPCM, scuole chiuse, torniamo tutti online. Sono passati dieci mesi dalla primissima chiusura delle scuole e ci ritroviamo al punto di partenza, mi sento frustrata e affranta. Mi sembra che si chieda agli adolescenti di dare del loro meglio e allo stesso tempo non sono sicura che il sistema educativo stia dando il suo. Come i miei ragazzi di prima, dopo poche settimane di presenza e senza aver conosciuto nemmeno un/a collega mi ritrovo a casa a riorganizzare l’angolo ufficio.

Un anno da precaria nella scuola pubblica italiana (1)

Capitolo primo: #stabilità

I professori mi facevano a volte tristezza quando andavo a scuola. Io volevo fare la biologa marina, partire per l’Australia, seguire le balene per mesi in mare. Mentre queste persone avevano scelto di ripetere le stesse cose per tutta la loro vita. Io volevo progettare case, fare l’architetta e usare la mia creatività per diventare una moderna Gaudì, innovare. Pensare di insegnare ogni anno lo stesso programma era una noia mortale. Erano diventati professori perché non erano stati in grado di chiedere alla vita niente di più eccitante, non si erano messi in gioco, sentenziavo come un’esperta. Biologa, architetta, astronoma, a diciotto anni non sapevo cosa volevo fare, ma sapevo che non avrei mai fatto l’insegnante. Flash forward: ho trent’anni, insegno inglese alle superiori e mi piace. 

Nulla ti ricorda la scuola come i banchi in formica. 

Non saprei se imputare il disagio verso il settore statale alla Francesca adolescente o quel comune scetticismo tutto italiano – ma diciamo pure mediterraneo – al sentire nominare la parola pubblico. Per molto tempo non ho preso in considerazione questa strada per orgoglio e perché ho sempre riso cantando Gaber: “qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini.” Io ero meglio, pensavo con molta spocchia. Ahimè l’adolescenza è quella fase che comincia verso i dodici anni e non sai mai quando finisce. Se qualcuno sa dov’è l’uscita, me lo dica, grazie.

Senza capacitarmene troppo, subito dopo la pubertà sono arrivati i trent’anni, ovvero l’età che avevano i miei genitori quando io cominciavo la scuola elementare. Ma senza casa, figli, macchina, bollo o un lavoro stabile. FOMO? Non proprio, provo a contenerli anche se mi scoppiano mille paragoni. Si fa presto a dire che “la vita non è una gara ma un viaggio da assaporarsi in ogni suo passo lungo il percorso” ma in vista del mio trentesimo compleanno di tutto quello che pensavo facesse parte dell’adulta starter pack io avevo solo l’età. Dopo aver vissuto i miei vent’anni in quattro paesi diversi e viaggiato su molteplici montagne russe emotive, mi convinsi che i trenta sarebbero stati la stagione della #stabilità. Lo annunciavo proprio così ad amici e parenti “ashtag stabilità”. E visto che vivo e vegeto in una società capitalistica, lavoro dunque sono (felice?), la priorità nella mia vita un anno fa divenne trovare il #lavorostabile.

Un ragazzo che cerca la stabilità, forse su Google. 

Dopo anni nel settore privato dell’insegnamento delle lingue, dove altamente qualificata e altamente precaria sono condizioni che vanno a braccetto, ho dovuto mettere da parte i pregiudizi. 

– Fede, come si entra nel settore pubblico?

La Fede è quell’amica che già in prima media sapeva che avrebbe insegnato matematica da grande. Non la presi mai sul serio né alle medie, né alle superiori, né all’università perché pensavo che stesse facendo finta – come me – di essere uscita dall’adolescenza con le idee chiare. E invece no, Federica è capricorno e questo vuol dire che ha idee chiarissime. Da diversi anni stava accumulando i crediti che le avrebbero permesso di insegnare quello che voleva. Che speranze potevo avere io quindi di avere tutto in regola senza mai averci pensato prima?

Poche, come mi disse pure Giorgio, un simpatico sindacalista che andai a trovare il 27 di dicembre su consiglio di Federica. Vivevo ancora all’estero, non avevo voglia di tornare in Italia nel breve periodo ma avevo lanciato il piano #stabilità in pompa magna ed ero intenzionata a infilare un piede in ogni porta che potesse anche lontanamente portare a un #lavorostabile. L’unica persona più motivata di me a farmi tornare in Italia era mia madre, pendeva dalle labbra di Giorgio.

Giorgio che squadra gli esami che ho dato cercando di trovare il lato positivo. 

– Ti mancano 3 crediti in linguistica generale.

– Ma ho una Laurea Magistrale in Linguistica…

– Si si ma non c’entra niente, devi averne 12 con questo codice o con quest’altro e tu hai 9 crediti in entrambi ma non sono cumulabili.

Strabuzzo gli occhi. 

– Poi ti mancano anche 6 crediti di letteratura inglese.

– No aspetti, a quelli ci avevo fatto attenzione, ho dato tutti gli esami con i crediti giusti per averne abbastanza da raggiungere i 24 richiesti…

– Si ma vedi, per le letterature non c’è un codice specifico, quindi gli esami devono avere la dicitura ‘letteratura inglese’ nel titolo. 

Poco importa il contenuto dei miei esami di Cultura Inglese – spoiler alert: erano di letteratura – dovevo tornare all’università e pagare per i crediti spuri che mi mancavano. Giorgio mi vedeva sempre più affranta:

– Cosa fai a Madrid?

– Insegno inglese, da cinque anni ormai.

– Ah ma allora non sei un’insegnante improvvisata!

Che allegria, Giorgio. Quanti insegnanti improvvisati hai visto passare di qua?

– Comunque se non insegni in scuole pubbliche o paritarie non ti fa punteggio, peccato. Hai delle certificazioni linguistiche? Che so, IELTS, Cambridge…

Io ci avevo già dato a mucchio ma lui era sempre più motivato a trovare qualche punticino.

– No, non ho certificazioni linguistiche perché sono esaminatrice Cambridge. 

– Questo non dà nessun punteggio temo…

Ettepareva.

Realizzare che le cose che rendevano il mio curriculum una figata nel settore privato non avevano il benché minimo riconoscimento in quello pubblico rafforzò il mio scetticismo. Gaber, avevi ragione tu. Ma avevo già lanciato l’asc-tag stabilità e più forte del mio orgoglio ferito c’era solo la mia testardaggine. Mi iscrissi all’università appena in tempo per poter dare gli esami mancanti nella sessione estiva. Mi iscrissi al concorso che quell’estate sembrava imminente e che un anno dopo è ancora da svolgere. Mi iscrissi pure alle graduatorie provinciali perché anche la Fede lo faceva e io la seguivo come si seguono i guru indiani nei momenti di sbandamento della vita.

Una foto abbastanza rappresentativa della Fede. 

Dieci mesi dopo ero in Italia e con la mia prima convocazione in una scuola secondaria di secondo grado. Dieci anni dopo la mia maturità tornavo a scuola con una cattedra part time di nove mesi in un istituto tecnico industriale. Quello che credevo fosse un piccolo passo verso la stabilità si rivelò presto l’ultima montagna dei miei vent’anni.

Idioletto

Un idioletto è un un insieme linguistico – il lessico, la grammatica e la pronuncia – che un gruppo ristretto di persone, a volte un solo individuo, usano in maniera particolare, solo sua. Filosofeggiando potremmo dire che le lingue sono in realtà insiemi di idioletti, un prisma composto da un numero di lati tanti quanti gli idioletti delle persone o dei gruppi di persone che parlano e si riconoscono in quella lingua. Vuole anche dire che tutti parliamo la stessa lingua, ma in realtà non parliamo lo stesso idioletto. Altre scuse per non capirsi da aggiungere alla lunga lista delle comunicazioni disfunzionali.

C’è un idioletto del mercato lavorativo italiano a cui non sono mai stata esposta. Cinque anni fa ero una neolaureata con nessuna esperienza e due lingue in meno. Non trovavo granché ma non ne feci un dramma, si aprì qualcosa all’estero facilmente e partii. L’Italia è stata da allora vacanza in estate e Natale a Dicembre, le feste e il risposo. Fino a quest’anno, Settembre 2020. Tornare ha significato dover apprendere una nuova lingua e prestare attenzione alle differenze, quelle più infide, quelle sottili che non ti aspetteresti mai, quelle che non metti nemmeno in dubbio perché sai che sei a casa tua. Le differenze a cui non pensi fra il mondo per come te lo aspetti e quello per come è.

Una rappresentazione del mio idioletto del mercato lavorativo italiano.

È una scuola con più di trent’anni di esperienza nel bolognese, abbiamo una clientela affezionata e siamo molto conosciuti.

Mi fa piacere.

Tra i grandi vantaggi del lavorare nella nostra azienda c’è il grande parcheggio.

Eh già, giro in camper io.

Offriamo un pagamento in linea con il costo della vita in Italia. Il primo mese richiediamo la disponibilità totale da lunedì a sabato, dieci ore al giorno. Non insegnerai tutte le ore ma io voglio lo stesso la tua disponibilità perché stiamo facendo gli orari per il nuovo semestre e può saltare fuori qualcosa all’ultimo momento.

Il profilo di un insegnante, la reperibilità di un cardiochirurgo.

A settembre riceverai una tantum di 650 euro in cash. Che tu lavori 8 o 30 ore non importa.

Ma le cinquanta ore a settimana di guardia?

È un tempo che ci serve per conoscerci meglio. Che tu lavori 8 o 30 ore questo è ciò che diamo a tutti gli insegnanti. Ovviamente in cash!

Cioè in nero.

Però c’è un regolare contratto di tirocinio.

Questo è il settimo anno che insegno.

Un contratto di tirocinio fino a Dicembre.

Sono pure esaminatrice Cambridge e mi proponi un tirocinio?

Se poi ci piaci allora a Gennaio vedremo se e come strutturare un contratto.

Se?

È tutto legalissimo, io sono avvocato.

Excusatio non petita accusatio manifesta.

Ogni mese contiamo le ore che hai lavorato e ti paghiamo per il tempo che passi in classe, in cash.

La mia espressione di totale fiducia nelle mie capacità, il sorriso fidati-di-me-sono-quello-che-stai-cercando-assumimi che tiro fuori puntualmente ai colloqui vacilla alla terza volta che mi si sta dicendo che sarò pagata fino a fine anno in nero. Anzi no, in cash.

Devo avvertirti di una cosa però: ti è proibito dire agli studenti la tua nazionalità. Tu non sei italiana.

Io non sono italiana?

Tu sei madrelingua. O magari bilingue, almeno uno dei tuoi genitori deve essere inglese, questa è la storia che devi raccontare agli studenti se te lo chiedono.

Per fortuna mio padre è sempre un faro di praticità nella mia vita da millenial.

Sono dei deficienti, Francesca. Mandali pure a cagare, anzi da madrelingua mandali a cagher! Vieni a casa e apriamo il vino.

La mia una tantum per le guardie di settembre.

Una buona regola nel mondo anglosassone è che NON si chiama al telefono nessuno se gli puoi mandare una mail. C’è un certo rispetto della distanza, della privacy e anche del proprio tempo che raggiunge livelli difficili da intendere a queste latitudini mediterranee. Le chiamate sono per le urgenze. Le mail sono professionali. E bisogna inviarle ad orari professionali.

13:17 – Chiamata persa 052…

21:43 – Email ricevuta da Cambridge Insitute

Su una ventina di scuole che mi hanno contattato in Italia, solo due mi hanno inviato una mail. Solo una ad orari normali. Rispondere ad una telefonata per un colloquio può non essere sempre comodo. Come mentre ti stai spalmando la crema con fattore di protezione malta in spiaggia o come quando sei in fila alla cassa del Conad il giorno che hai deciso di entrare senza carrello, che dovevi solo prendere due cose, ed esci desiderando di avere un altro braccio, o altri otto, come Visnù, perché non sai come afferrare l’Aperol. No, non è comodo. E le prime impressioni contano.

Una rappresentazione realistica di Francesca che sta per ricevere una telefonata di lavoro.

La pandemia ha definitivamente sdoganato i colloqui online. Skype, Zoom, Google Meet, Lifesize, Microsoft Team. E poi ovviamente lui: whatsapp.

R U up for an interview 5PM?

Sure, I’ve already added you on Skype.

👍🏻

…typing…

Sorry, let’s do it at 5:30, k?

No problem.

👌🏻

Le emoji no. Sono millenial, ma ho un limite anch’io alla decenza.

Il mio recruiter indeciso su quale emoticon inviarmi.

Non so se conosci la nostra scuola, è un innovativo metodo di insegnamento!

Non lo è mai. 

Nel migliore dei casi qualche pedagogista ha letto tutta la letteratura degli ultimi 70 anni in quanto ad acquisizione linguistica e apprendimento e ha fatto un riassuntone. Lo ha diviso per fasce d’età, ha creato dei materiali accattivanti – magari pieni di colori per i bambini – e ci ha creato un franchising.

Nel peggiore, qualche squalo del marketing ha letto tre libri dove si parlava di learning by doing e li ha uniti in un programma omogeneizzandolo a quello che gli studenti vogliono fare in classe. Che è un po’ come se il mio medico chiedesse a me la terapia di cui credo di avere bisogno perché lo pago e se non mi da quello che voglio andrò da qualche altra parte.

Il programma te lo forniamo noi, anche i lesson plan, è tutto pronto! 

Non hai bisogno di un insegnante, hai bisogno di un attore che reciti in lingua il tuo prodotto. E ormai l’inglese lo parlano in tanti bene o male.

Ci sarà un corso di formazione iniziale…

Dove verrà osannato il creatore del metodo rivoluzionario. Semplice e definitivo, non ti servirà sapere nient’altro. Uno, due o tre giorni di training e sai insegnare. 

…per cui chiediamo il contributo simbolico di 800€. Si può pagare in due rate.

La mia faccia dopo aver sentito “contributo simbolico di 800€”

Ho avuto tanti colloqui e ad ognuno di questi è successo qualcosa di surreale. Un dettaglio, un comportamento, una frase che mi lasciava basita. All’estero ho imparato tante lingue, ma non so se sono pronta per gli idioletti. 

Operazione ritorno

Se la mia vita fosse un libro sarei un po’ contrariata con la trama. L’autore avrebbe dovuto creare più suspence, costruire il problema con calma, strutturarlo con cura e arrivare al suo apice dopo un conflitto interiore interessante e avvincete. Così si fidelizzano i lettori, lessi una volta in un manuale per aspiranti scrittori.

A ben pensare quel manuale non mi è mai piaciuto fino in fondo. Asseriva che la finzione, la scrittura, dovesse perentoriamente avere una logica e una struttura coerente. Nessuno trovava interessanti i romanzi che ricalcavano la vita reale, che affermavano l’esistenza del caos. Le storie dovevano avere un senso, andavano programmate, tutto doveva accadere in funzione della finzione. Se descrivevi un gazebo, quel gazebo doveva essere di vitale importanza nel racconto. Se un personaggio ne incontrava un altro, quell’incontro era strumentale a qualcosa che sarebbe venuto dopo. Insomma, ai personaggi non capitavano cose a caso. Il caso non era una buona trama.

Eppure a me nella vita sono successe tantissime cose per caso. Dalla mia nascita a Correggio, in provincia di Reggio Emilia, all’iscrivermi a lingue all’università invece di storia orientale. E mi piacciono quelle storie dove i personaggi sono i balia degli eventi perché per una volta mi sento rappresentata. Il caso c’è, esiste, ed è pure un anagramma di caos – qualcosa vorrà pur dire, insomma, non sarà un caso.

La birra dell’anno.

A luglio, senza mascherina e da due settimane in vacanza, scherzavo allegramente in una distesa di un bar a Madrid: sono passati sei mesi di questo 2020 e non so se tirare un sospiro di sollievo o preoccuparmi per i prossimi sei. LOL.

Mantenendo la mia salute mentale dopo una quarantena troppo lunga, perdendo un lavoro ma garantendomene uno migliore per Settembre pensavo di aver passato la prova pandemia a pieni voti. High achiever come sono – figlia di genitori troppo esigenti, direbbe il mio psicologo – vedevo riflesso in questo scatto di carriera il buon karma accumulato dopo il mio precedente datore di lavoro, una che aveva un PhD in stronzaggine e una passione per le fake news. Il COVID-19 è una bufala e posso citarvi diversi video su Youtube per dimostrarlo. Ah ah, si ok.

Seriously, stop.

A quindici giorni dall’inizio dell’anno scolastico la mia nuova accademia licenzia vecchi e nuovi insegnanti, Madrid ha diecimila nuovi contagi al giorno, nessuno sa come inizieranno le lezioni, molte scuole chiudono, molti colleghi se ne tornano ai loro paesi d’origine e io sono ufficialmente a spasso. Affranta un giorno spammo il mio curriculum dappertutto in Emilia e a Madrid, mi cucino degli spaghetti allo scoglio, apro una bottiglia di vino bianco, mi metto in terrazza e aspetto. Essia, andrò dove dovrò andare. Il mio telefono squilla ma sono sempre e solo scuole italiane, in Italia.

Era evidente, dovevo solo accettarlo. L’operazione ritorno comincia comprando scatole di cartone su Amazon. È un lutto. Devo ammettere che sono uscita da alcune relazioni con molta meno fatica. Mia madre vuole, cito testualmente: comprare un biglietto per Madrid – che in questo momento sta all’Europa più o meno come Wuhan sta alla Cina, venire, impacchettare le mie cose e piangere assieme per questo grande cambiamento. No mamma, non vuoi vedere quanto alcol berrò per salutare tutti i miei amici. Né la faccia da hangover che avrò perennemente tutte le mattine della mia ultima settimana in Spagna. Non vuoi vedere il tour dei saluti ai miei bar preferiti, agli amici e agli amici tinder. 

Le pochissime cose che ho riportato in Italia.

Causa pandemia, le persone che ho salutato senza abbracciare sono tante. Il mio insegnante di zumba. Ti voglio bene Francesca! Mi mancherai e mi mancherà la tua energia in classe! E tu mancherai a me Arturo, che due anni fa nemmeno io credevo di poter muovere la parte superiore e la parte inferiore del corpo in maniera coordinata. Hai fatto un miracolo.

La mia parrucchiera, Mariajo. Con questo coronavirus di merda non posso nemmeno baciarti! È stata la prima signora fuori dall’Italia che mi abbia mai tagliato i capelli. Dire ‘scalati’ in una lingua straniera è sempre un problema. Forte e genuina, sempre fumando fuori dal suo negozio, ero diventata la sua contrabbandiera di libri di inglese per il figlio, e di biologia, e di tutti quelli che riuscivo a trovare online. Con le prove e le risposte. Insomma, se questo ragazzo è stato promosso è anche un po’ merito mio.

Aitor, Igor e il loro pub. Due baschi che mi credevano inglese e che si sono ricreduti solo dopo aver conosciuto mio padre. Il quale, un po’ brillo, si complimentava calorosamente per la cucina e la qualità del vino in quel linguaggio che è il suo esperanto: italiano parlato lentamente e con grossi gesti con le braccia. Hai visto che capiscono tutto! Hai visto che sto traducendo in spagnolo? A cui è seguito un discorso di Igor sulle similitudini tra le società italiana e quella basca – a suo dire entrambe matriarcali, mica come quella spagnola, son todos machistas! Insomma, un simposio sociologico, che rientra tra quelle cose che si fanno meglio con del vino. Con la pioggia o con il vento, con il CELTA o de parranda, passavo al loro locale almeno una volta a settimana. Uno dei pochi posti dove mettono tapas ottime e gratis. Era la mia perla a Lavapies. E il mozo lo lasci qua? Ma che ragazzo, Aitor, sono single! Allora ti abbraccio. Chi era machista?

Gomiti, mai usati così tanto come quest’anno.

Gli amici mi aiutano a fare le scatole, regalo ad ognuno una cosa, un po’ per non riportarmi in Italia troppa roba e un po’ perché voglio avere qualcosa di me che rimanga a loro. Questa esperienza non può scomparire con la mia partenza. Tieni la macchina per fare la pasta, prendi il set da campeggio, ti lascio i piatti, a te il tappetino per fare ginnastica, i divisori del mio armadio, le ceramiche che comprai in Marocco, una foto a tutti. Saluto con gomiti e abbracci, impacchetto tanto e piango molto. Mi serviranno due settimane di quarantena forzata a casa e di sonno per far sparire le occhiaie. Un ritorno sicuramente positivo, sotto troppi aspetti: a sorpresa c’è coviddì.

C’è coviddì starter pack.

Che nome vuoi dare a questo periodo? Non sono sicura, ho solo alcuni finalisti: attracco, landing manoeuvres, riacclimatarsi, decompressione. Finito uno tsunami me ne incontro un altro e la consapevolezza che questo 2020 si passa con resilienza o non si passa. E alcune poche cose di cui gioire anche stando in quarantena in una stanza: Internazionale cartaceo in edicola, la cucina della mamma, l’erbazzone della zia e le paste del bar alla crema.

Un giorno lo racconterai ai tuoi nipoti, questo trasloco che hai fatto dalla Spagna durante una pandemia: è stata una pazzia.

L’appartamento spagnolo: Capitolo settimo

Ghosting.

«Sono semplicemente scomparso. Questa insisteva, e insisteva: mail, messaggi, a me e a mia madre. È troppo, no? Cioè, non ti rispondo. Smettila e vai avanti con la tua vita.»

Ascoltare uno dei miei ex parlare di come avesse lasciato le sue precedenti compagne mi scatenava sempre due reazioni contrastanti. Poverine queste che dal giorno alla notte non avevano avuto nessuna spiegazione e se lo sono viste scomparire dalla loro vita. A cui prontamente aggiungevo: però queste stronze se lo meritavano dai, a me non succederà mai perché sono l’amore della sua vita. Tzé. Lasciata con una mail inviata dall’India dopo un anno di convivenza. La gente parte in vacanza per disconnettersi, ma i problemi gli si infilano in valigia. Dopo questa mail il nulla. 

Nei mesi seguenti mentre cercavo una casa in cui trasferirmi, di raccogliere i cocci, di non cadere in depressione, di cambiare lavoro, iniziare ad andare in palestra, imparare una nuova lingua, non potevo fare a meno di pensare al fatto che ero stata lasciata come tutte le altre. Avevo iniziato la mia relazione sentendomi unica e speciale e la rottura mi riportò su un piano molto meno esclusivo. Cominciai a sentire una certa empatia con donne di cui avevo solo sentito parlare e a cui avevo dato delle stronze per pura solidarietà femminile. Mi vedevo entrare in una stanza con tutte le disilluse precedenti. «Anche tu qua, eh?!» 

It’s a match! Lucia ha ancora Tinder sul cellulare solo per vedere la distanza a cui si trova Gonzalo. Gonzalo è un match, un bellissimo e interessantissimo match. I problemi arrivano sempre con gli -issimi. Usciti per un mese, quasi tutti i giorni, tutto molto intenso. È la prima volta che la vedo sorridere serenamente da quando sua madre è stata operata di cancro a Settembre di due anni fa. 

Risate e allegria. Gonzalo passa da Tinder a Whatsapp in poco tempo e poi scompare.

Un deserto di doppie spunte blu. 

È sempre un match, ma è di fatto scomparso. Non ha cancellato ancora la chat con cui si sono scritti per la prima volta 8 mesi fa e accedendo al suo profilo vede quanto distante si trovi da lei in qualsiasi momento. Quando Gonzalo è a casa è ad 1 chilometro. Quando è a lavoro sono 9 chilometri. Ma da qualche sera Gonzalo si trova sempre a 4 chilometri di distanza. Spesso è lì anche la mattina, nei weekend fino a mattina inoltrata. 

«A 4 chilometri da noi si trova la sua nuova amante. Sto stronzo. Sicuro che è così! No, no, ma io non ho un problema. Che faccia quello che vuole.»

E io le credo. Perché sono stata tante volte ipocrita con me stessa che mi sembra scortese non poterlo essere anche con un’amica di tanto in tanto. Dipingiamo certe realtà che vanno credute solo per l’enorme fantasia che abbiamo utilizzato. 

«Il problema ce l’ha lui. A me sembra solo utile capire dove sta e a che ora sta dove sta perché, cazzo, almeno rispondimi. Dimmi che non mi vuoi più vedere. Che si, è chiaro, non è che non mi rispondi perché sei impegnato. Non hai una cazzo di voglia di prendere in mano il telefono e scrivermi un messaggio decente. Ci vuole tanto a dirmi ciao, scusa, non voglio più uscire con te? No ma dico le palle gli uomini, le tagliano tutte solo quando bisogna usarle?»

Io annuisco in silenzio. Ci sono discorsi che te sei ripetuta così tante volte nella tua testa che vuoi solamente lasciarli uscire. Non vuoi un contraddittorio, zitti tutti perché questa cosa che ho dare dire fila! Rabbia come lubrificante.

Nell’era della super comunicazione, possibile che non abbiamo ancora imparato a prenderci le responsabilità delle nostre azioni? O quantomeno a comunicarle. 

I risentimenti creano mostri. Così Lucia di ritorno da una festa una sera, dopo l’ennesima volta che controllava Tinder per vedere la posizione di Gonzalo, screenshot e scrive:

Guarda sto stronzo dov’è! Ancora lì, ancora da lei! E a me non risponde manco a morire!

Invio.

Il nostro inconscio è potentissimo, o forse a volte solo l’alcool, ad ogni modo Lucia invece di inviare questo messaggio ad un’amica appena lasciata alla festa, lo invia direttamente a Gonzalo e se ne va a dormire senza l’ombra di un risentimento. Un classico dei classici. 

Controllando Whatsapp la mattina seguente le esplode un urlo dalla gola, uno squarcio in una tranquilla domenica mattina e tutta la casa viene catapultata ad aiutare Lucia in pieno attacco di panico.

«L’ho inviato a Gonzalo! L’ho inviato a Gonzalo! Sono un’idiota. Questo ora mi manda la polizia a casa. Ordine di restrizione. Penserà che sono pazza! Come si fa a vedere se lo ha letto? Come si fa a cancellare? Ah! Guarda – dito puntato su Tinder – è ancora a casa di quella! Staranno scopando. Come si fa a capire se non lo ha letto?»

Le nostre abilità informatiche riunite ci rendono l’operazione di cancellazione del messaggio relativamente facile. Calmare Rocio non si presenta un compito altrettanto semplice.

Un economista argentino di cui mi ero perdutamente innamorata durante uno degli anni più pazzi della mia vita mi aveva detto che la mia intelligenza era una delle ragioni per le quali gli piacevo. Si vantava di stare con una donna sopra la media. Questa cosa che volesse sfoggiarmi per il mio lato intellettuale mia aveva dato una botta di autostima considerevole.

Fino a quel momento non avevo dato molta importanza alle mie capacità intellettive. Spingevo le porte dove c’era scritto tirare. Avevo un agenda fitta di colori e mi segnavo tutte le cose da fare e il giorno determinato per farle per non dimenticarmi. Un anno mi ero pure lasciata passare il compleanno di mia madre. C’erano molte cose di concetto che non mi riuscivano bene, come comprare la benzina dove costasse meno o fare piani realistici di quello che potevo studiare/lavorare in una settimana. Ma ero così attaccata a quell’uomo che avrei fatto qualsiasi cosa purché rimanesse nelle mia vita per sempre. Per sempre. 

E invece: «anche tu qua, eh?!» Si, è quello di prima, il ghoster dall’India.

Mi ha insegnato che le persone lasciano nella maniera che possono. D’altronde, se uno è stato immaturo fino alla relazione precedente a quella avuta con te, cosa ti aspetti? Un miracolo? Questa consapevolezza mi ha aiutato ad accettare e spegnere una grande rabbia che avevo dentro: non mi meritavo di essere lasciata così. E nemmeno Lucia. Già, nemmeno i bambini che nascono in Yemen si meritano di morire di fame. E noi, dall’alto del nostro altruismo ci stiamo solo lagnando di un po’ di ghosting. 

In inglese si chiama closure, ma sarebbe troppo sbrigativo tradurla solo come chiusura. Closure significa scrivere la parola fine, riallacciare i fili in maniera organica e chiudere un capitolo. Pensiamo di star male perché ci manca l’altra persona, e invece stiamo solo male perché siamo rimasti soli e non sappiamo come chiudere la questione.

Cosa ha insegnato a me il ghosting? A lasciar andare. Non puoi decidere come andranno molte cose nella tua vita, puoi solo decidere quanto lasciarti influenzare, deprimere, arrabbiare o semplicemente accettarle. È snervante realizzare che abbiamo così poco potere. Oppure ne abbiamo tantissimo, dipende da che angolo guardiamo quello che ci succede.

Anche nell’essere lasciata, cercavo una validazione del fatto che meritassi di meglio, perché ero una persona speciale. Non ricevere nulla, venire completamente ignorata dopo aver creduto di essere così importante mi ha lasciato distrutta per moltissimo tempo. 

Le relazioni prevedono per forza l’interazione di più persone. Non abbiamo nessun potere se non quello su noi stessi, è destabilizzante dover farselo bastare.

L’appartamento spagnolo: Capitolo sesto

Quarantena.

«Sai cosa m’è successo oggi? Passavo le lattine di birra e il lettore non le riconosceva. Errore, errore e ancora errore.»

Entra in cucina e comincia a parlare, una tempesta, un racconto inaspettato, in fibrillazione. 

«Nessuna marca di birre passava. Estrella Galizia, errore. Virgen, errore. Alhambra, errore. Siamo andati tutti in panico. Questi stronzi del governo adesso ci vogliono anche proibire la birra! E io come faccio senza birra?»

Stavo cercando di capire se la mia quiche fosse cotta. La noia della mia quarantena si è espressa in cucina.

«Ho avuto un’idea, tutti i cassieri fermi. Ho chiamato Paco. Paco vai a prendere una bottiglia di TUTTE le birre che abbiamo, deve passarne UNA. Dico una! Bene, Paco arriva con un carrello pieno di birre – te lo immagini pieno di birre eh! – una per ogni marca che vediamo. E io mi metto a passarle tutte.»

Questo racconto è pur sempre la cosa più eccitante che accadrà al mio sabato sera. Mi siedo e fingo di mostrare interesse.

«Di tutte, l’unica che passava al lettore era la Mahou Cinco Estrella, ma non la birra piccola, la litrona! E allora tutti i clienti via, a correre verso il reparto delle birre a comprare Mahou Cinco Estrella, a litri.»

La vendita di birre al dettaglio in Spagna è aumentata dell’80% dall’inizio della quarantena. Nemmeno la carta igienica è riuscita a fare meglio.

«Io però non lo trovavo giusto! Allora sono andata a protestare ai piani alti. Maria, vieni a prendere il mio posto alla cassa. Ma non puoi andare in pausa un’altra volta, Gema! Non mi interessa, questa cosa è grave, vieni! Sono salita fino alla direzione, poi ho incontrato Manuel, quello dei codici e mi ha detto che c’era stato un errore nell’inserimento dei codici degli alcolici. Insomma, era solo un problema informatico!»

Scontato. Questo episodio di ‘Una vita al Corte Ingles’ mi ha un po’ deluso.

«Però io avevo già detto a Paco di mettermi da parte due casse di Mahou, che non le toccassero i clienti che io non posso vivere senza birra. E niente, le ho dovute pagare. Adesso ho un sacco di birre, se ne volete un po’…»

Questa è la prima buona idea che mi sembra uscire dalla sua bocca oggi.

«Però, guarda, un panico. Un panico così nella mia vita non l’avevo mai avuto. Mi sono tremate le gambe, i polsi…»

È l’unica persona del nostro appartamento che deve ancora uscire, siamo tutte confinate da un paio di settimane. La mattina Gema si sveglia e prende uno spruzzino con acqua e candeggina e spruzza. Un pomello lì, una sedia là. Spruzza, pulisce e rispruzza. Il bagno ha l’odore di quelle piscine coperte dove si andava da piccoli per imparare a nuotare. Tutti i bambini ci pisciavano dentro e quindi loro giù di cloro. 

«Francesca, come si apre la moka?»

Rocio, 34 anni e non ha mai fatto un caffè. Respira. Ma io ho finito il caffè.

«Ce l’ho io, ce l’ho io! L’ho comprato in Ecuador in un viaggio, tre anni fa…»

Sgrano gli occhi e istintivamente ritraggo la caffettiera, verso di me. Tu non ci metterai dentro quella roba.

«Ma no! Cosa dici?! Il caffè non scade.»

Allibita spiego che anche il caffè è un alimento, e scade. Il tempo trasforma ogni cosa e pure il caffè. Filosofia.

«No no no, il caffè non scade. La so così anch’io.»

Non lo faccio quasi mai, ma mi vedo costretta a giocare la mia carta nazionalità. Davanti ad una spagnola e un’inglese recidive devo. Almeno per il mal di pancia che sto evitando ad entrambe. Sono italiana, il caffè per me è importante, ascoltatemi. Diatriba conclusa.

«Expiration date è l’unico date che mi posso permettere in questo periodo.» Meglio di niente.

Ci addentriamo così in una lunga conversazione dove si scopre che la caducità è una caratteristica anche del formaggio stagionato, delle fette biscottate e della birra. Si, lo hai grattugiato un mese fa e lasciato in frigo, ma il frigo non è ancora una macchina che ferma il tempo, ahimè. Economia domestica spicciola.

Lo stupore viene bruscamente interrotto da uno scrosciare di applausi. Sono le 19:58 e Madrid tutti i giorni si affaccia alle finestre, va sui balconi e applaude al personale sanitario. Noi applaudiamo anche per un nuovo vicino di casa, il dirimpettaio bono che vive da solo. Quando accende le luci lo seguiamo da una finestra all’altra.

«Secondo me lì c’è il salotto, quella è la cucina e la camera da letto non la vediamo perché dà sull’altro lato.» Dopo un Master in Architetture della Noia siamo capaci di ricreare nella nostra testa qualsiasi cosa. L’unico muscolo che stiamo allenando con costanza è la creatività.

Pochi minuti e poi tutto tace. Le persone tornano nelle loro case. Rocio si affaccia alle finestre del soggiorno e urla: «Gooon!»

Gonzalo è un vicino che sta troppo lontano perché possa sentirci, ma abbastanza vicino nei ricordi. Rocio si è inventata un rito catartico: tutte le volte che pensa a lui, invece di chiamarlo – errore perpetuato troppo a lungo l’ultimo anno – corre alla finestra e urla il suo nome. Se stai provando a biasimarla è perché non vuoi riconoscere quello che hai fatto tu l’ultima volta che sei stato/a lasciato/a. Ognuno ha la sua maniera di guarire.

Siamo tutti a casa adesso e siamo sempre in ascolto. Sentire un «Gooon!» anche se solo poche volte al giorno – quando siamo fortunati – ha attirato l’attenzione. Adesso Rocio ha il suo proprio flash mob personale: ogni volta che urla, diversi adepti si aggiungono in risposta allo straziante grido di amore. Per chi avesse ancora dei dubbi che deriviamo dalle scimmie. Anche le nostre vicine americane le fanno il verso «Gone, gone, he is gooone!»

Jess invece affronta la quarantena in maniera propositiva: «io credo che utilizzerò questo mese di quarantena per imparare qualcosa di nuovo. Faccio un corso di arabo, dai.»

L’illusione di avere più tempo libero è la più difficile da debellare. Il mio ufficio è il mio computer e non c’è più una differenza fra tempo privato e aziendale. All’arrivo di una mail devo rispondere subito. Subito. Devo lavorare di più perché lo spettro della cassa integrazione e della disoccupazione ci sono stati presentati dal primo giorno. Mangiamo davanti al computer, non ci mettiamo più il reggiseno, le scarpe le indossiamo solo per andare al supermercato, il nostro giorno di festa. Non abbiamo più tempo libero. Forse io ne ho di meno di prima.

«O magari il giapponese. Si, si ho deciso, il giapponese!»

I progetti ambiziosi sono i migliori. Le liste di cose da fare prima di andare a dormire. Sappiamo che non riusciremo mai a terminarle ma almeno ci danno un obiettivo, ci fanno andare.

«Ma sai cosa? Questo mese mi rimodello le sopracciglia! Guardale! Taglio tutto e poi le do un angolatura diversa, come le tue, tu come fai a farle fare quella cosa lì, ad ala?»

È una matita per sopracciglia, dilettante. Il mio mai-più-senza.

I miei progetti da pandemia non sono meno ambiziosi: io voglio scrivere.

L’appartamento spagnolo: Capitolo quinto

Vicini.

«Fatti vedere in faccia! Che mostri sempre e solo il cazzo! Fatti vedere in faccia!»

Bonjour finesse.

Chi è stato? Non lo so. Abbastanza vicino perché lo senta urlare una domenica mattina e abbastanza lontano per non dare un volto alla voce che da qualche mese a questa parte ha per me la rabbia. E il disagio.

Il problema è che è una frase senza contesto. Ho bisogno di un contesto per comprenderti, vicino, mi sento un po’ persa al momento. Non si possono gettare delle frasi così e pensare che chi le ascolti non ci costruisca un quadro attorno. Una situazione, un prima e un dopo. Non esistono frasi sospese, sole, vuote.

E i nostri vicini di casa sono un po’ frasi sospese, di quelle dette in ascensore per aspettare lo scorrimento delle porte. Quelle di cortesia quanto ci si apre il portone a vicenda, quando ci si incrocia per il postino o destreggiandosi con il sacco del pattume da portare fuori. Sono persone sospese, che vivono così vicine e così distanti da noi. 

Non conosciamo nessuno in questo palazzo, ma qualcuno di questi ci ha lanciato delle viscere di pesce in terrazzo e svegliarsi la domenica mattina per pulire l’odore di marcio che si sente quando si lascia un pesce per più di poche ore alle intemperie sentendo gente urlare di cazzi mi rende scettica sul fatto che io voglia accorciare le distanze.

Quando ci si sente a casa in un luogo? Quando si conoscono i vicini. Quando si ha comprato le mura che si abitano. Quando si abita lo stesso posto da abbastanza tempo per non ricordarsi dove si sono messe tutte le cose. Solo quello che utilizzi di più. Avevo passato un’estate in terrazza e il clima di Madrid aiuta a fare colazione in balcone anche verso fine Ottobre.

Essendo un terzo piano circondato da edifici alti almeno il doppio, la nostra terrazza è quella telenovela che tutti guardano quando si ritrovano annoiati a casa. Da una qualsiasi finestra dei civici circostanti si riesce tranquillamente a contare le nostre piante, le foglie dell’aloe, a vedere quando abbiamo i cuscini dei divani messi a casaccio.

Basta sollevare gli occhi dalla linea dell’orizzonte per scorgere dietro a miriadi di finestre qualcuno in osservazione. C’è chi si ritrae al primo contatto visivo, chi si finisce tranquillamente la sigaretta prima di distogliere lo sguardo e chi ti segue passando da una finestra all’altra del suo appartamento, tutte rigorosamente con vista alla nostra terrazza.

In un anno abbiamo collezionato diversi vicini inquietanti, tutti senza un nome. Quindi il dirimpettaio lo chiamerò Pablo. Mi bevo un caffellatte caldo, sono le nove di mattina e Pablo tira pugni all’aria. Un’espressione crucciata, gli si aggrotta la fronte, sembra stia giocando a fare il pugile in camera da letto. Tutto molto divertente fino a quando da un armadio non tira fuori un fucile da caccia. Sgrano gli occhi. Se lo carica sulle spalle come se fosse una barra con dei pesi e comincia a fare torsioni con il dorso. Destra, sinistra, destra, sinistra. Piega il busto e cerca di fare toccare l’estremità dell’arma con il piede del lato opposto. Ora si vede solo il culo di Pablo e metà fucile che balla. Allibita.

La sera assistiamo a dei concerti ogni tanto. L’altissimo palazzo di fronte propone in una nicchia sopra l’altra una decina di balconi. Un ragazzo con la chitarra si mette su una sedia a suonare canzoni spagnole tristi, rigorosamente d’amore. Ti avranno appena lasciato. Si guarda le dita degli accordi, non conoscerà ancora le canzoni perfettamente. È successo il mese scorso? E quando distoglie lo sguardo si fissa sull’orizzonte, vuoto. Ehi, siamo quelle della grande terrazza qua sotto, ci caghi? No perché quando siamo nostalgiche non sai con quanta pena nell’animo possiamo a cantare Adele. Mettiamo su una band, no? No, niente. Dev’essere una cosa recente. Forse si è rimesso con il/la suo/sua ex perché i concerti sono durati poche settimane. E noi siamo ancora tutte qua a cantare Adele, tanto per dire eh.

Non vinciamo il premio vicine dell’anno nemmeno noi, dovrò essere sincera. Un ridente pomeriggio d’estate avevamo pensato di improvvisare un barbecue su una cassa di legno. Materiali poco infiammabili e come trovarli. Per poi finendo a cercare di spegnere fiamme anomale con pistole ad acqua, l’unica cosa che ci poteva far restare a debita distanza dal pericolo. In quel momento ci sembrò pure un’idea brillante. Non molto al nostro vicino del primo piano – che chiamerò Hugo. Hugo ci venne ad informare che la sua cappa fumaria aveva uno sbocco vicino alla nostra terrazza, e quindi vicino al nostro barbecue/incendio estivo, così che ora si ritrovava l’appartamento affumicato. 

«State bruciando qualcosa? Sapete che non si possono fare barbecue per legge in terrazza? Dico, qui a Madrid.»

Eccolo, è arrivato lui, il so-tutto-io. Ciao, scusa sei una piromane? Cioè, non ci siamo mai conosciuti e so che stai anche tu cercando di immaginare perché ti ritrovi il fumo di Londra in salotto, ma hai la creatività di un koala, Hugo. Vorrei negare il mio intento di barbecue perché ci si sente sempre in dovere di avere un certo decoro con gli sconosciuti. A maggior ragione con i vicini sconosciuti. Ma Hugo è salito in ascensore e io ho troppe diottrie per non notare una leggera foschia che scende per tutte nelle scale. Oddio. Mi scuso in tutte le lingue che conosco. Non chiamare la polizia che qua ci mettono tutti dentro, ti prego Hugo. 

Ciao mamma, si tutto bene, sono solo in prigione in Spagna. Ma no, nulla di che, un barbecue in terrazza finito male. Un vicino di merda guarda…no, non abbiamo nemmeno il barbecue, abbiamo messo delle braci in una paella appoggiata su un cubo di legno. Eh si, ma ci abbiamo pensato dopo, quando abbiamo visto qualche fiammata. Ma tutto a posto eh, tranquilla. Questa è l’unica chiamata che mi permetteranno di fare oggi. Ti voglio bene!

E altri mille scenari simil tragici che mi passano davanti. Grande secchiata d’acqua su tutto e le cosce di pollo le abbiamo finite di cuocere in padella.

All’orizzonte, tra un palazzo bianco e uno in mattoni, si intravede un parco verdissimo. Tutte le piante in città sembrano più verdi. Sembra anche un luogo tranquillo, ogni tanto, questa casa.

Una pianta in vaso sta morendo. Spiegale perché deve continuare a vivere.

Dicono che il passo più difficile sia parlarne. Per questo comincerò con dirti brava, lo hai tirato fuori. Se stai pensando di suicidio è perché probabilmente non hai ancora le idee chiare. Vorresti, non vorresti, stai valutando. E fai bene, come molte scelte che possono potenzialmente cambiarti la vita è utile ascoltare più pareri. 

Se vuoi suicidarti ci sono buone possibilità che tu sia in realtà solo una pianta depressa. Che può essere il gradino prima di una pianta suicida o no. Dipende. Sono qua per convincerti a continuare a vivere, per questo ti parlerò di suicidi. Già, antitetico penserai, ma sembra proprio che più se ne parli e meno la gente si suicida. Scettica a riguardo, signora pianta? Non sei la sola, per questo c’è questo bel link qua, interessante e autorevole. Non la prima donna che si è svegliata la mattina e cercava scuse per scrivere insomma. Non me, ecco.

Anche perché, un argomento che dovrebbe essere abbastanza convincente è che stai comprando un biglietto per dove, boh, non si sa. E tu ci vuoi andare? A boh-non-si-sa? Nulla di male, una scelta come un’altra, ma l’unica cosa certa sul dopo è che non riusciamo a metterci d’accordo su cosa si incontra, sente, vede. Mia nonna la metterebbe giù più o meno così: chi lascia la strada vecchia per quella nuova…e poi non finirebbe la frase. Anzi, lo direbbe innanzitutto in dialetto parmense, ad essere precisi, ma io non parlo il dialetto parmense e quindi mi permetterò di rifrasare a mia maniera, in italiano. Quindi, ti dicevo, non sai cosa ci sia dopo.

Al mondo assistiamo in media ad un suicidio ogni 40 secondi. Vuol dire che se sei normodotato, dall’inizio di questo articolo si sono già suicidate 2 persone. Mentre hanno solo cercato di suicidarsi 15, sempre da quando hai cominciato a leggere. Se sei lento, beh un po’ di più. Di questo gruppo a cui si aggiunge una persona ogni 40 secondi, una è italiana ogni due ore e mezza. Quasi 11 persone che si suicidano al giorno sono nostre concittadine. E se ti sto parlando in italiano immagino che tu sia una pianta italiana.

Quanti anni hai? Anche questo influisce. Mi ricordo che al liceo ci dissero che alla nostra età la prima causa di morte tra le ragazze era l’anoressia e tra i ragazzi un incidente in scooter. Io ero sovrappeso, di non mangiare non mi era mai passato nemmeno remotamente per la testa, e mio padre mi aveva appena comprato uno scooter nuovo di pacca. La stessa cosa si potrebbe dire di te: se sei una pianta grassa non morirai mai, a meno che non compri uno scooter. Ad ogni modo, tre quarti dei suicidi avvengono dopo i 45 anni. Tutti parlano della crisi dei trenta ma e me sembrano altri i numeri quelli preoccupanti. Cosa succederà mai ai 45?

Sei una pianta maschio o femmina? Ammesso e non concesso ci siano le teorie di gender anche tra gli arbusti, sappi che se sei una pianta maschio hai tre volte più possibilità di una pianta femmina di suicidarti. Non solo, il tuo sesso determinerà molto il metodo che sceglierai per toglierti la vita. Con percentuali diverse, precipitazione e impiccagione coprono il 65% circa delle scelte. Una pianta può morire per precipitazione? Non lo so, e di sicuro non vuoi scoprirlo tu. Metti che non funziona, l’unica cosa con cui ti ritrovi è tutti i rami rotti e rinvasata in uno di quei blocchi di cemento che dividono il traffico. Così non c’è più pericolo, penseranno. Non esattamente una fine gaudente. 

Se sei una pianta maschio e non riesci a deciderti per nessuno dei due precedenti, probabilmente sarai più attirato dalle armi da fuoco. Poi mi spiegherai come te ne procuri una. Se sei una pianta femmina, invece, opterai più facilmente per l’annegamento o per l’avvelenamento da farmaci. DDT? Glifosato? 

Penserai, ma se io, come pianta adulta e nel pieno delle mie facoltà, dopo aver considerato tutte le casistiche, i vari ed eventuali, decidessi di mia inviolabile volontà di mettere un punto a questo racconto, alla tua vita, ci sarà pure una maniera di farlo bene. Aiutato da specialisti, magari hai una malattia da pianta terminale e non vuoi passare il resto della tua vita ad appassire e a vedere i tuoi cari disperarsi per una cosa che è ahimè inevitabile. Oppure non sei malata, però come sei arrivata in questa vita senza deciderlo molto, pensi che scegliere la tua fine non sia troppo male, come tutti quelli che fumando sigarette, mangiando troppi zuccheri, andando a fare sci fuori pista con la neve fresca si scelgono le loro. Ebbene, dovresti anche sapere che l’eutanasia non è riconosciuta in Italia. 

Ad oggi, il suicidio assistito è presente solo in pochi paesi. Così pochi che posso anche scriverli tutti, si lo so, le liste sono tediose, ma per così pochi: Svizzera, Germania, Paesi bassi, e negli Stati Uniti d’America nello stato di Washington, Oregon, Colorado, Hawaii, Vermont, Montana, Maine, New Jersey, California e Washington DC – che si, è diverso e molto distante dallo stato di Washington – quante cose si scoprono leggendo un post a caso su una pianta che vuole togliersi la vita, vero?

Forse ti aspettavi un articolo pieno di bellezza e di vita per convincerti che questo posto che vorresti lasciare è tanto meglio di qualsiasi cosa venga dopo. Mi dispiace averti deluso ma non credo ti sarebbe stato effettivamente utile. Quando ci si sente disperati, depressi e non si vede nessuna maniera semplice in cui quella situazione possa volgere al meglio si è anche un po’ impermeabili alla bellezza. 

Quando soffriamo ci sentiamo soli e persi. Siamo al centro di un universo tetro che ci siamo costruiti tagliando fuori gli altri, le esperienze degli altri e le loro esistenze. Nei miei momenti più duri ho spesso trovato conforto nel fatto che il dolore fosse un’esperienza orizzontale. Mal comune, mezzo gaudio? Non saprei dire, però ho sempre sentito una forza immensa derivare dal sapere che non ero sola. Che milioni di persone come me stavano soffrendo allo stesso tempo. Mi sentivo un poco come in un ostello, non conoscevo nessuno ma eravamo tutti nella stessa tappa di viaggi diversi. 

Cara pianta, io credo che il vero problema sia non parlare del dolore. Non c’è stata una sola volta che, condividendo il mio malessere, non abbia trovato una persona disposta a condividere il suo. “Sai anch’io ho dormito in un ostello una volta…” E le persone si aprono, parlano dei propri dolori, passati o presenti. “Anche tu qua? Ma come, allora non capita solo a me?” I silenzi costruiscono muri e le parole scavano porte da cui passano le conversazioni più inimmaginabili. E se ce l’hanno fatta lui, lei e tutti gli altri a guarire con tempo e pazienza, perché non ce la dovrei fare anch’io? Per me questa è la migliore delle argomentazioni. 

Coraggio, pianta!

Cosa può succedere in un secondo

Un silenzio troppo lungo. I tuoi colleghi ti guardano, si guardano, e percepiscono che sei l’unico che non ha capito la battuta. 

Una storia evoluzionistica lunga milioni di anni, di cui tu sei solamente l’ultima propaggine assieme ad altri sette miliardi e mezzo di casualità, ha addestrato il tuo sistema nervoso simpatico a secernere adrenalina in queste situazioni. Sei di fronte ad una minaccia, di vita o morte sociale.

L’ormone reagisce come uno stimolante: accelera la frequenza cardiaca e la respirazione. Devi fuggire, serve pompare ossigeno nei muscoli, serve scattare. Peccato che tu corra con le gambe perché i vasi sanguigni più sensibili all’adrenalina sono in realtà le vene del viso. Che si dilatano, fanno arrivare più sangue e tu diventi paonazzo. Che se dovessi veramente correre a gambe levate, essere un disco rosso che si muove in lontananza sicuramente aiuterebbe l’identificazione. 

Forse i nostri antenati hanno sviluppato questo carattere per spaventare il proprio avversario, la minaccia si sentirà a sua volta minacciata da un nostro camaleontico cambio d’abito. Già, è sembrata a tutti una buona idea e qui stai. Ma non la prendere come qualcosa di personale. Di certo quando la nostra evoluzione si sedette al tavolo delle proposte nessuno si sarebbe aspettato che tu somigliassi ad un semaforo il primo giorno nel nuovo ufficio. Che i semafori sono arrivati dopo, e magari sono rossi proprio perché noi siamo un disco rosso ogni tanto, in situazioni di pericolo.

Questa veloce espansione di capillari non si traduce solo in una vergogna cromatica, ti si alza in breve la temperatura corporea. Le tue ghiandole apocrine si svegliano anch’esse presa a sberle dall’adrenalina e in un’allerta schizofrenica generale cominciano a secernere proteine, grassi, ammoniaca, ioni ferro e altre sostanze minori che qui chiameremo banalmente sudore. Il tutto mentre il grido ‘non è un’esercitazione’ si riproduce in sottofondo.

Centinaia di pori sprizzano minuscole quantità di liquido. Si crea uno strato acquoso lattescente su fronte, tempie e mani. No, non ti preoccupare delle ascelle, prima ancora di sederti alla tua scrivania avrai, come si dice in Francia, la pezza. O le pezze, quella fascia della bassa schiena dove posizioni il cuscino per la sciatica è grande amica degli incavi ascellari, le cose si fanno insieme o non si fanno.

Un giorno è composto da 86400 secondi, ma tu, fra dieci anni, di oggi ti ricorderai solo questo. Un secondo di imbarazzo, di aspetto sgradevole, di proliferazione di microbi e provocazione di odori.

Benvenuto.

Femmina

«Visto che tu sei l’unica femmina, la mamma gatta la fai tu!»

«Non siamo gatti veri, come possiamo inventarci che siamo gatti, tu puoi inventarti che sei la mamma gatta.»

Non che fare la mamma gatta sarebbe stato un problema per me, ma non avevo intenzione di fare qualcosa solo perché a qualcun altro gli sembrasse giusto impormelo. Un tratto caratteriale che ancora mi accompagna.

Ero convincente, Ivan si mise a gattoni e cominciò a fare finta di essere la mamma gatta. Noi altri in coda, gattonando. Che la mamma gatta era incinta e i cuccioli non si riuscivano a vedere ma ce li aveva nella pancia, la seguivamo ovunque andava. 

Dovevo avere tre o quattro anni. Mi piaceva vestire di rosso, i dinosauri, i Power Ranger – ovviamente quello rosso era il migliore – e cavalcare la Lea, il cane di mia nonna. Non mi piacevano le verdure, fare il sonnellino pomeridiano e le femmine, perché erano noiose – dicevo.

Festeggiai il mio sesto compleanno con quelli stessi amici e poi ci trasferimmo a Fidenza. Ivan, Jacopo e altri due o tre di cui non ricordo il nome mi correvano dietro per il corridoio mentre io andavo su un cavallino con ruote o una nuova bicicletta. Mia madre dice sempre che era imbarazzatissima quel giorno perché io avevo invitato solo maschi alla mia festa e le altre mamme le facevamo mille domande.

«Sono i primi bambini con cui ha parlato all’asilo, è logico che abbiano fatto amicizia…»

Erano scuse, la verità era che non mi divertivo a giocare con le bambine perché a loro non piaceva sporcarsi e si mettevano subito a piangere per qualsiasi cosa. Avevo già tanti pregiudizi.

La scuola elementare era un edificio enorme di epoca fascista. Il fascismo non sapevo cosa fosse allora ma mi sembrava una cosa bruttissima, questo mi ha fatto sentire sempre un po’ in colpa perché la mia scuola mi piaceva molto. Abbracciava un cortile grigio e ruvido ma era circondata da un giardino enorme dove c’era un labirinto fatto di siepi, alberi altissimi e dove giocavamo a ‘fare la base militare’ vicino al muretto di cinta. 

Doveva essere dopo pausa pranzo, quando, dopo la mensa, si andava a giocare nel giardino. Le bambine si sedevano di fianco alla maestra a ricamare noiosissimi centrini e io andavo a giocare a calcio con i maschi. 

Un giorno di questi la palla ci si incastrò in uno dei rami di un pino immenso. Un mio compagno di classe ebbe la brillante idea di utilizzare uno dei mattoni del muretto di cinta per colpire la palla, liberarla e continuare a giocare. Io avevo deciso di allacciarmi le scarpe proprio nel momento di quell’esperimento. Il mattone fece una campana in aria e mi colpì alla tempia destra. Non mi ricordo un forte dolore, ma mi ricordo la soddisfazione di mettere nei guai Alberto, che a me stava abbastanza antipatico perché diceva che aveva una fattoria con degli struzzi anche se io sospettavo non fosse vero. Così cominciai a camminare in direzione del club del cucito urlando “maestra, maestra, Alberto mi ha tirato un mattone in testa!” Poi vidi rosso e la mano che avevo portato a coprire la ferita completamente insanguinata.

Non mi ricordo molto di più, non doveva essere molto grave perché mi misero la testa sotto l’acqua e poi chiamarono mio padre. 

Le mie certezze in quei primi anni di scuola elementare erano il negozio di fiori di mia madre, le enormi ceste di lego che custodivo come tesori nella mia camera, il mio costume da nativo indiano che affittavamo tutti gli anni alla cartoleria del paese per carnevale, il parco dietro al municipio, Alex e Annalisa, i miei migliori amici. Mi ricordo in particolare Annalisa perché per me ha sempre rappresentato la mia prima amica femmina. La prima femmina che non era noiosa, anzi, era intelligentissima e disegnava molto bene. L’ammiravo molto ed è per questo che la volevo come amica.

Cambiai scuola e perdetti tutti i miei amici. Di quel periodo ricordo solo che giocai a calcio in una squadra maschile che mi lasciava in panchina tutto il tempo. E mi cambiavo in spogliatoi femminili freddi e vuoti perché le femmine non giocano a calcio, mentre gli altri ragazzi avevano acceso il riscaldamento e le docce calde.

Nell’estate fra la quarta e le quinta elementare giocavamo a progettare una base segreta in un bosco vicino al paese. Entravamo nei cantieri edili della zona quando non c’erano i muratori e rubavamo cariole, cemento, utensili, e tutto quello che ci sembrava un buon materiale da costruzione. Costruimmo una tenda con pali ancorati al terreno con cemento e pietre e un telo cerato. Una volta rubammo delle galline e costruimmo un pollaio piantando quattro paletti di legno per terra e avvolgendo della pellicola trasparente da imballaggio attorno per chiudere il recinto.

Inutile dire che in tutte queste peregrinazioni io fossi sempre l’unica femmina.

Quando non rubavamo cose giocavamo a calcio, ma eravamo troppo pochi per farlo da soli, così spesso ci dovevamo riunire con i ragazzi del quartiere vicino che non ci stavano simpatici perché loro erano loro e noi eravamo noi. 

Io portavo i capelli molti corti in quel momento e vestivo come un maschio. Mi piaceva poter usare il gel per sagomarmi una finta cresta. Mi piacevano le magliette a maniche corte e i colori accesi. Nella prima di diverse partite mi presentai come Francesca ma, vuoi per i vestiti, per i capelli, o perché effettivamente giocavo a calcio meglio di loro, mi scambiarono per un bambino e cominciarono a chiamarmi Francesco. Mi sentii finalmente molto integrata. Ero la prima – o forse sarebbe meglio dire il primo? – ad essere scelta quando si formavano le squadre, ridevano alle mie barzellette e ricercavano la mia compagnia. 

Chiesi ai miei amici che conoscevo da più tempo di continuare a fingere che fossi maschio perché volevo essere trattata come loro. E l’inganno prosegui. Fino al giorno in cui Mattia, un ragazzo del mio primo gruppo, non disse a tutti che ero in realtà una femmina. Non ci credettero subito ma quando Mattia li convinse non mi fecero giocare più con loro perché ero una femmina e le femmine non giocano con i maschi. 

I miei amici, forse perché mi conoscevano da più tempo, o forse perché la rivalità di quartiere era un solco più profondo, decisero che non avrebbero più giocato con loro se non accettavano anche me, che ero un membro della loro comitiva. 

«Sì, è una femmina ma gioca come un maschio.» 

Non li convinsero e quindi tutto ritornò alla normalità. Noi giocando nei campi e nelle strade di qua dal centro sportivo, e loro di là.

Avevo solo 9 o 10 anni, ma mi ricordo perfettamente di sapere, anzi, di essere convinta, che la mia condizione di femmina mi relegava all’interno di comportamenti e standard che a me non piacevano. Volevo avere lo stesso potere che implicava essere maschio. Fare il ‘maschiaccio’ era quello che più ci assomigliava.

Non erano cose di cui si parlava, ma le si sapeva. E per me ‘la società’ è sempre stata questo: una pressione costante esercitata dall’ambiente circostante che relega le persone all’interno di schemi comportamentali precisi, assegnati secondo gli organi genitali con cui si è nati. Sono stereotipi e false certezze che ognuno, maschi e femmine, si trova a dovere adempiere. 

E avrei tantissimi altri esempi. 

A undici anni lasciai pallacanestro per andare a danza, come tutte le mie compagne di classe. Non c’è stato un solo anno che ricordi più noioso di quello.

A dodici anni andavamo a comprare rasoi al supermercato del paese perché ci si doveva depilare.

«Non vorrai avere le gambe come un maschio?!» 

I tuoi capelli dovevano essere abbastanza lunghi, i vestiti di colori femminili, non si poteva imprecare come i maschi. Perché sai, loro sono maschi, mentre tu non puoi comportarti alla stessa maniera. Se ti piacevano gli sport di contatto fisico perché eri più forte di molti dei tuoi compagni non andava bene, nemmeno questo. E la lista continuerebbe e si arricchirebbe con l’adolescenza e con l’età adulta.

Ancora prima di avere dei gusti precisi, o di avere la possibilità di esplorarli, la società ha un concetto preconfezionato di come tu, maschio o femmina, debba essere. Se quello che sei o che ti piace fuoriesce da queste linee devi trovare una spiegazione. Nessuno mi ha mai chiesto perché mi fossi iscritta a danza, ma perché avessi deciso di cominciare calcio me lo chiedevano tutti.

Quindi, per Francesca e per Francesco, per chi ha il coraggio di essere come è e di fare quello che gli piace: Buon 8 Marzo. Non solo alle femmine.